Si
è tenuto a Merano il 21, 22 e 23 di novembre il convegno “Soteria
e no restraint”. Il convegno è stato sponsorizzato dalla Provincia
Autonoma ufficio aggiornamento per il personale laureato, e dall’Azienda
Sanitaria. Il primo giorno il convegno ha avuto luogo presso l’ospedale
“Franz Tappeiner”, il secondo e il terzo nella casa Basaglia. Ciò
per consentire il primo giorno di visionare direttamente il Servizio
Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale di Merano a quanti
volessero verificare quanto veniva detto in sala, nei giorni successivi
per permettere di verificare quanto le alternative all’ospedalizzazione
siano indispensabili a limitare il ricorso all’ospedalizzazione
dei casi psichiatrici acuti allo stretto necessario. Soteria è una
parola greca che significa salvezza. Il dott. Loren Mosher inventò
negli anni ’70 in California una comunità per giovani psicotici
che veniva gestita liberamente, con le porte aperte e senza contenzioni.
Il modello si estese successivamente alla città di Washington D.C.
e quindi sbarcò in Europa. Una simile comunità venne realizzata
a Berna e quindi vennero aperti dei reparti con elementi di “Soteria”
in diversi ospedali psichiatrici tedeschi e austriaci. Nel frattempo
Franco Basaglia a Gorizia iniziava a sciogliere le contenzioni estendendo
lo stesso concetto a tutto quell’ospedale psichiatrico. Quel modello,
detto di “no restraint” (“keine Fixierungen”) fu esteso in Italia
a diversi ospedali psichiatrici di Italia e portò alla riforma psichiatrica
italiana, con la legge 180-833 del 13 maggio 2008, di cui nel prossimo
maggio 2008 ricorre il trentesimo anniversario. Nell’applicazione
pratica della legge 180-833 tuttavia non tutta la psichiatria del
Paese rispettò la regola fondamentale di non legare mai i pazienti
ai loro letti. La ricerca progress acuti nel 2004 dimostrò infatti
che nei 321 reparti psichiatrici ospedalieri di tutto il Paese nell’85%
dei casi sopravvive la pratica della “contenzione”. Ciò significa
tuttavia che nel 15 dei reparti psichiatrici negli ospedali non
si lega mai. E il fatto che ciò si faccia significa che è possibile,
se lo si vuole. In quindici SPDeC del Paese non solo non si legano
mai i pazienti ai loro letti, ma anche si opera con la porta aperta.
Uno di questi è il Servizio Psichiatrico ospedaliero di Merano.
La porta aperta non significa in nessun caso abbandonare i pazienti
tuttavia. Ed è questo che il pubblico di esperti fu invitato a verificare
di persona il primo giorno del convegno.
Il
primo giorno si è susseguita una carrellata di intervenuti nordamericano
ed europei. Prima la vedova del dott.Loren Mosher, la signora Judy
Schreiber da San Diego in California. Poi il dott.Jean Luc Roelandt
da Lille (F) che ha portato i saluti del dott. Matt Mujen, direttore
dell’ufficio europeo della WHO (Copenaghen). Il prof. Hans Pfefferer
Wolf dell’Università di Hannover, il dott. Thodoros Megaloeconomou
da Atene, il prof. Vito Flaker, dell’Università di Lubiana e molti
altri.
Il
secondo giorno è stata la giornata degli intervenuti italiani, rappresentanti
di realtà dove si opera senza contenzioni. Il dott. Gaetano Interlandi,
da Caltagirone (CT), il dott. Luciano Sorrentino da Torino, la dott.ssa
Horska da Perugina, il dott. Gallotta da Roma, il dott. Mezzana
da Trieste. Tutti questi ed altri hanno portato il loro contributo
spiegando come essi realizzano lo scopo di ridurre la repressività
del loro approccio psichiatrico in ospedale.
Il
terzo giorno una tavola rotonda ha visto assieme il parlamentare
europeo Joseph Kusstatscher dei Verdi, il segretario confederale
Alfred Ebner della CGIL/ASGB, la dott.ssa Enrica Dal Negro, in rappresentanza
del dott. Andreas Fabi, direttore Generale dell’Azienda Sanitaria
dell’Alto Adige e della dott.ssa Irene Pechlaner, direttrice del
comprensorio sanitario di Merano. Inoltre la signora Margit Morini,
presidente dell’Associazione Parenti e amici degli ammalati psichici
della provincia di Bolzano, il dott.Friedrich Walburg, presidente
dalla DGSP (Deutsche Gesellschaft fuer Soziale Psychiatrie) di Koeln.
Si addivenuti alla conclusione che la contenzione, al pari della
tortura, è da superare in tutta Europa, oltreché nel resto dell’Italia
e che vanno chiusi gli ospedali psichiatrici negli altri Paesi europei
sul modello italiano.