Quello che loro mi dicevano era che la mia malattia era una malattia genetica, scritta nel mio dna, dalla quale non si poteva guarire.

Quando ero in SPDC, combattevo con tutte le mie forze per trovare un'altra via di fuga, che non si limitasse alla finestra lasciata aperta per sbaglio dall’inserviente o a sgattaiolare dal passavivande della cucina.

La mia arte era sicuramente il modo migliore per scappare, per protestare, per farmi sentire ed anche per coinvolgere gli alti sofferenti come me.

Passavo giornate intere a dipingere quel corridoio e le persone a me care che lo abitavano.

Addobbavo la mia stanza con fiori, pigne, disegni e figure.

Una volta feci un meraviglioso collage, ci misi tre giorni e tre notti e lo appesi… percorreva tutto il perimetro della mia stanza come una tappezzeria, vennero tutti a vederlo, e sprigionava gioia. Venne anche il primario a vederlo… e a ordinare di toglierlo; queste cose, disse, in ospedale non si fanno. La mia opera fu distrutta.

Lo odiai. Tornai sull’idea che l’unica via di fuga era la morte e mi tagliai le vene.

Poi mi salvarono, mi fecero una bella trasfusione e mi legarono al letto per sicurezza e per un tempo infinito.

Mi ritirarono tutti i fogli e i colori, che mi vennero restituiti quando promisi che sarei stata brava e adeguata all’ospedale. Restituii tutte le lamette…o quasi… ed ebbi indietro il mio materiale.

Dio, quanto li odiavo, perché dovevo fidarmi di loro? E poi le lamette mi servivano: a liberare i miei amici dalle fascette, perché tutti venivamo legati a rotazione, per i motivi più disparati.

Come si incazzavano medici e infermieri quando le tagliavo via.

Col risultato che il mio amico o la mia amica, finalmente libero, si poteva finalmente rannicchiare sul fianco; rimaneva però immobile nel letto con la paura di venir legato ancora una volta, se scoperto dal personale, cosa che succedeva quasi sempre.

 Io, come probabilmente altri, quando venivo contenuta, cioè, legata mani e piedi, non mi arrendevo.

Mi contorcevo, fino ad arrivare con la bocca alla fascetta della mano destra. Mordevo lo scotch che era fissato in molti giri attorno alla fascetta, per renderla più stretta per il mio polso...mi liberavo..e con la destra liberavo la sinistra. In fine i piedi...che essendo magra, riuscivo a sfilare, bagnandomi di saliva i  talloni e forzando, tirando più che potevo. Ci mettevo ore a liberarmi. Gli infermieri sorpresi mi chiamavano Houdini; e ci mettevano 5 minuti a contenermi di nuovo, anche con lo spallaccio...

Lo spallaccio, è un lenzuolo arrotolato, che viene passato dietro al collo, poi sotto le ascelle...in fine viene legato dietro e sotto la spalliera del letto da due infermieri. Il nodo del lenzuolo, viene bagnato con una bottiglia d'acqua, così che non si possa sciogliere.

Il risultato è la totale immobilità. Gambe, braccia e busto fino alla testa...bloccate.

Quando mi trovavo così; inchiodata a quel materasso non mi restavano che le urla, il pianto...poi il silenzio e l'attesa.

Per sopravvivere lì dentro, io continuavo a lottare, ad attingere dalle mie capacità.

Facevo collanine colorate assieme agli altri amici del corridoio e ci mettevamo in quel salone gelato a coprire il rumore della ventola con un po’ di musica e di chiacchiere, parlavamo, leggevamo e fumavamo a non finire.

Una volta abbiamo sottratto un orribile quadro (l’unico) dalla sala mensa, che ci osservava ormai da mesi; rappresentava il volto di una donna triste, con una grossa lacrima che scendeva giù, giù, fino al mento. Straziante, in stile piccola fiammiferaia.

E tutti in collaborazione lo abbiamo tolto dalla cornice, abbiamo fatto un simpaticissimo collage provocatorio pieno di tette, culi e frasi.

Insomma il quadro della donna depressa era un insulto alla nostra intelligenza. E così quatti quatti l’abbiamo sostituito e riappeso in mensa.

A voi fantasticare sulle reazioni del personale.

Noi ci siamo divertiti da matti.

