| I Servizi | Le questioni | Nuovi soggetti | Campo sanitario | Proposte | Conclusioni | |
|
FORUM SALUTE
MENTALE Roma, 16 ottobre 2003 |
||||||
| Ridurre
la dissociazione che molti da tempo avvertono tra enunciati e pratiche
nel campo delle politiche della salute mentale è il motivo fondante l’incontro
di oggi e la proposta di lavoro del Forum per la Salute Mentale di cui
abbiamo voluto la nascita e proponiamo qui lo sviluppo. Un
grande cambiamento si è prodotto in Italia in questi 25 anni di vita della
riforma psichiatrica che ha chiuso i manicomi pubblici; ha riconosciuto
il diritto di cittadinanza alle persone con disturbo mentale; ha mutato
il vecchio rapporto tra psichiatria e giustizia;
ha dato avvio alla formazione di un sistema di servizi di salute
mentale ormai diffusi in tutto il territorio nazionale; ha mutato il destino
di migliaia di uomini e donne con sofferenza (e dei loro familiari);
ha avviato un cambiamento di atteggiamento culturale nei confronti
di ogni forma di diversità evidenziando l’illibertà,
la disuguaglianza e l’esclusione sociale troppe volte a questa connessa. La
legislazione di riferimento è ben
nota e a nostro parere in nulla da modificare. Se poi sia da integrare,
anche questo il Forum è chiamato eventualmente a dire. Si pone invece
con forza ed urgenza, ed appare ormai improrogabile, la questione della
qualità dei servizi, che appaiono troppo spesso segnati da una ambigua
dissociazione tra le pratiche e le enunciazioni teoriche, tra i principi
e i modelli organizzativi, tra le risorse in campo e i percorsi reali
di cura, quali modifica concreta delle condizioni di vita
e di ben-essere dell’individuo/a e del suo contesto. E’
su questo, su una necessaria inversione di tendenza, che il Forum vuole
porre l’attenzione e, con
grande enfasi in ogni caso, sulle pratiche;
partendo da questo ci pare possibile contribuire a ri-vitalizzare -riportando
l’analisi e il confronto alle radici della lotta per il cambiamento- impegni
di operatori ed operatrici, di forze politiche, sociali, delle istituzioni,
dei movimenti e della gente. La
nostra difesa della legge (atto quant’altri mai doveroso) non può essere
ulteriormente negoziata con una riduzione
dello sguardo critico su ciò che in concreto accade e su tutte le
distorte, carenti, ridotte o travisate applicazioni concrete. Riteniamo
che oggi la legge si debba difendere riaprendo il dibattito sulla qualità
dei servizi, sugli stili operativi, sui modelli organizzativi, sulle risorse
in campo, sull’uso delle risorse umane e materiali, sull’avvenuto restringimento
delle pratiche per la salute mentale alla sola psichiatria, pena l’azzeramento
della forza innovativa dell’esperienza
italiana di deistituzionalizzazione, l’oscuramento dei soggetti, la negazione
dei diritti, l’abbandono degli utenti con più basso potere contrattuale. L’elenco
che configura la distanza tra enunciati e pratiche è lunghissimo, in buona
misura noto e in buona misura, riteniamo, largamente condivisibile. Quel
che tuttavia ci aspettiamo
è che negli interventi di queste giornate a più voci, da più parti, e
immaginiamo, con diverse enfasi, questo elenco venga riempito di luoghi,
fatti, specifiche denunce, circostanze, fotografie …… Riteniamo
però importante definire la posizione di questo Forum, porre delle discriminanti,
riprendere anche “vecchie”
questioni su cui con l’esperienza dei 25 anni
di riforma possiamo ri-aprire la discussione con maggiori certezze,
porre le prospettive e soprattutto affrontare le separazioni che nelle
pratiche e nelle culture in questi anni si sono determinate. Riunire
ciò che in questi anni è stato diviso, ci pare oggi centrale: la clinica,
il sociale, il biologico, lo psichico, le istituzioni e i soggetti, l’assistenza
e il lavoro e tante altre. E’ come se una forza spingesse proprio tutti
verso un destino separato, passivo, assegnato. Riunire perché si sviluppi
il conflitto sulle esperienze concrete
e non sugli artefatti delle cose separate. Oggi sappiamo che la continuità
della pratica, quando si fa destino di un’altra persona designata in cura,
dipende dalla capacità di suscitare, costruire, inventare altre occasioni
che non siano quelle inscritte solo nelle nostre professioni. Le professioni
devono rimanere strumenti inclusi nella realtà concreta delle persone,
capaci di riaprire ad esse il re-incontro con la vita. Oggetti
veri come la casa, un reddito, il
possesso delle cose utili, il
corpo stesso, non sono riprodotti dalle cure di per sé. Sono loro
al contrario che permettono alle cure di avere il senso, la direzione,
la bellezza. Si dice “integrazione socio-sanitaria”, ma è questo che con
essa noi intendiamo. Potremmo
poi dire e parlare dell’efficacia, ma è parola astratta che evoca un prodotto
sanitario certamente utile ed importante, previsto dalla correttezza delle
procedure e sostantivo dell’evidenza clinica. Prodotto rigido che non
evoca mai quello che succederà dopo, il destino, la prognosi, il futuro.
La generica speranza è l’unica parola che viene usata per designare il
dopo dell’evidenza clinica e il prima dell’efficacia dei trattamenti.
Ma la speranza concreta, quando diviene una pratica e un’esperienza, pretende
di invadere campi non frequentati dalla clinica, variabili in continuum
che riguardano la qualità dell’habitat, il possesso di strumenti emancipativi,
abilità sociali condivise. 1.
