Gli argomenti del Secondo Forum per la Salute Mentale
  1. Le forme dell’organizzazione del sistema “Servizi di salute mentale”
  2. La contenzione
  3. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio
  4. Uso ed abuso degli psicofarmaci
  5. Il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari
  6. La presenza delle persone
  7. A proposito della formazione
  8. Le politiche socio sanitarie / I percorsi di confine
  9. La cooperazione sociale
  10. La questione (sempre aperta) della Legge 180

1. Le forme dell’organizzazione del sistema “Servizi di salute mentale”.

E’ sempre più evidente che la programmazione dei servizi, le organizzazioni, i meccanismi di finanziamento, le procedure, le culture che definiscono gli stili operativi vanno affrontate con la massima attenzione e comportano sempre una “scelta di campo”. 

Oggi è dimostrato che l’accoglienza, la bassa soglia, la continuità terapeutica, la presa in carico determinano l’avvio di percorsi sensati di emancipazione e di guarigioni possibili.

Il Dipartimento di Salute Mentale è la struttura aziendale investita della questione. Le organizzazioni dipartimentali devono costituire un complesso unico e coerente ed essere in grado di evitare frammentarietà della risposta e carenza di azioni, devono contare su Centri di Salute Mentale ( CSM) aperti 24 ore, 7 giorni su 7, capaci di articolare risposte singolari e programmi diversificati. I CSM devono essere attivi in aree territoriali definite e diventare protagonisti in tutti i percorsi di integrazione e riconoscersi strategicamente con le altre istituzioni e Servizi del territorio.

I Dipartimenti di Salute Mentale devono essere in grado di sostenere politiche socio–sanitarie attente  a favorire l’accesso al diritto di cittadinanza sociale delle persone ed operare per rimuovere qualsiasi forma di stigmatizzazione, discriminazione, esclusione nei confronti delle persone portatrici di disagio e disturbo mentale.

Sono ormai intollerabili le carenze e le differenze organizzative che si riscontrano tra le diverse Regioni e, nell’ambito della stessa Regione, tra diversi Dipartimenti e, nell’ambito di questi, tra le singole unità operative. Sono il trionfo dell’autoreferenzialità, il segno di un prepotere psichiatrico persistente, di logiche burocratiche, di compromessi, di interessi lobbistici e regressivi ed infine di “cattive pratiche”.

In troppi Servizi di salute mentale la mancanza di programmi sensati, la miseria e la trascuratezza dei luoghi, la precarietà degli assetti organizzativi, la carenza di investimenti la persistenza di gerarchie esuberanti e inutili dequalifica quotidianamente la professionalità di migliaia di operatori. Si consuma così la risorsa più importante di cui i servizi dispongono: le persone.

2. La contenzione.

La contenzione, le porte chiuse, la violazione del corpo rappresentano lesioni gravi dei diritti umani e sono pratiche mortificanti per chi le subisce e per chi le esercita.

Sono la conseguenza dell’assolutizzazione del paradigma biologico e delle pratiche necessariamente misere ad esso connesso.

Da qui la rinuncia e la mortificazione degli operatori e la perdita delle infinite risorse che sguardi differenti e diversamente motivati possono introdurre nel campo del lavoro terapeutico. Povertà di risorse, di programmi, di strategie confermano in un gioco perverso la separazione, l’oggettivazione, l’isolamento e legittimano la contenzione. Stigmatizzazione, discrimininazione, “false inclusioni” finiscono per essere l’ineluttabile terminale di questi percorsi.

Contenzione e porte chiuse rimangono in assoluto i segnali più evidenti delle “cattive pratiche” e devono rappresentare il punto di avvio di qualsiasi processo di cambiamento. Su questo tema è opportuno utilizzare i risultati dell’indagine nazionale sulle strutture di ricovero per gli acuti. Tali risultati possono costituire la base di un progetto nazionale per l’abbattimento dei comportamenti coercitivi. Il Forum intende dar vita ad una sorta di rete che raccolga tutti quei Servizi psichiatrici di Diagnosi e Cura che operano con le porte aperte ed hanno abolito ogni forma di contenzione. Le singole aziende dovrebbero sostenere progetti finanziati che incentivino i comportamenti virtuosi di gruppi di operatori e dei dipartimenti di salute mentale.

E’ necessario organizzare una linea telefonica sempre aperta per la raccolta di testimonianze e di denuncie di pratiche coercitive e di abusi.