Insomma la mia materia è l’arte, ma tutte le persone che erano lì con me, se coinvolte, stimolate, erano piene di risorse.

Per fare un esempio, ad alcune persone è stato ventilato il manicomio giudiziale come unica possibilità di presa in carico dei loro problemi.

Tornando a noi, abitanti del corridoio, quando gli sforzi per renderlo meno grigio e inumano diventavano troppo evidenti, subentravano le minacce di venir puniti: sedati e legati…uno bastava da esempio per tutti.

E calavano le tenebre su di me, tornavo a voler sparire, a camminare avanti e indietro per il corridoio, guardando quei due orologi con due ore diverse ed entrambe sbagliate, tanto per essere più confusa; e fumavo, fumavo, fumavo, perché almeno questo era concesso.

Ma, tra una testata nel muro e una trasfusione, non ho mai smesso di lottare, di dipingere, di raccogliere fiori e regalarli, di ascoltare la musica e le persone.

Ma le mie risorse sono state del tutto messe da parte dai miei curanti in ospedale. Dopo 340 giorni continuativi in SPDC, di fughe, rientri, contenzioni, farmaci e disperazione, il primario del mio reparto fu chiaro con mia madre: “Sua figlia è un caso terminale, o si ammazza lei o la uccidiamo noi con i farmaci; non c’è nessuna possibilità, potrebbe averne forse una su un milione, ma neanche, quindi è meglio che se la porti a casa, noi la dimettiamo”.

Sembra assurdo, queste persone hanno fatto di tutto per evitare la mia cura e non offrirmi alternative.

Dopo la dimissione dall’SPDC e nessuna indicazione per il futuro e, visto il permanere della mia malattia, un familiare ci consigliò la strada della comunità, dove trovare protezione e cura. Comunità che mia madre ha ottenuto per me, scavalcando tutto e tutti, lottando con ogni forza che aveva, per mesi, perché nessuno voleva darmi questa possibilità.

Dopo due anni e mezzo di comunità terapeutica, che mi ha permesso di superare i momenti più critici della malattia, venni dimessa e mi ritrovai di nuovo davanti: i servizi, l’ospedale, un’altra comunità, o il nulla.

Era estate e in attesa di prendere una decisione andai a Camogli.

A Camogli scoprii di poter avere delle relazioni con gli altri, di poter confrontarmi con la realtà, di poter vivere… ma non sapevo ancora come…

Facilmente ricascavo nel vuoto e mi ritrovavo a dover fare i conti con tutti i miei sintomi all’ennesima potenza.

Ora ci vivo a Camogli, dove lavoro come pittrice ed ho una mia galleria.

Grazie anche a chi ha creduto in me sognando con me; i miei amici di reparto, gli amici, gli operatori, la mia famiglia, mia madre e altri ancora, il mio psichiatra attuale, insomma chi mi ha riconosciuto come persona, malata certo, ma con delle capacità.

E sono riuscita anche a realizzare un sogno. Ho pubblicato un libro con un amico, un libro di poesie illustrato da miei dipinti e sono felicissima. Il libro si chiama “La bocca capovolta”.

Con il tempo ho deciso di rispondere io alle mie domande.

Tra una seduta e l’altra dallo psichiatra di fiducia, studio su libri di psichiatria e neuroscienze di autori come Clarkin, Kernberg, Millon e altri.

Libri che dovrebbero insegnare a medici specializzati come curare i loro pazienti, quali sono le terapie più adatte, quali le diverse fasi, come curare una persona come me.

Perché nessuno lo fa?

Io ora metto in pratica ciò che imparo, studio e cerco di capire a fondo la mia malattia… posso aiutare me stessa e gli altri.

Gli psichiatri che pensavano io non fossi all’altezza di capire, sono certa, non sono loro alla mia altezza, all’altezza di curarmi e di curare nessuno.

Ogni paziente è all’altezza di avere una cura adeguata.

Perché questa cura non c’è?

Perché i reparti psichiatrici degli ospedali sono i peggiori, i più negletti e non funzionano mai

Perché vogliono ospedalizzarci, cronicizzarci, toglierci ogni speranza?

E per finire, perché le persone a cui mi sono rivolta non hanno mai risposto alle mie domande e continuano a non rispondere?