I servizi di salute mentale Quando
parliamo di servizi ci riferiamo in generale alle istituzioni, è a queste
che rivolgiamo il nostro sguardo. Le
istituzioni cambiano se cambia la relazione tra cittadini e istituzioni,
e se le istituzioni sono in grado di indurre e aiutare questa riqualificazione
dei rapporti. Cambiano se i saperi socialmente disponibili sono chiamati
a dare una mano in modo meno occasionale e sporadico, e se nessun sapere
presume di essere esclusivo e dominante. Mettendo
ora attenzione alla attuale situazione dei servizi di salute mentale in
Italia, possiamo dire che se questa appare accettabile per quanto riguarda
la quantità, in relazione agli standard previsti dal Progetto Obiettivo
per la Tutela della Salute Mentale e dagli stessi Livelli Essenziali di
Assistenza (anche se si tratta di una media nazionale dove a fronte di
situazione soddisfacenti sussistono aree del paese dove i servizi sono
ancora numericamente del tutto insufficienti), la questione critica riguarda
però la qualità del servizio offerto ed è questo il punto cruciale.
I
Centri di Salute Mentale
(CSM), pressocchè adeguati dal punto di vista quantitativo, pur tuttavia
si presentano per lo più organizzati come semplici ambulatori specialistici,
con lunghe liste di attesa, aperti solo nei giorni feriali, a volte neanche
sulle 12 ore, separati dalla comunità locale. Costruiti e modulati su
logiche privatistiche, caratterizzati da spazi ed arredi asettici, a volte
degradati, troppo spesso vuoti, sembrano adatti all’evitamento della
presa in carico, ad una attenzione superficiale verso i “quasi
normali” e alla rimozione dei “pazienti gravi” che faticano ad accedere
alle cure, che infatti rapidamente vengono rimossi verso le strutture
private convenzionate. Lo
psichiatra riceve su appuntamento per dispensare psicofarmaci, lo psicologo
riceve su appuntamento per dispensare psicoterapia, l’infermiere prende
gli appuntamenti e somministra la terapia farmacologica, l’assistente
sociale riempie i moduli per le domande di invalidità e l’immissione
nel circuito della cronicità. E’
assente o rara la pratica della presa
in carico della persona, della famiglia e del contesto. La visita
domiciliare, in particolare quella infermieristica, è finalizzata per
lo più alla somministrazione dei long-acting. I
promotori del Forum ritengono invece che il CSM, luogo complesso, aperto,
accogliente, mercato, luogo di relazione e di mediazione di oggetti, è
il motore e regista dei percorsi di cura e integrazione sociale dei cittadini/e
nel territorio, percorsi unici, individuali, complessi, per una ricostruzione
di senso, legami e potere contrattuale, quindi ben-essere. Parliamo di
“case”, luoghi aperti sulle 24 ore, 7 giorni su 7, da cui parte il lavoro
verso un territorio dato, con una popolazione definita (non superiore
a 80mila persone), in cui la città e i suoi gruppi formali ed informali
entrano, li attraversano, li trasformano, dove soprattutto, le persone
in crisi devono trovare risposte e, se necessario,
accoglienza anche prolungata, anche notturna. Solo
in presenza di CSM così organizzati, servizi
“forti” per essere permeabili al territorio, sembra essere stata possibile
in Italia l’applicazione piena della riforma. Non abbiamo in questi 25
anni trovato strutturazioni organizzative dotate di una analoga efficacia. Va
sottolineato che il CSM sulle 24 ore richiede una programmazione regionale,
aziendale e dipartimentale lucida, consapevole della necessità di investire
risorse plurime nella salute mentale. La Prima Conferenza Nazionale del
2001 ha posto l’istituzione dei CSM 24 ore come un fattore discriminante
e costituivo di “buone pratiche”. L’esistenza
di servizi forti, ben lungi da essere condizione sufficiente, la riteniamo
comunque condizione necessaria nel senso scolastico della parola: necessario
come “essere così e non poter essere diversamente”. In
assenza di servizi forti, caratterizzati dall’accoglienza sulle 24 ore,
si assiste ad un indiscriminato ricorso al Trattamento Sanitario Obbligatorio
(TSO) o al ricovero in strutture private convenzionate,
dove si esaurisce la responsabilità
del pubblico e da cui spesso, una volta dimessi, le persone ritornano
a carico dei familiari senza un percorso di cura e un progetto di vita.
In assenza di servizi forti le problematiche più cocenti vengono depositate,
a volte senza progetto e/o riferimento con i servizi territoriali, negli
SPDC o sono destinate all’abbandono. I
Servizi Psichiatrici di Diagnosi
e Cura (SPDC) in troppi Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) sono
collocati in luoghi degradati,
situati nei sottoscala o nei piani alti dell’ospedale, privi di spazi
aperti, muniti spesso di grate o di telecamere a circuito chiuso. Con
le porte chiuse verso l’interno e verso l’esterno, fino all’estremo caricaturale
e insopportabile della definizione del tutto extralegale di “reparti per
TSO”. Puramente
medicalizzati, separati nella sostanza dal circuito degli altri servizi
territoriali, come dal resto dell’ospedale generale, forniscono solo risposte
contenitive e dequalificate, cristallizzando e stigmatizzando la sofferenza
della persona come non curabile nel suo abituale contesto. Nella
maggior parte degli SPDC (8 su 10) è frequente, se non routinario, l’uso
della contenzione fisica (a volte, ci si giustifica, “solo per poco tempo
per fare la terapia farmacologica”), ritenuta perfino in alcuni casi strumento
“terapeutico” e non violazione dei diritti umani, evento per noi sentinella
sul quale interrogarsi ed attrezzarsi affinché venga definitivamente abolito.
Negli SPDC si può assistere contemporaneamente al paradosso che
mentre si dimettono impropriamente persone ancora bisognose di cure, affermando
che la legge non permette di trattenere più di 7 giorni (periodo invece
costantemente rinnovabile sulla base della necessità), vengono impropriamente/illegalmente
trattenuti, non si sa in quale regime,
per molti anni persone (quante di queste situazioni esistono?)
senza ormai alcun riferimento territoriale, senza alcun progetto. Siffatti
SPDC, manicomi senza spazio, sono il prodotto diretto ed inevitabile
di una organizzazione che non prevede una risposta alla crisi fuori
dall’ospedale, che non prevede l’accoglienza, anche delle persone in crisi,
in CSM sulle 24 ore. La compresenza
di 16 persone in crisi acuta, in spazi tali, come già descritti, non può
non generare violenza, illegalità. Il
Forum ritiene che l’SPDC, superata la mera funzione di contenimento e
reclusione, costituisca “uno” dei luoghi del DSM deputati al ricovero,
in accordo con il CSM che detiene il progetto terapeutico, utilizzato
soprattutto per persone che necessitano anche di cure ospedaliere. Collocato
come struttura semplice sempre all’interno del Dipartimento di Salute
Mentale, deve condividere e seguire i progetti elaborati dalla struttura
complessa CSM competente territorialmente, a salvaguardia della continuità
terapeutica e dell’espletamento del progetto terapeutico integrato individuale.