E’ molto sentita dalle persone che hanno subito la contenzione, da molti familiari ed operatori la necessità di attivare un comitato nazionale di difesa formato da giuristi ed avvocati.

3. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Le  modalità di applicazione del TSO nelle diverse regioni sono disomogenee e troppo spesso stravolgono lo spirito e la lettera delle indicazioni legislative. Il TSO finisce per essere un atto burocratico, routinario e distante soltanto finalizzato al ricovero e inteso come legittimazione del contenimento e della coercizione. La predominanza di queste pratiche nega la presenza stessa della persona, impedisce qualsiasi forma di contrattazione e di volontaria adesione al trattamento. Negoziare e ricercare attivamente il consenso sono le “buone pratiche “ che la legge ha voluto indicare.  Sindaci e giudici tutelari troppo spesso sono assenti e/o distratti e confermano  comportamenti e procedure che ledono garanzie e aprono alla prevaricazione e a forme subdole e drammatiche di abbandono.

Bisogna riattivare un canale di comunicazione più attento con i sindaci che i TSO dispongono e i giudici tutelari che li convalidano.

Di recente il ministero della salute ha inteso intervenire sul tema precisando le “linee guida sull’applicazione di accertamenti e di trattamenti sanitari obbligatori (TSO) per la malattia mentale” al fine di intervenire nel dibattito sul cambiamento della legge affermando così che corrette procedure rispondono adeguatamente al bisogno di cure delle persone con disturbo mentale e dei loro familiari, e dunque rendono inutile qualsiasi tipo di riforma della Legge 180. Anche se alcune indicazioni non sono affatto condivisibili, e su questo il forum è intervenuto, la direzione intrapresa dal governo nel contrastare i percorsi di “controriforma” psichiatrica mostra chiaramente che non occorre mutare le leggi ma devono essere esplicitate e rese operative procedure e linee guida; 26 anni di riforma hanno dimostrato che è possibile curare garantendo i diritti anche nelle situazioni di “non consenso alla cura”  e che nelle pratiche di molti servizi di salute mentale si sono consolidati strumenti che permettono di “non abbandonare” e di esercitare responsabilità e presa in carico  verso le persone con grave disturbo mentale, anche quando ostinatamente resistono e rifiutano il trattamento.

4. Uso ed abuso degli psicofarmaci.  

Nei bambini, negli adolescenti, nei vecchi e nei soggetti deboli più in generale.

E’ un problema che suscita sempre più apprensione e allarme, più volte è stato proposto all’interno del Forum. Non è solo l’abuso del farmaco che si intende denunciare,sarebbe troppo banale, quanto la supremazia dilagante del “modello farmacologico”, che finisce per invadere e contaminare ogni pratica sensata. Anche nel campo delle tossicodipendenze come nella medicina più in generale.

Gli psicofarmaci – com’ è possibile negarlo? -sono strumenti importanti nel trattamento del disturbo mentale: sono utili a far fronte a sintomi drammatici, a lenire insondabili dolori personali, a sopportare le astinenze, a consentire più rapido accesso a percorsi di abilitazione. Eppure quando il modello (farmacologico) prende il sopravvento e diventa lo strumento per la lettura della realtà costringe ad operazioni tragicamente semplificatorie. Più banalmente di impoverimento quando accosta e confonde ambiti e dimensioni inconfrontabili. Dimensioni incompatibili tra loro in quanto riguardano la vita, la singolarità dell’esistenza, i sentimenti, gli affetti, le scelte individuali  che vivono sempre in  un loro singolare  contesto, in una loro irripetibile  temporalità.

E intanto il modello influenza il rapporto tra le persone, la crescita e lo sviluppo dei servizi, le scelte organizzative, i programmi terapeutici.

5. Il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.  

A dispetto delle indicazioni del Ministero di Giustizia e della Salute (vedi il D.M. 230/99 e, in particolare, il Progetto Tutela Salute Mentale in ambito Penitenziario) e delle sentenze della Corte Costituzionale, volte a favorire il lavoro in carcere dei DSM e il superamento degli invii agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, si stanno costituendo sezioni OPG nelle carceri e sono stati progettati “centri sperimentali d’eccellenza psichiatrico forensi” ,veri e propri nuovi manicomi giudiziari . Ne sono previsti in Calabria e in Sardegna. Questi istituti non solo interneranno persone sottoposte a misura di sicurezza, ma anche detenuti fastidiosi e incontrollabili nelle carceri. Abbiamo appreso mentre questo documento va in stampa che la nuova amministrazione della regione Sardegna ha revocato le disposizioni della precedente giunta per la costruzione del nuovo OPG di Ussana.

