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Forum Salute Mentale Napoli L’ovvio
e l’osceno A
- Quando la psichiatria incontra l’internamento, genera l’osceno 1
Nell’Irak occupato e bombardato si chiama Abu Ghraib;
nell’Occidente in guerra permanente si chiama
Guantanamo; nell’Italia xenofoba e razzista si chiamano campi di
permanenza temporanea per immigrati; nella Napoli della disoccupazione di
massa e della camorra si chiama reparto di osservazione psichiatrica del
carcere di Secondigliano. Sono i cimiteri dei diritti, i luoghi dove le
pratiche dell’internamento, dell’imprigionamento si sottraggono ad
ogni forma di controllo democratico, dove ogni arbitrio è possibile, fino
a sfiorare il supplizio. 2
In una recente visita ispettiva effettuata dal Forum Salute mentale
di Napoli nel penitenziario di
Secondigliano, nelle due sezioni che ospitano sofferenti psichici sono
emerse condizioni di vita
al limite, se non oltre, la legalità. Si tratta di una sezione
denominata “Terza Psichiatrica”, dove vengono ‘ricoverate’ persone
che hanno problemi di ‘contenimento nei reparti ordinari; e di una
sezione distaccata dell’Opg di Aversa, denominata ‘Osservazione
Psichiatrica’. Celle prive di immobili, con soltanto un letto e un
materasso di gommapiuma, senza lenzuola, tavolo, sedie e persino della
carta igienica, con la dotazione di una sola coperta e un asciugamano.
Persone costrette a mangiare in piedi o sedute per terra. Celle senza
porte ai vani bagno e vetri alle finestre e che quindi rimangono aperte
sia d’inverno che d’estate. Nel corso della visita il personale di
polizia penitenziaria era praticamente lasciato solo a gestire i 18
‘pazienti’ del reparto in quanto, pur in presenza di un
presidio medico 24 ore su 24, al momento della visita non c’era
nessun medico psichiatra. 3
Il
reparto di Osservazione Psichiatrica nasce da un progetto sperimentale,
avviato oltre tre anni fa, e che di fatto ha determinato lo spostamento di
una sezione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa in una
struttura penitenziaria ordinaria. Questa struttura dovrebbe
“trattenere”, solo ed esclusivamente per esigenze di osservazione
psichiatrica, e per non oltre 30 giorni, persone per le quali è
necessario approfondire il quadro psichiatrico e per decidere se il
proseguimento della loro detenzione debba avvenire in un istituto di pena
o in un OPG. Responsabile di questa struttura è il Dr. Adolfo Ferraro,
che dirige anche l’Opg di Aversa. Il progetto indica 50 ore di
osservazione psichiatrica mensili; 12 ore giornaliere di assistenza
infermieristica; nessun’attività trattamentale o riabilitativa; assenza
di altri operatori sociali. Il regime interno prevede 20 ore di cella e 4
ore d’aria. L’unico spazio alternativo alla cella ed al cortile è una
stanza, piuttosto fatiscente, con su scritto “Sala di Coercizione
Fisica”, dove è presente un letto di contenzione. La cella di
contenzione è posta all’inizio della sezione, in modo che possa essere
sempre visibile ogni volta si esce per andare all’aria, per i colloqui o
per qualsiasi altro motivo. Gli agenti di polizia penitenziaria sono stati
reclutati tra il personale che era già in servizio nel centro
penitenziario. L’assistenza medica è assicurata dal personale
medico-infermieristico dell’istituto. 4 Il
sistema penitenziario campano ospita due dei cinque Ospedali Psichiatrici
Giudiziari del paese. Il 40% degli internati negli Opg italiani è
rinchiuso nei due manicomi giudiziari della Campania. Era veramente
indispensabile in questa regione creare una nuova struttura detentiva per
sofferenti psichici? Era veramente necessario ‘sollevare’ l’Opg di
Aversa dalla sezione di osservazione, e precipitarla in uno dei più
grandi e complessi contenitori penitenziari italiani? E’ vero che in un
grande contenitore di oltre 1400 detenuti una piccola sezioncina di 20
persone si nasconde meglio, non si vede, passa inosservata. Ma è pur vero
che questa ‘esternalizzazione’ della componente più oscena degli Opg
è avvenuta senza neanche preoccuparsi di selezionare il personale di
custodia e quello medico-infermieristico; dargli un minimo di formazione;
arricchire il progetto con la presenza di figure e attività specifiche
della condizione umana del sofferente psichico.