Gli
SPDC possono (lo abbiamo sperimentato) essere organizzati come spazi amichevoli,
aperti, attraversabili onde sviluppare le condizioni atte a coniugare
la cura con il rispetto dei diritti e delle libertà individuali. Ciò è
possibile; ma diventa certamente
impossibile se i servizi territoriali non funzionano adeguatamente. In
assenza di CSM sulle 24 ore. I
Centri Diurni
spesso si limitano a raccogliere le persone rifiutate o espulse dai
CSM, diventando luoghi di stazionamento e di intrattenimento che producono
oggetti inutili e dequalificati. Invece
possono e devono rispondere ad una importante funzione formativa ed abilitativa,
essere luogo di costruzione di un progetto, di una azione comune in un
scambio pratico, intellettuale, affettivo. Si
deve sempre evitare che divengano luoghi separati, ma punti di partenza
per integrare le persone in vere
attività anche se per un tempo limitato. Le
Strutture Residenziali hanno
avuto in questi ultimi anni, in particolare dopo il ’98 a seguito della
definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici, una notevole crescita
numerica: dalla ricerca Progres i posti-residenza dei DSM risultano essere
circa 17.000. Peraltro alcune strutture appaiono sovradimensionate nel
numero, 40 e oltre utenti, lontane dalla quotidianità dei paesi e dei
quartieri, anonime, prive di oggetti, regolate ancora da logiche manicomiali.
Spesso separate operazionalmente dal CSM, a volte con
equipe del tutto distinte e con profili professionali inadeguati,
si presentano come totalmente autoreferenziali. Sono per lo più luoghi
da cui non si esce verso forme di habitat/convivenza più autonome e più
integrate nella comunità. Ci
preoccupa l’eccessiva enfasi che negli ultimi tempi viene posta sulle
strutture residenziali, quasi come se gli psichiatri, gli amministratori
e i politici avessero continuamente bisogno di luoghi, spazi definiti
in cui esercitare la cura, il controllo, il potere in cui racchiudere,
alla fine. Il
Forum ritiene, e questa appare una esperienza già presente e possibile,
che vadano sempre più organizzate convivenze
di pochi utenti (5-6) in case di civile abitazione all’interno dei
paesi o dei quartieri cittadini, dove si viva una quotidianità vitale,
da dove si possa uscire, dove nella normalità dell’agire quotidiano si
possa acquisire storia, fiducia, capacità di scelta, possesso di oggetti,
ri-appropriarsi di un tempo e di uno spazio, moltiplicare le opportunità. Infine
vanno riconsiderate alla radice forme consociative di patti regressivi
tra pubblico, privato e privato sociale che costituiscono ormai la cornice
gestionale di tante situazioni residenziali. Questi patti regressivi non sono accettabili, si fondano su una complicità
deresponsabilizzata, si coniugano con interessi non validabili, si originano
da coincidenze di poteri non finalizzati all’emancipazione dei soggetti;
sono l’accettazione di uno status quo, la regola che ne garantisce la
sopravvivenza non il superamento. Ma popolano ormai l’ovunque istituzionale
rendendoli impermeabili alla critica e alle pratiche trasformative, proprio
perché legittimati da interessi convergenti estranei al cambiamento. Occorre
riprendere alla radice, spirito e lettera, della L.328, sull’integrazione
socio-sanitaria, e riformulare radicalmente i patti tra servizi sanitari
pubblici/privato e privato sociale secondo dispositivi innovativi e finalizzati
direttamente non alle strutture ma ai soggetti destinatari, finalmente
re-individualizzati come vuole
la legge e come noi vogliamo che sia. A
conclusione
e per sintetizzare possiamo dire che il Forum vuole più Centri di Salute
Mentale degni di questo nome, sulle 24 ore, più laboratori connessi e
financo confusi con i luoghi della produzione, luoghi di formazione e
di inserimento al lavoro, più case, e, contemporaneamente, meno posti
letto in SPDC, nelle comunità terapeutiche e nelle case di cura, quindi
nessun abbandono, ma una presa in carico della persona sofferente verso
sempre maggiore abilitazione alla vita. In
sostanza si dovrebbe dunque passare da una psichiatria ancora contenitiva
e sempre più elementaristica centrata sull’asse ambulatori-SPDC-case di
cura-strutture residenziali ad una salute mentale integrata nel tessuto
sociale e basata sull’asse
CSM-habitat assistiti-forte sostegno sociale/sanitaria-assistenza
materiale-percorsi di integrazione sociale e di emancipazione-comunità
locale.
Le
risorse umane Non
possiamo chiudere il capitolo dei servizi non accennando alla questione
degli operatori, medici, psicologi, animatori, tecnici della riabilitazione,
educatori, assistenti sociali, socii/e di cooperative… Questione
non marginale è quella dei programmi
formativi universitari avulsi dalla realtà dei servizi, dalle indicazioni
legislative nazionali e regionali, culturalmente lontani dalla vita concreta
delle persone, del tutto irresponsabili rispetto alla funzione di tutela
della salute pubblica in nome della quale fanno parte del SSN. Una
questione irrisolta per quanto concerne la formazione è la difficoltà
da un lato di rendere applicative conoscenze note e dall’altro di suscitarne
di nuove rispetto a problemi irrisolti. L’assunto che sostiene le linee
di intervento formativo deve essere il progetto
individuale che afferma
operativamente la centralità delle
persone e il valore di legame
nelle comunità e quindi il primato di queste nel dispiegare la possibilità
di conoscenze nuove per antichi e nuovi bisogni. Riaffermare il valore
delle persone anche quando disabili, anche quando dementi, anche quando
totalmente improduttive. Riaffermarne il valore vuol dire formarsi per
far di tutto pur di non consegnarle alle istituzioni assistenziali. Riaffermarne
il valore vuol dire formarsi per ricostruire strumenti di aiuto che permettano
di riscoprire che le persone deboli sono
una risorsa e non un peso. Riteniamo
che in presenza di un’episteme “debole” come è quello della psichiatria,
in assenza di certezze, etiologiche e non, la formazione debba essere
fatta (come è stato per il superamento del manicomio) “sul campo”, come
incontro, riflessione, scambio a più voci, a partire dalla specificità
di quel soggetto, la sua storia, il suo contesto, le determinanti in gioco,
le risorse, quelle in campo e quelle da attivare, le opportunità,,,,.