Per altro sembra che, soltanto per ragioni economiche, si chiuderà l’unica sezione femminile degli OPG, attualmente attiva a Castiglione delle Stiviere prefigurando un suo trasferimento a Barcellona Pozzo di Grotto, Messina. Questo di Castiglione, oltre ad essere più accessibile dal punto di vista dei collegamenti, resta l’unico OPG gestito da personale sanitario in convenzione con l’azienda sanitaria locale.

Il Forum vuole ribadire il proprio dissenso contro ogni forma di “doppio binario” ed affermare la necessità di un rapido trasferimento delle competenze dalla medicina penitenziaria a quella ordinaria.

I Servizi  di salute mentale devono assicurare la continuità assistenziale per le persone che entrano in carcere, anche per contrastare il ricorso da parte del carcere all’OPG, e per affrontare e rispondere alla sofferenza aggiunta prodotta dall’internamento assicurando, ove necessario, una presa in carico ed un supporto dopo le dimissioni.

E’ quanto mai urgente richiedere politiche regionali che sostengano programmi di rientro delle persone ora internate nei loro contesti di vita. Questo è già oggi alla nostra portata e rappresenta il primo passo verso il superamento e la definitiva chiusura dell’OPG.

6. La presenza delle persone

Dalla nascita del Forum si sono moltiplicate le presenze attive e partecipi delle persone che hanno avuto esperienza diretta del disturbo mentale e dei servizi. Il loro contributo é apparso sempre consapevole e fondamentale per una conoscenza delle dinamiche di funzionamento dei sistemi di cura e della capacità di promuovere i percorsi individuali e soggettivi di ripresa e di integrazione sociale, o inversamente della loro rigidità e incapacità di mettere al centro le persone, l’utenza complessiva, le famiglie  e i soggetti della comunità coinvolti ed interessati alla questione della salute mentale. 

Queste persone si sono rappresentate anche come soggetti collettivi, che si aggregano a partire da esperienze nate nei Centri Diurni o nei Centri di Salute Mentale, da gruppi di auto-mutuo aiuto, da associazioni culturali, artistiche, sportive e di promozione della salute mentale. La loro voce non può restare confinata in un’ambito “allo scopo dedicato” ma deve attraversare tutte le questioni critiche qui enumerate, a partire da un impulso costruttivo al miglioramento della qualità dei servizi, fino alla possibilità di rappresentanza formale negli ambiti aziendali, presso gli enti locali, nelle situazioni pubbliche, nelle politiche per la salute e la cittadinanza. Deve essere possibile anche in Italia reperire forme di sostegno economico per la crescita di iniziative in questo senso, ma soprattutto attuare un riconoscimento di potere e valore. La questione della guarigione, ovvero delle possibilità individuali “di farcela”, deve poter seguire i percorsi per la “normalità” e guidare l’emancipazione dei soggetti.

7. A proposito della formazione.

“Una questione irrisolta per quanto concerne la formazione è la difficoltà da un lato di rendere applicative conoscenze note e dall’altro di suscitarne di nuove rispetto a problemi irrisolti..”, così avevamo detto a Roma nel documento di fondazione.

Nel corso dell’anno, nei forum locali, il problema della formazione degli operatori è stato più volte dibattuto.

Il quadro generale è assolutamente carente fatto salvo alcune rare e lodevolissime eccezioni di istituti universitari che affrontano con consapevolezza il problema dell’offerta formativa nei confronti di tutte le figure professionali attive nel campo della salute mentale. Le scuole di formazione pubbliche sono sottodimensionate: il numero di psichiatri specializzati disponibili sul mercato, per esempio, ma anche di tecnici della riabilitazione e di infermieri professionali e di educatori, è sicuramente inferiore a quanto appare necessario per un adeguato funzionamento dei servizi. Per altro la qualità dei percorsi formativi è quasi sempre scadente ed inadeguata.

Tutti i processi formativi sembrano essere svincolati dalle norme e dalle leggi vigenti e dalle realtà istituzionali ed organizzative dei servizi di salute mentale. Spesso le scuole fanno riferimento a modelli scientifici ed a scelte culturali di solo riferimento clinico o psicologico. Il più delle volte risultano sorpassate, piatte e riproduzioni di modelli estranei alla realtà in cui si opera e finiscono per essere non idonee a sostenere le scelte e gli obiettivi che il sistema dei servizi di salute mentale in Italia ha voluto darsi.

