|
MANTOVA - Il nome
esatto è Ospedale psichiatrico giudiziario, ma tutti lo chiamano
manicomio criminale. Quel posto lì, insomma, dove sta rinchiuso chi ha
ucciso per colpa della follia. Lì dentro esiste da qualche mese, ma
nemmeno molti addetti ai lavori lo sanno, un nuovo reparto.
Sperimentale: sarà per questo che non l'hanno fatto troppo sapere in
giro.
Ci stanno dei ragazzi, prelevati dagli istituti dove scontano le loro
condanne. Quel che tutti gli addetti ai lavori sanno bene, invece, è
che la legge vieta di rinchiudere dei minori in un ospedale psichiatrico
giudiziario.
Diciamo allora che, negli ambienti della psichiatria, c'è chi si è
parecchio allarmato per questa misteriosa novità. La questione è stata
sollevata all'ultimo Forum per la salute mentale. Ha cominciato a
circolare. Tiziana Valpiana, parlamentare di Rifondazione, ha presentato
un'interrogazione al ministro della Salute: Castiglione delle Stiviere
è infatti gestito, in base a una convenzione con il ministero della
Giustizia, dalla sanità pubblica della Lombardia. Ha risposto il
sottosegretario Cesare Cursi: il reparto per i minori è collocato in
un'ala separata, "garantendo così la non commistione con gli
adulti per tutte le fasi del processo terapeutico".
Risposta insufficiente, ha ribattuto la Valpiana: "È una cosa
fuori dalla grazia di Dio. Si tratta di una soluzione inaccettabile e
indegna di un paese civile, che non può rinchiudere minori in un
ospedale psichiatrico giudiziario. È una collocazione assolutamente
inadatta ai minori e tale da precludere ogni speranza di recupero e
reinserimento sociale, considerato che i minori, anche quando sono
autori di reato e di difficile gestione, hanno bisogno di essere
sostenuti all'interno di strutture adeguate a questa finalità".
Aggiunge che la sperimentazione - non si sa bene da chi voluta e
avviata, e in base a quale ragionamento - le sembra
"pericolosa" e figlia "delle spinte giustizialiste del
ministro Castelli". Il reparto sperimentale è un piccolo reparto.
Spiega Antonino Calogero, direttore dell'ospedale psichiatrico: "Può
ospitare al massimo dieci ragazzi. Ora ne abbiamo quattro. Nei mesi
passati, dopo l'avvio in luglio, ce ne sono stati al massimo sei,
contemporaneamente. Il reparto è stato ricavato accanto a quello
femminile. Non c'è alcuna possibilità di incontro con i degenti
adulti, e anche lo staff è diverso: uno psichiatra, uno psicologo, due
educatori, un infermiere professionale, undici assistenti".
Aggiunge che la sperimentazione "nasce dalla necessità di far
fronte ai problemi psichici emergenti fra i minori detenuti".
Questa, dice, "è l'ultima ratio, o almeno così ha
funzionato".
Come sono stati scelti i ragazzi per il reparto sperimentale? Uno
psichiatra che vuole rimanere anonimo dice: "Li hanno convinti
dicendo che a Castiglione si sta bene, e che c'è anche la piscina. Poi,
una volta verificato che il regime era stretto, sono cominciati i
problemi e i tentativi di fuga". Il direttore Calogero dice che
sono stati "inviati da Roma su segnalazione dei centri per la
giustizia minorile, in base ad alcune caratteristiche della diagnosi,
delle motivazioni, del percorso". Il sottosegretario Cursi
specifica nella sua risposta all'interrogazione dell'onorevole Valpiana:
"La comunità ha accolto sino ad oggi complessivamente otto minori
che hanno riscontrato disturbi della personalità di tipo borderline
(due minori), disturbi di grave condotta (due, di cui uno associato a
ritardo mentale), disturbo antisociale (uno) e schizofrenico (uno),
nonché portatori di disturbo di personalità paranoidea (uno), e un
minore con diagnosi da definire". Il corsivo è nostro: forse non
sono andati per il sottile.
Quello che non dice è che, verosimilmente, si tratta in grande
maggioranza di ragazzi con problemi di tossicodipendenza. Questa è la
realtà delle carceri minorili ( e di quelle dei grandi, peraltro).
Problemi che, di norma, si affrontano all'interno delle comunità e non
certo degli ospedali psichiatrici. I "disturbi di grave
condotta" e i "disturbi antisociali" sono pane quotidiano
negli istituti, ma nessuno aveva mai pensato di curarli con
l'isolamento. Nessuno che, ovviamente, non si ponesse innanzitutto
l'obiettivo del contenimento, dell'ordine da mantenere. Questi di
Castiglione delle Stiviere sono tutti ragazzi segnalati dai centri di
giustizia minorile, dice il direttore. Chissà quali. Da queste parti
nessuno lo sapeva.
Non sapeva della sperimentazione Livia Pomodoro, presidente del
Tribunale per i minori di Milano. Non sapeva Emilio Quaranta,
procuratore dei minori di Brescia. Cade dalle nuvole anche don Gino
Rigoldi, cappellano del carcere minorile milanese Beccaria: "Qui da
noi, come altrove, se ci sono ragazzi con problemi psichici, si provvede
con il trattamento interno. È una cosa assolutamente nuova che si pensi
a una struttura apposita: in 32 anni che faccio questo mestiere non ne
ho mai sentito parlare. Sono molto preoccupato, perché si sa che, fatto
un ospedale, si trovano poi i malati".
Che il problema esista, questo è certo: c'è un grosso aumento di
malattie psichiche fra i ragazzi degli istituti, soprattutto fra gli
stranieri che sono la maggioranza. Quello che a molti pare incredibile
è che, una volta deciso di creare una struttura nuova e sperimentale ad
hoc, la si piazzi dentro al manicomio criminale. "Tutta la cosa è
assai poco chiara - dice l'onorevole Valpiana - e vogliamo verificare
bene. Come mai si presta una struttura sanitaria per adulti a un
progetto securitario, per ragazzi che hanno soprattutto bisogno di
recupero? Resta poi un fatto: a norma di legge quei ragazzi non
dovrebbero stare lì". Un gruppo di parlamentari di Rifondazione
andrà quanto prima a visitare il nuovo reparto sperimentale.
Il divieto di legge è, diciamo così, aggirato dalla spiegazione che il
reparto sarebbe totalmente separato da quelli che ospitano adulti. Ma
sulla questione la risposta del governo lascia qualche dubbio: si dice
il "processo terapeutico" assicura la "non
commistione".
Ma poi si accenna a "circolazione negli spazi comuni" e di
"partecipazione alle attività". C'è poi un passaggio
curioso: "Il collocamento in comunità specialistiche, in grado di
accogliere minori particolarmente difficili soggetti a misure penali,
deve tendere ad evitare processi di etichettamento". E per tenersi
ben lontani da "processi di etichettamento" si prendono dei
ragazzi e li si manda dentro al manicomio criminale. Si punta al loro
reinserimento isolandoli, nel bel mezzo di una struttura di cura e
contenimento per adulti. Perché poi, a parte le considerazioni
professionali, bisogna anche pensare agli effetti giù in basso, dalla
parte degli "ospiti": "Mio figlio l'hanno mandato a
Castiglione delle Stiviere", o anche "Stai un po' più
tranquillo, o ti mando a Castiglione delle Stiviere".
(14 febbraio 2005)
|