Come interrogarsi, ricercare, sperimentare modelli organizzativi, risposte
in divenire, ricercare altri attori, mettere in gioco altri saperi, favorire
la partecipazione e la fantasia. Ancora,
non è ammissibile continuare a tollerare che nei Dipartimenti di Salute
Mentale vi siano circa ottomila operatori in meno rispetto ai Livelli
Essenziali di Assistenza ed al progetto Obiettivo e che manchino in primo
luogo almeno cinquemila operatori professionali non medici, condizione
essenziale per una psichiatria territoriale. Oltre
la carenza di infermieri territoriali, sono quasi del tutto assenti
animatori, educatori, tecnici della riabilitazione… necessari
per moltiplicare risposte complesse e differenziate. Riteniamo
che la professionalità dell’infermiere territoriale vada rivalutata e
valorizzata anche dal punto
di vista contrattuale. Se opportunamente formati –al di fuori di ogni
identificazione nel medico, quindi nel modello medico-clinico- questi
potrebbero utilizzare
le conoscenze per ampliare la capacità di comprensione dei
bisogni delle persone e dei contesti. La
presenza nei servizi di socii/e di cooperative sociali, quando avviene
in sostituzione e non integrazione
con gli operatori/trici del pubblico, può rappresentare un’ulteriore
criticità anche perché si tratta spesso di operatori sottopagati, spesso
utilizzati solo per le funzioni materiali, non immessi in una progettualità
di emancipazione co-gestita con il pubblico. Non
da ultimo va ribadita la straordinaria qualità di risorse che può ai servizi
provenire dalla protagonizzazione
degli/lle utenti, dei familiari e della comunità civile. Nella realtà,
nonostante gli enunciati, mal si sopporta la presenza dei familiari nel
servizio, si attivano tutti i meccanismi espliciti ed impliciti per destituire
di ogni valore il punto di vista, la parola degli utenti, né si è attenti
alle possibili risorse della comunità e delle municipalità per lo sviluppo
dei percorsi emancipativi. L’analisi
delle criticità fin qui fatta non può, né vuole oscurare tutto quello
che negli ultimi 40 anni il processo di deistituzionalizzazione nella
psichiatria e la chiusura dei manicomi hanno prodotto in Italia e nel
mondo. Nè
l’analisi vuole negare le buone
pratiche dei molti operatori e dei servizi, ormai
disseminati in tutte le aree del nostro paese, non riconoscere
l’impegno di quelle Regioni (poche) che hanno assegnato il 5% del fondo
sanitario regionale per la salute mentale e non si siano a ciò limitate,
l’impegno di quei Direttori Generali (pochi) che stanno impiegando le
risorse ottenute dall’alienazione dei beni degli ospedali psichiatrici
per l’implementazione dei Dipartimenti di Salute Mentale, i percorsi di
ripresa fatti dalle persone
con grave sofferenza, l’impegno delle cooperative di produzione lavoro,
delle associazioni di cittadini, familiari, dei professionisti, scrittori,
poeti, imprenditori che accompagnano pezzi di percorso dei servizi e delle
persone. Tanto
più, citando Franca Ongaro Basaglia, poichè “è stato ed è ancora possibile
rispondere in modo diverso alla sofferenza mentale, è stata completamente smentita la necessità scientifica e politico-sociale
dell’internamento, è stato
possibile radere al suolo il manicomio e la manicomialità attraverso la
creazione di risposte vere, vicine alla sofferenza della popolazione,
coinvolgendo la popolazione stessa in questa operazione questo significa
che sono state infrante le certezze
di una scienza e di una politica che continuano a tutelare discriminazione
e disuguaglianza”. Soffermiamoci
su tre punti particolarmente critici: OPG, psicofarmaci, contenzione,
Ospedali Psichiatrici Giudiziari e salute mentale in carcereRiteniamo
inutile ribadire in questa sede l’assurdità e la violenza dell’OPG.