E’ paradigmatico il percorso che sostengono i giovani medici che si specializzano in psichiatria. Si ritrovano congelati fuori dalle attività concrete dei servizi, in realtà universitarie spesso molto distanti dalle pratiche territoriali. Questi percorsi determinano una condizione d’esclusione e gli specializzandi sono sovente ridotti al ruolo di semplici esecutori di pratiche improprie e/o allenati al ruolo di involontari propagandisti di psicofarmaci. Consumando alla fine inutilmente quattro anni preziosi e, con questi, la curiosità, l’energia e la creatività che è propria di quella stagione. Accedendo ormai molto demotivati, con molto ritardo, al lavoro  ed alle concrete responsabilità istituzionali.

Infine, gruppi di studenti universitari delle facoltà di medicina e di psicologia, che hanno partecipato ai forum, segnalano la sempre più diffusa loro esclusione dai processi di critica metodologica e di consapevolezza culturale e sociale, a favore di un apprendimento meccanizzato, acritico, talora dogmatico.

Il Forum ribadisce che in presenza di un modello scientifico “debole” come è quello della psichiatria, in assenza di certezze, etiologiche e non, la formazione debba essere fatta (come è stato per il superamento del manicomio) “sul campo”, come incontro, riflessione, scambio a più voci, a partire dalla specificità di quel soggetto, la sua storia, il suo contesto, le determinanti in gioco, le risorse, quelle in campo e quelle da attivare, le opportunità ….

7. Le politiche socio sanitarie / I percorsi di confine.  

La questione della crescita di sistemi integrati per la cittadinanza sociale è rimbalzata con insistenza negli incontri dei Forum locali. Bisogna continuare nel lavoro di analisi e di scambio con gli operatori dei Servizi Sanitari e Sociali e della cooperazione sociale.

Bisogna in quest’ordine riprendere la discussione intorno alla Legge 328 ed alle relative proposte di legge regionali. In questo ambito alcune questioni sono state ben individuate e meritano discussione ed approfondimento.

E’ urgente interrogarsi sui modelli d’intervento sanitari e sociali che le Regioni mettono in atto nei loro territori, sulla cultura che li sottende, sulla distribuzione della spesa, sulla programmazioni dei piani di zona locali, sulla partecipazione di soggetti e rappresentanze attive di cittadini, sulla definizione ed attivazione di percorsi di cura e di tutela sociale fondati sulla presenza attiva dele persone stesse, destinatarie dell’intervento.

Certamente attende una linea d’indirizzo, per esempio, la questione della neuropsichiatria infantile. Esistono anche qui soluzioni e forme organizzative differenti nelle diverse Regioni e sembra quanto mai urgente avviare riflessioni attente che promuovano strategie d’intervento nei confronti di bambini e adolescenti che garantiscano contro il rischio, sempre presente, di istituzionalizzazione, specialismi e ricorso a trattamenti che finiscono per essere escludenti e stigmatizzanti.

In nessuna regione appaiono soddisfacenti i programmi per le persone che invecchiano.

Fatto salvo alcune illuminanti esperienze che danno ragione alle aspettative positive di vita di tanti cittadini, dovunque i vecchi rischiano abbandono. Il ricorso all’istituzionalizzazione sembra essere, alla fine, la strategia prevalente nella maggioranza delle amministrazioni locali. Si preferisce investire per la “non autosufficienza” irrimediabilmente prodotta dalle istituzioni che sostenere fino in fondo le straordinarie possibili autonomie e le coraggiose resistenze che i vecchi mettono in atto.

Troppo spesso i vecchi finiscono i loro giorni legati ai letti, alle poltrone, ai termosifoni. Sono circa centomila i vecchi che in questo istante sono legati in un qualche istituto.

Non è possibile interrogarsi su quale salute mentale, nelle nostre Regioni, senza far cenno alle questioni poste da soggetti che, esprimendo bisogni di salute e tutela sociale insieme, troppo spesso ricevono risposte carenti, di istituzionalizzazione, di violenza, di contenzione, di abuso psicofarmacologico, di espulsione.

Bambini,  anziani, disabili,  donne schiavizzate,  poveri, immigrati, detenuti,  tossicodipendenti.