5
Dalla visita effettuata è nata un’interrogazione parlamentare
dove si è chiesto al Ministro della Giustizia di esporre le ragioni per
cui i detenuti erano costretti a vivere in quelle condizioni disumane,
considerando che nessuna esigenza medica o di sicurezza giustifica la
presenza di celle prive di vetri alle finestre e bagni senza le porte e
carta igienica. Si sono inoltre rappresentate al Ministro le palesi
violazioni dei principi costituzionali che garantiscono che la detenzione
non deve essere contraria al senso di umanità; che nessuna delle norme
del nuovo regolamento penitenziario appaiono applicate in questi reparti;
che, così come sono gestiti i reparti in questione appaiono avere finalità
punitive e non terapeutiche; che la costituzione dell’Osservazione
Psichiatrica doveva avvenire in via sperimentale e che si avvia a divenire
invece permanente. Nell’interrogazione si è chiesto di attivarsi per
disporre l’immediata chiusura del reparto di Osservazione Psichiatrica e
della Terza Sezione dell’Infermeria; di intervenire, nelle more,
immediatamente per garantire ai detenuti di questi reparti il rispetto
della persona e dei diritti previsti dal nostro ordinamento; di approvare
nuove procedure di intervento per i detenuti affetti da disagi psichici
che contemplino il pieno rispetto della dignità della persona. 6
Conseguenza dell’ispezione da noi effettuata, il Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria ha disposto una inchiesta interna per
la verifica della fondatezza delle nostre osservazioni. Il primo immediato
risultato è stata la chiusura, da parte del Provveditore Regionale per
l’Amministrazione Penitenziaria della Campania, della cosiddetta sezione
Terza psichiatrica. Al momento attuale il reparto di osservazione
psichiatrica gestito dal Dr. Ferraro è ancora operante, dipendendo la sua
istituzione direttamente dalle autorità centrali dell’Amministrazione
penitenziaria. B - OPG e servizi di salute mentale: una utile e oscena collaborazione o un invito alla riflessione? 1
Occorre con forza impedire che il tema dell’ospedale psichiatrico
giudiziario sia scollegato dalla riflessione sull’operatività dei
servizi di salute mentale, che oltre ad erogare (quando e se accade)
“buone pratiche” dovrebbero praticare il “rispetto integrale dei
diritti” dei pazienti. 2
È noto che il candidato ideale al trattamento in OPG sia il folle
pericoloso. È altrettanto noto che per quanto attiene alla malattia
mentale il concetto di pericolosità sia legato in modo indissolubile alle
pratiche di “cura” che la comunità dispone nei confronti del
soggetto. Il ragionamento intorno al nesso tra follia e pericolosità
andrebbe rovesciato: solo servizi di salute mentale forti e capaci possono
ridurre, e di gran lunga, la pericolosità del folle; l’OPG può solo
“controllarla” e rinviarla all’infinito. In una società dove i
processi di “cura” dell’altro avvengono all’ombra o del modello
medico distanziante o del modello paternalistico vicariente i dispostivi
di internamento sono necessari e funzionali alla stessa stregua delle
carceri che fungono anche da dispostivi di occultamento di tutti i guasti
e le malvessazioni del vivere sociale. In questo senso come ogni seria
considerazione sugli OPG non può dare per scontato nessun discorso sul
buon funzionamento dei servizi di salute mentale che dovrebbero accogliere
coloro che da lì fuoriescono, così ogni discorso sull’internamento
carcerario non può esimersi dall’analisi dei dispositivi disciplinari
sociali e dalle forme in cui il potere si incarna. 4
Per i servizi di salute mentale è il tempo di porsi il tema della
pratica integrale dei diritti dei pazienti non solo come condizione
a-priori per qualsiasi tentativo di “cura”, ma anche come strumento
forte di “cura”. Solo in questa prospettiva ogni discorso sulla
reclusione in OPG può acquistare il senso di una lotta politica e
scientifica al tempo stesso. C –
Quando la psichiatria incontra la guerra, si rifugia nella prigione
1
Quando sulla scena pubblica dell’occidente irrompe la guerra
infinita al terrorismo internazionale, trova una società appesantita dai
lasciti delle culture e delle prassi emergenziali degli anni settanta e
ulteriormente inquinata da un modello devastante di governo violento della
questione sociale. 2
Il luogo di condensazione di questa lunga storia di emergenze ed
eccezionalità è paradigmaticamente il campo di prigionia di Guantanamo,
la base americana a Cuba che custodisce i ‘nemici combattenti’
dell’occidente. Sappiamo delle condizioni disumane, delle degradazioni,
delle violenze e delle uccisioni che avvengono in questo luogo e in luoghi
simili; sappiamo anche che è un armamentario tipico della guerra, il cui
valore d’uso è, oltre all’annientamento del nemico, soprattutto il
reperimento di informazioni, la produzione di collaborazioni (la storia
del carcere speciale nell’Italia degli anni settanta ne è un eloquente
esempio); sappiamo infine che c’è un valore simbolico del carcere della
massima deterrenza, che è quello di trasmettere un messaggio di potenza
ad un corpo sociale dove si moltiplicano gli elementi di disordine. 3