Non è possibile un OPG “migliore”, l’OPG va definitivamente superato. Permane
da alcuni anni pressoché stabile il numero di internati/e nei 6 OPG, circa
200 per ogni istituto, con una lieve flessione verso l’alto, in particolare
per le donne; da anni i disegni di legge per il superamento degli attuali
OPG rimangono senza alcun riscontro legislativo. Permane, pur a fronte
di piccoli e stabili numeri una cultura pronta a re-invadere la convivenza
civile, che pretende di continuare ad assimilare pericolosità e diversità. Di
contro ai dibattiti, alle ricerche e alle prese di posizioni sugli articoli
88 e 89 del C.P. (capacità di intendere e di volere), appare carente un
impegno operativo per il superamento degli OPG, e questo oggi vogliamo
sottolineare. Esiste
un grande margine di azione da parte degli operatori/trici dei Dipartimenti
di Salute Mentale sia per una presa in carico dell’utente che ha commesso
reato per evitare l’invio in OPG, sia per la dimissione degli attuali
internati/e negli OPG attraverso specifici
progetti individuali di deistituzionalizzazione. A
questo proposito va ricordato l’impegno di gruppi regionali che in Campania
e in Sicilia da 2 anni stanno lavorando per la dimissione dei ricoverati
dagli OPG di Aversa, Napoli e Barcellona. Riteniamo
oggi di poter dire che gli OPG permangono anche per responsabilità dei
DSM. La questione dell’OPG necessita di essere significativamente affrontata
da parte dei DSM attraverso la presa in carico dei loro pazienti internati,
da primo affrontando le situazioni più immediate e possibili (già il Ministero
di Giustizia afferma che il 20% dei ricoverati siano internati per reati affatto minori e con indice di pericolosità
del tutto “evanescente”) e insieme impedendo nuove ammissioni e bloccando
il flusso di invio dal carcere. Una
azione importante di erosione dell’OPG, di significativa diminuzione del
numero degli/lle internati potrà forse mettere l’attenzione sulla necessità
della chiusura dello stesso (come già è avvenuto per l’ospedale psichiatrico)
attraverso misure “speciali”, in quanto fortemente individualizzate, per
chi rimane. Un
impegno particolare investe quelle ASL nel cui territorio insistono gli
OPG, cadendo su di loro la residenza anagrafica dei lungo-degenti; pertanto
vanno immaginati progetti finalizzati regionali che impieghino fondi aggiuntivi
per affrontare questi programmi di deistituzionalizzazione. La
questione della salute mentale in
carcere, ad eccezione di poche situazioni italiane, risente a tutto
campo della non applicazione del decreto n.230 del 1999 per il riordino
della medicina penitenziaria, anche nelle 6 regioni individuate per la
sperimentazione. Il
Forum vuole ribadire il proprio dissenso contro ogni forma di doppio
binario, ed affermare la necessità di un rapido trasferimento delle
competenze dalla medicina penitenziaria a quella ordinaria, contro tutte
le resistenze di ordine preminentemente economico-corporativo. I
servizi territoriali di salute mentale devono assicurare la continuità
assistenziale per gli/le utenti che finiscono nel carcere, anche per contrastare
il ricorso da parte del carcere all’OPG, per affrontare e rispondere alla
sofferenza aggiunta prodotta dall’internamento e assicurare strumenti
di reintegrazione sociale dentro e fuori dal carcere. Ma
come si può immaginare che possano fare questo DSM che nella maggior parte
del paese sono funzionali e non strutturali, quindi con nessuna capacità
di governo delle risorse e incapaci di coordinare alcunché, perché privi
di una responsabilità effettiva? Gli psicofarmaci
Riteniamo
che la “questione degli psicofarmaci”, sottovalutata nella sua complessità
anche nelle pratiche più avanzate vada riproposta all’attenzione, proprio
perché intorno agli psicofarmaci le multinazionali del farmaco in perverso
intreccio con le università hanno ricostruito, dopo la riforma, l’artefatto
della divisione tra psichiatria biologico istituzionale e psichiatria
sociale. Assegnando alla prima il compito di fornire e legittimare l’idea
di avere le chiavi e la conoscenza dell’organo, e il modo con cui aggiustarlo,
e alla seconda il compito di sostenere l’uso indifferenziato ed esteso
degli psicofarmaci nella popolazione, integrandosi con i medici di medicina
generale. Alla produzione partecipa la psichiatria biologica universitaria.
La vendita è promossa dalla psichiatria dei servizi e dai medici di base.
La verità è che da 50 anni non sono stati fatti significativi passi avanti
nella ricerca di nuovi prodotti ed assistiamo ad un continuo riciclo,
a prezzi superiori e a volte esorbitanti, di molecole note, anche se ripulite
e meglio conosciute. Nella
prassi dei servizi di salute mentale, l’uso di farmaci da ausilio alla
cura si trasforma nell’intervento principale, che declassa tutto il resto
a puro intervento satellite, a
mera pratica di supporto alle terapie farmacologiche stesse. La ricaduta
sui servizi è notevole. Si crea un circolo vizioso in cui la necessità (vera o presunta)
di somministrare farmaci giustifica
perfino pratiche repressive come la contenzione. Di
fronte alla “efficacia” del farmaco, cioè alla sua capacità di dare risposte
rapide, gli operatori non medici della psichiatria hanno spesso accettato
un ruolo di “contorno”. Alcuni medici, dal canto loro, hanno rinunciato
ad essere promotori di processi di cura articolati, in cambio di un indiscusso
primato all’interno dei servizi
e di una nuova immagine “professionale” da camice bianco ed esperto
del cervello. Si aggiunga inoltre che le multinazionali del farmaco, finanziando
ricerche universitarie, intervengono pesantemente anche sui manuali statistico-diagnostici. La
miopia, se non una vera e propria cecità, di fronte al preteso primato
della terapia farmacologica
è grave e travalica gli stretti limiti della psichiatria abbattendosi
su altre istituzioni. Sul carcere, dove gli psicofarmaci vengono usati
a sproposito per mille ragioni fra cui alcune strettamente connesse alle
pratiche detentive e punitive; sulle case di riposo, dove servono ad adattare
comportamenti disturbanti e noiosi da sindrome istituzionale degli anziani; sul sistema scolastico, sui centri di permanenza temporanea
( per gli/le immigrati extracomunitari) e infine sulla società in generale. La contenzione
La
buona pratica non parte da un gesto generoso del medico verso la persona
sofferente, gesto che può essere tradito mille volte al giorno da un dolore
più o meno nascosto, da una aggressività con o senza giustificazione,
da una violenza che ferisce. La buona pratica è il risultato di una volontà
collettiva di partire comunque dal rispetto e dalla libertà della persona
che spesso proviene da una storia in cui questo rispetto e libertà sono
venuti meno o non sono mai esistiti. La buona pratica cresce e si sviluppa
attorno a questo nucleo centrale, da cui si dipana ogni altro intervento. La
contenzione blocca questo sviluppo nell’atto stesso che parte dal massimo
dell’umiliazione e della mortificazione della persona e ripropone la copertura
della nostra incapacità ad affrontare
diversamente la sofferenza e la violenza, con una risposta irresponsabile
di violenza e di difesa di sé, di violenza da parte del più forte, di
chi è in condizione di porre una distanza fra sé e l’altro: il ruolo,
le regole, l’istituzione, il potere. Contro
tutto questo si è lottato per anni e si è dimostrato possibile perseguire
altre strade con il supporto di operatori/trici formati e motivati che
reggano l’impatto senza ferire, senza umiliare, con la costruzione di
un ambiente e di un clima non violento, libero nel suo complesso, che
fa capire come altri passi siano possibili e
della stessa natura. La
contenzione blocca ogni passo successivo. Contamina e rafforza il sopravvivere
di vecchie tradizioni nelle case di riposo e nei servizi per anziani,
negli istituti per handicappati, nei reparti di geriatria, di medicina
…. per facilitare l’immobilità, per preservare dal danno… alla fine
per semplificare il lavoro di medici e infermieri. 3.