E’ improrogabile affrontare i problemi posti  dalle condizioni di salute e salute mentale di molti detenuti nelle carceri italiane dove la contenzione fisica e l’abuso farmacologico sono pratiche routinarie.

L’ assenza di risposte per i tossicodipendenti al di fuori delle consolatorie e totalizzanti comunità,  per i  “barboni” che hanno eletto a proprio domicilio le sale d’attesa ed i vagoni delle stazioni, per gli immigrati senza casa e lavoro, per le famiglie socialmente fragili, per gli extracomunitari irregolari rinchiusi nei centri di permanenza temporanea, per i bambini e gli anziani ricoverati in istituti, per le donne della tratta che le attuali politiche governative abbandonano. Di molti di questi diritti vilipesi non si parla più o ancora non si è cominciato a parlare.

Se nel Forum vogliamo colmare il divario tra principi e pratiche, dobbiamo farci carico delle questioni poste dalle marginalità o dalle “patologie” di confine, come dei diritti negati.

9. La cooperazione sociale  

Permane il preoccupante fenomeno della trasformazione della cooperazione sociale di tipo A, da supporto alle attività di reintegrazione sociale attuate dai Servizi pubblici, ad area sostitutiva, per lo più dequalificata, di alcune funzioni di questi ultimi.

Sul fronte dei Servizi il rapporto complesso e necessariamente difficile, tra privato sociale e servizio pubblico si sostanzia, nella maggior parte dei casi, come delega al privato di parti sempre più cospicue di programmi e problemi. Nel corso dei processi di costituzione dei Forum regionali, questo fenomeno è stato più volte riconfermato nella sua gravità.

E’ emerso un quadro, di fatto poco conosciuto, di cooperative sociali estremamente differenti nella composizione, nello stile di lavoro, nelle funzioni svolte, nella qualità e collocazione all’interno della rete  complessiva dell’offerta nel campo della salute mentale.

Frequentemente il rapporto con la cooperazione sociale, piuttosto che strumento di integrazione,  si configura semplicemente come acquisto di mano d’opera.

In alcune aree del paese si può parlare di veri e propri Dipartimenti di Salute Mentale “fantasma”, che impegnano la maggior parte del loro budget per acquistare posti letto dalla cooperazione sociale o dal privato mercantile. In questi casi il sistema pubblico finisce per accogliere i residui, gli scarti, del privato. Molte sono le evidenze di come il sistema pubblico rischi, in questi nuovi scenari, di ridursi a funzione di raccolta delle scorie del privato e di come queste scelte organizzative tendano, di fatto, a riprodurre l’intervento psichiatrico specialistico e a separarlo dai problemi contestuali, sociali ed esistenziali.

Di contro, esistono esperienze di piccole cooperative di tipo A + B, fortemente integrate con le comunità locali che producono, anche in sinergia con i servizi pubblici, percorsi di salute e di emancipazione. Tuttavia queste fanno sempre più fatica a stare nel mercato e rischiano quotidianamente di sparire se non adeguatamente sorrette. Esistono esperienze ricche e produttive di cooperative di tipo B che hanno segnato percorsi di emancipazione e di recupero di identità e ruolo per le persone con disturbo mentale. Tuttavia la maggior parte delle cooperative di tipo B versano, da sempre, in una situazione di grave sofferenza. Sottocapitalizzate, quasi per niente competitive sul mercato, si riducono “di fatto” ad assicurare nuove forme di ergoterapia. Sono per lo più completamente dipendenti dal finanziamento, per altro modestissimo, delle Istituzioni pubbliche, che appaiono scarsamente interessate ed impegnate in politiche di sviluppo di questa area.

E’ necessario mettere a fuoco e approfondire la conoscenza delle cattive pratiche connesse alla cooperazione sociale, impegnando i Forum regionali a mettere in rete informazioni e proposte.

10. La questione (sempre aperta) della Legge 180.

Abbiamo detto che il Forum non nasce per difendere la Legge 180. La difesa della legge non può più essere negoziata con la “riduzione dello sguardo critico” su ciò che in concreto accade. Tuttavia il susseguirsi insistente di disegni di legge e l’attenzione che media e politici riservano a questa questione come fosse l’unico modo per parlare di salute mentale, inducono a mantenere alto il livello di guardia.

E’ evidente che la strategia che il forum propone è la diffusione e il radicamento delle “buone pratiche”.