Nuovi soggetti/ Nuove questioni Nuovi
soggetti e nuove questioni sono emersi sulla scena con forza negli ultimi
anni; soltanto di alcuni scegliamo a parlare: le famiglie e le associazioni,
il rapporto tra pubblico/privato/privato sociale, gli/le immigrati. Delle
persone con l’esperienza del disturbo mentale e delle loro associazioni,
dei percorsi di ripresa e del protagonismo, decidiamo di non parlarne
ora. Consapevoli di quanto ci determinano e di quanto segnano
i momenti più alti dei processi di cambiamento. Intorno
a questo dobbiamo ulteriormente operare per promuovere insieme
percorsi, spazi, confronto. Le famiglie e le associazioni Il
cambiamento della scena della cura dal manicomio al contesto ha determinato
l’emergere di nuovi soggetti: le persone con disturbo mentale e i loro
familiari. La
famiglia, nella psichiatria manicomiale, fatte salve alcune eccezioni,
era il luogo delle tare ereditarie, che sarebbero state all'origine del
disturbo mentale. Di qui stigma e pregiudizi che hanno costretto per secoli
alla disperazione, al ritiro,al silenzio, alla vergogna. Con
fatica la famiglia sta abbandonando questa dolorosa posizione anche se
nuovi modelli teorici e conseguenti
scelte terapeutiche danno alla presenza delle famiglie diversa rilevanza
e spesso le strategie d’intervento escludono
rigidamente i familiari, non considerano i loro bisogni, assumono
atteggiamenti colpevolizzanti. Molti operatori vivono come fastidiosa
e ingombrante la presenza dei familiari e alimentano conflitti e comportamenti
di difesa. I
servizi che veramente lavorano nella comunità al contrario hanno bisogno
di riconoscere i familiari per
trovare con loro obiettivi comuni e valorizzare nuove risorse. Bisogna
prima di tutto riconoscere che essi sono soggetti che interagiscono col
servizio e con la persona con disturbo mentale sullo stesso piano. Questo
è il senso del dialogo a tre voci
che deve essere avviato, sostenuto e valorizzato. I familiari sono portatori
di domande e bisogni propri. E’ dando credito a queste domande e cercando
faticosamente riposte a questi bisogni che può avviarsi un confronto reale
che alimenti consapevolezza e responsabilità di tutti gli attori presenti
sulla scena. In questa cornice sono possibili alleanze e percorsi comuni
al riparo dal rischio di manipolazioni, ricatti, inutili conflitti. Le
associazioni sono nate ed
agiscono per affermare e garantire prima di tutto il diritto alla
cura, a volte sono partite da punti di vista diversi, ma sono saldamente
unite dallo sforzo di contribuire a migliorare la qualità delle cure riducendo
il disagio e tutte sottolineano gli stessi problemi: Il
carico assistenziale
della persona con disagio mentale in rapporto alle insufficienze
dei servizi di salute mentale. La
colpevolizzazione che
le
famiglie vivono in quanto vengono ritenute responsabili del disturbo mentale.
Questo modo di vedere viene
alimentato anche dagli stessi
operatori dei servizi. Il
problema della lontananza dei servizi
e della loro discontinuità nei programmi
di lungo periodo. I familiari la
giudicano un ostacolo insormontabile ai percorsi della guarigione.
I
diritti e le libertà
della persona affetta da disturbo mentale, che, quando trascurato, determina
l'abbandono e contribuisce all’emarginazione. Le
associazioni richiedono leggi rispettose della dignità delle persone e
la disponibilità di risorse e percorsi adeguati per garantire una vita
sociale, una casa, la formazione, il lavoro. Su
questi obiettivi tutte le associazioni sono concordi. Le
differenze si riscontrano sulla concezione
della persona con disturbo mentale. Per
alcune associazioni, una persona "irresponsabile ed incapace",
che necessita di tutela, di maggiori automatismi nei trattamenti obbligatori,
di tempi di ricovero più lunghi, di riconoscimento per legge di uno statuto
di handicap. Per
altre associazioni invece, una persona che deve avere diritto ad una crescita
personale, alla sua autonomia, ad una collocazione nella società
attraverso percorsi di normalità. Queste associazioni chiedono
anche una maggiore disponibilità del servizio a farsi carico o a condividere
le situazioni di crisi, un minore ricorso ai ricoveri obbligatori e l’abbandono
di tutte quelle situazioni di costrizione che aumentano la drammaticità
dei trattamenti e ne riducono l’efficacia. Se
il forum non può condividere talune soluzioni, proposte caratterizzate
da visioni arcaiche e non utili per le persone con disturbo mentale, ritiene
in ogni caso di dover operare per affrontare i problemi che le associazioni
pongono. Problemi che sono nati sempre e comunque dallo scollamento tra
le aspettative di emancipazione e la miseria spesso colpevole
delle risposte. Anche
quando si colloca in modo ostinato in uno scenario conflittuale e di rivendicazione
fuori dai servizi o addirittura in lotta con questi, quando rischia di
rimanere estraneo alle dinamiche politiche e sociali della comunità l'associazionismo
deve essere visto come una spinta alla realizzazione dei servizi territoriali,
delle opportunità di cura e più in generale delle politiche relative alla
salute mentale. Il rapporto tra pubblico, privato e privato socialeIl
60% dei letti per acuti e post acuti e l’80 % dei letti per cronici sono
oggi gestiti in Italia dai privati: cliniche convenzionate le prime, strutture
protette del privato sociale le seconde. A questo si aggiunga il 90% degli
psicogeriatrici e dei minori gestiti in strutture private del terzo settore.
Le convenzioni sono gestite direttamente dalle regioni e dalle ASL in
trasmissione diretta burocratico amministrativa. I DSM, troppo spesso
voluti inesistenti come responsabili ed organizzatori dei fattori produttivi,
sono stati posti al margine di questa enorme area business, che si gonfia
sempre di più spinta avanti da amministratori e politici che pensano di
guadagnare e gestire consenso facendo leva sul desiderio di sicurezza,
di buone cure, di efficienza dei servizi, di concreta solidarietà, aumentando
il potere delle istituzioni direttamente scelte dai cittadini e quindi
private. Rimane
quindi sostanzialmente critica l’annosa questione del rapporto pubblico/privato/privato
sociale. Questo rapporto è sempre difficile e ambiguo, quando si sostanzia
come delega o come affidamento di sofferenza non “gestibile” da parte
di un servizio pubblico spogliato di ogni potere ad affrontare questa
sofferenza nel suo diverso esprimersi, e in particolare nelle cosiddette
forme di “cronicità vecchia e nuova” prodotto di fatto della inadeguatezza della cura e presa in
carico da parte dei servizi stessi, più intenti alle funzioni residuali
di regolatori del traffico verso i privati che all’esercizio di una funzione
cui hanno rinunciato. Il
rapporto con il privato e, particolarmente con il privato sociale, potrebbe
invece trovare senso e reciproca utilità quando vincolato fortemente a
strategie terapeutiche uniche e sempre governate dal servizio pubblico
e soprattutto alla costruzione di un prodotto di concreti diritti. Quando
il pubblico smetta di appaltare “strutture” e pagare per rette, ma si
confronti con il privato costruendo co-gestione su progetti terapeutico-riabilitativi
individuali, che prevedano la corresponsabilità anche della municipalità,
come pure tendano a rendere partecipe il soggetto e la sua famiglia. Ma
riteniamo che lo stesso privato sociale deve necessariamente rilanciare
una sua sfida, rivisitare regole ed organizzazione, espellere quelle parti
di sé disponibili solo a patti regressivi con il pubblico, speculativi
e non emancipativi. Riunificare ciò che è stato diviso (cooperative A
e B), abbandonare la stagione degli appalti e dell’economia di guerra.
Garantire l’applicazione del contratto di lavoro per i/le socii/e, garantire
a questi/e formazione e partecipazione democratica alla vita della cooperativa.
Ri-organizzarsi su dimensioni di piccola scala e territoriali contro le
mega-cooperative. Vincolarsi a
pratiche di sviluppo locale sostenibile. Cimentarsi con la ri-costruzione
dei diritti veri (casa, lavoro, affettività) delle persone escluse, delle
loro famiglie e della comunità. Compito
improrogabile è quello di rivedere le legislazioni regionali costruendo
forti sistemi incentivanti per le cooperative sociali che inseriscono
nella loro compagine almeno il 30% delle persone svantaggiate, indipendentemente
dalla tipologia dell’oggetto sociale, e disincentivando quelle che non
lo fanno. Eliminando così un paradosso che vede nelle cooperative A le
uniche organizzazioni del lavoro senza obbligo di inserimento delle persone
con disabilità sociale. Vanno
in molte regioni ancora risolte le ambiguità di certe proposte di accreditamento
-tese a favorire precipuamente il privato speculativo- che nascondono
una delega omissiva da parte del servizio pubblico a quello privato che
a sua volta usa la scarsa contrattualità di scelta dei soggetti come vantaggio
obbligato alla propria organizzazione. Gli/Le immigrati/eAmmesso,
e non concesso che si possa promuovere la salute mentale con le immigrate
e gli immigrati in presenza di una legge come la Bossi Fini che ha nei
suoi principi la sottrazione e la negazione di diritti fondamentali, va
precisato che il coinvolgimento delle municipalità nella promozione di
azioni volte all’integrazione sociale di queste persone è condizione indispensabile.
Le
frammentarie conoscenze della psichiatria denominatasi
transculturale non devono servire a trasformare in teoriche osservazioni
i prioritari bisogni di integrazione sociale di queste persone. Oggi
appare necessario nella logica dell’”etica
dell’accesso” (Saraceno) porre attenzione ai problemi
messi in campo dalle molteplici diversità etniche, religiose, linguistiche,
culturali, genetiche… che costituiscono le nostre comunità territoriali.
Ciò non significa costruire servizi separati, ma organizzare sempre più
servizi accessibili a tutti, che garantiscano accesso alle cure ma anche
ascolto, sostegno, scambi, opportunità materiali ed affettive, evitando
la medicalizzazione di diverse espressività che non sempre corrispondono
a segni di malattia. Le
questioni proprie dei servizi di salute mentale si ripropongono con particolare
drammaticità in riferimento ai minori, agli anziani, alle persone disabili,
ai tossico dipendenti…. Attraversano in sostanza le “aree ad alta integrazione
socio-sanitaria” e si ripropongono sull’intero campo del servizio sanitario
in Italia. Nell’area
dei bambini e degli adolescenti, così come di nuove patologie delle libertà
non si creano servizi interdisciplinari capaci di mettere a frutto quel
che una buona organizzazione dei distretti socio-sanitari potrebbe offrire. Atti
legislativi fondamentali hanno definito i livelli essenziali di assistenza
attribuendo ai Distretti la titolarità dello stato di salute della popolazione.
Lo sviluppo però dei servizi e delle pratiche connesse è stato deficitario:
solo in poche Aziende Sanitarie i Distretti si sono strutturati
come servizi “forti”. Servizi cioè in grado di farsi carico della salute complessiva
dei cittadini di un’area territoriale, o meglio di una comunità; forti
perchè dotati di autonomia tecnico-gestionale, economico-finanziaria e
di tutte le risorse necessarie. Anche
laddove i Distretti si sono sviluppati a volte non si sono radicate “buone
pratiche” territoriali: i servizi piuttosto che sostenere la persona nel
proprio habitat, garantendole livelli di benessere adeguati, hanno
prodotto abbandono e malessere. Questo
malessere ha contribuito a determinare cambiamenti poco significativi
nella domanda di salute dei cittadini che continuano a rivolgersi prevalentemente
all’ospedale, delegando a questo la responsabilità del percorso di cura. I
dirigenti e gli operatori del Distretto, formati prevalentemente sul modello
medico-igenistico e medico-legale, non vedono o trascurano gli elementi
di contesto fondamentali nella scelta terapeutica; non attivano quelle
reti formali ed informali che, se presenti, possono garantire il raggiungimento
di un risultato complessivo; non ipotizzano gli eventuali sviluppi derivanti
dal coinvolgimento e dalla partecipazione di altri soggetti nei percorsi
di salute; alla fine non immaginando nuove possibilità sono i primi a
sentirsi rassicurati dal ricorso all’ospedale. In
questi due giorni di discussione ci aspettiamo molti interventi su questo
tema che diano la possibilità di modulare e di articolare proposte per
mettere le basi per la costituzione di un Forum per la Salute più ampio
ed articolato. Non
sappiamo come procedere per quanto riguarda le forme organizzative da
darci, percependone in qualche misura il bisogno ma contemporaneamente
volendo rifuggire da formule già note, avendo insieme l’esigenza di incidere,
di differenziare, di non confonderci, di non venire confusi e nello stesso
tempo di non escludere dal dibattito.
Consapevoli che il contributo a più intelligenti e adeguate politiche
di salute mentale può e deve venire dagli attori più svariati, da pensabili
organismi e da impensabili esperienze. Movimenti
molto ricchi sono comparsi sulla scena negli ultimi anni: con essi e ad
essi guardiamo con grande attenzione confidando di poterci connettere
con il lavoro di una grande intelligenza collettiva. Una
sola preghiera rivolgiamo a tutti: che tanti aderiscano a questo Forum,
ma solo se veramente convinti di quanto qui affermiamo, e disposti a praticarlo.
Ci impegniamo comunque a
creare occasioni e modi di confronto con chi la pensa diversamente. Quel
che veniamo dicendo costituisce l’identità di questo Forum, che speriamo
venga arricchito da mille pratiche, mille idee e mille esperienze, ma
che già esiste e in modo imprescindibile richiede, non per arroganza ma
per chiarezza, l’adesione convinta a questo documento e l’impegno, per
quanto uno può, a portarne avanti i contenuti. Abbiamo
da sempre riconosciuto il grande valore teorico dell’ossessivo richiamo
di Franco Basaglia al privilegio delle pratiche e lì ci vogliamo collocare.
Vogliamo ribadire il primato della
pratica non solo come mero “fare”, ma come produttrice di altra realtà
e di altra cultura quando agiamo contemporaneamente sulla struttura materiale
delle istituzioni, sul pregiudizio scientifico, sui rapporti di potere,
sui legami sociali, quando operiamo per una universalizzazione dei diritti
e delle libertà individuali. A
partire da una pratica di deistituzionalizzazione vogliamo affermare che
cittadinanza e salute sono inscindibili
e un deficit dell’una comporta un deficit dell’altra. L’elaborazione
del mandato sociale come controllo
non può che partire dalla tutela e difesa dei diritti delle persone a
più bassa contrattualità sociale. A fronte delle universali dichiarazioni
a favore dell’inclusione e dell’integrazione sociale, in generale smentite
da altrettanto universali e generali politiche, ci permettiamo di voler
lavorare per delle pratiche concrete quand’anche singolari che inverino
tali principi. Sappiamo
da tempo che nel nostro agire vanno contemporaneamente affrontati i problemi
posti dai servizi deputati (loro architettura, risorse destinate, codici
di comportamento, proceduralità amministrative, strumentazioni professionali,
tipologie, accrediti ecc.
) unitamente ai problemi posti dai sistemi istituzionali in cui i servizi
sono inseriti ( il campo sanitario generale, l’applicazione della legge
328, la più vasta realtà delle istituzioni escludenti, in primis l’immenso
bacino degli istituti per anziani e insieme ancora la qualità delle politiche
complessive di welfare, le non qualità di uno sviluppo insostenibile,
le integrazioni negate). Qualità
dei servizi, qualità sociale, capitale sociale, sviluppo umano sostenibile,
welfare dei cittadini sono questioni non disgiungibili ma che non ci autorizzano
mai a scivolare da un problema all’altro, obbligandoci invece a saperle
articolare dentro i ruoli specifici, i quotidiani compiti e ancora una
volta pratiche coerenti e trasparenti. In
un welfare dei cittadini la persona riprende
una parte di diritti e di potere che gli erano stati tolti o che
aveva dato in delega alle istituzioni-mercato. La persona è bene pubblico
e fondamento delle istituzioni pubbliche e comincia ad affrancarsi dalla
schiavitù dei consumi e richiede indietro il proprio destino, reso mercato
e venduto come prestazione o tecnica. In
un welfare dei cittadini si determina una sorta di “globalizzazione”:
la messa in rete del valore della persona, della comunità locale, dell’ambiente,
dei prodotti, delle esperienze e dei risultati ottenuti nell’esercitare il diritto
ad occuparsi degli altri. Su questo fronte si deve ritrovare il legame
tra servizi e comunità. Leggendo
la prima lista degli aderenti al Forum, abbiamo trovato il nome di Lorenzo
Bignamini, psichiatra ucciso da un altro psichiatra. Ci
siamo impegnati a trovare un modo per ricordarlo, ma finora almeno poter
dire che l’esposizione di un operatore, la sua assunzione di responsabilità,
il rischio ineluttabile a ciò connesso, resta un valore, il valore connesso
al rischio della scelta. Rischio ed esposizione che non vorremmo facessero
“un passo indietro” come molti fanno e propongono, ma un passo avanti
divenendo rischio e protezione
di un gruppo, di una équipe, di un servizio intero, stile di lavoro collettivo
che si fa protezione degli uni e degli altri (operatori ed utenti), sostegno
e ragione più forte, contesto di senso, inveramento di motivazioni all’aggregazione. In realtà null’altro che l’elevazione della soglia di responsabilità collettivamente intesa, congiuntamente agita è ciò che questo Forum a tutti vorrebbe proporre, da tanti ottenere. |
||||||