Ma ciò che interessa il nostro discorso è che Guantanamo è in
tendenza la forma prigione egemone anche nel cuore dell’occidente. Che
cos’è Guantanamo? Lo status
giuridico dell’internato di Guantanamo non è né quello del detenuto, né
quello del prigioniero di guerra. La carcerazione è illimitata, non è
prevista assistenza legale autonoma, nessun contatto con l’esterno. Non
c’è nessun procedimento penale aperto che possa assicurare una qualche
tutela di procedura all’<<imputato>>. La negazione anche
dello status di prigioniero politico cancella ogni forma possibile di
tutela giuridica. L’internato di Guantanamo è un nemico combattente,
cioè <<chiunque sia ragionevolmente sospettato di appartenere ad Al
Queda, di aver cospirato, concorso, partecipato o solo progettato atti di
terrorismo>>. Così il Patrioct Act struttura il nuovo spazio della
reclusione che si pratica in quel recinto. Guantanamo è un campo di
internamento, dove avviene la più radicale sospensione di ogni forma di
tutela giuridica nelle prassi dell’internamento. Questa pratica trova
legittimità nella pronuncia di un giudizio di pericolosità sociale. E
tale pronuncia deriva dalla dichiarazione di uno stato d’eccezione: la
guerra al terrorismo. 4
Per
noi Guantanamo è un paradigma, inteso in senso foucaultiano, una forma
storica singolare che traccia i contorni e l’essenza di una dinamica più
estesa, diffusa, tendenzialmente prevalente. Guantanamo è la forma
prigione nell’epoca della guerra civile permanente, ciò in cui può
degenerare quel vasto panorama di istituzioni sociali nate nella storia
del welfare e delle grandi riforme delle istituzioni di trattamento e
governo del disagio, della devianza, della diversità. Guantanamo è il
condensato dei discorsi di potere intorno alle pratiche del
disciplinamento e del controllo sociale, il panopticon del nuovo
millennio. Intorno ai discorsi ed alle pratiche della forma più estrema
di annientamento, crediamo vadano rintracciati i discorsi di potere che
disciplinano oggi il campo delle politiche sociali. Non nel senso
catastrofico di un nuovo assolutismo pre-moderno, ma nel senso che intorno
a questa pratica estrema si definiscono in positivo e in negativo i
contenuti delle ideologie e delle prassi di governo della crisi sociale
contemporanea. Soltanto qualche esempio per spiegarci meglio. -
Articolo
90 della legge di riforma del sistema penitenziario del 1975:
<<Quando ricorrono gravi ed eccezionali motivi di ordine e
sicurezza, il ministro della giustizia ha facoltà di sospendere, in tutto
o in parte, l’applicazione in uno o più stabilimenti penitenziari…
delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente
legge, che possono porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e
sicurezza>>. E’ la norma che consentì in quegli anni la nascita
delle carceri speciali destinate ai militanti della lotta armata. C’è
sufficiente letteratura in giro per sapere cos’è stata quella
esperienza del nostro sistema repressivo per chi è ancora disposto ad
indignarsi. Una norma semplicissima e lapidaria, che dispone la
sospensione di ogni forma di normazione giuridica della pratica
dell’imprigionamento qualora le esigenze della governamentalità
diventino prevalenti sulle idee di giustizia e equità statuite nei
sistemi normativi dello stato di diritto. -
La caserma
di Bolzaneto, usata come prigione temporanea durante le manifestazioni
contro il G8 di Genova nel 2001. Nel corso della riunione del Comitato per
l’Ordine e la Sicurezza Pubblica di Genova svoltosi nei giorni
immediatamente precedente l’evento, si decide l’istituzione di
autonomi uffici matricola e sanitari presso le caserme di Forte San
Giuliano per gli arrestati dai Carabinieri e di Bolzaneto per gli
arrestati dalla polizia. In queste due prigioni temporanee, create da un
provvedimento amministrativo d’urgenza, non è concesso incontrare
familiari e avvocati; sono di fatto sospese tutte le regole del
trattamento penitenziario; nei giorni in cui ha vissuto questa prigione il
Tribunale di Genova è rimasto chiuso. Ciò che è accaduto in questa
prigione è noto a tutti, oltre ad essere ancora materia di dibattimento
in un procedimento penale. La nascita di queste due prigioni temporanee ha
trovato legittimità nella dichiarazione di uno stato d’eccezione,
riconducibile ai pericoli di un possibile attacco terroristico ai capi di
stato delle otto potenze mondiali. -
I Centri
di Permanenza Temporanea: che cos’è un cpt? Non è un carcere, perché
non c’è reato e non c’è procedimento penale. Si viene rinchiusi in
questa prigione perchè l’immigrato extracomunitario è destinatario di
un giudizio di pericolosità sociale applicato in via amministrativa (la
competenza è delle polizie). E’ la condizione sociale di immigrato ad
essere oggetto di un giudizio di pericolosità. Questa situazione è il
portato di un decennio di culture e prassi emergenziali che hanno portato
alla dichiarazione di uno stato d’eccezione. E questo stato
d’eccezione è la guerra contro questo nemico esterno, responsabile
dell’insicurezza e della paura diffuse. 5 La
produzione di nuovi luoghi e forme dell’internamento è un processo
costante che attraversa la società della guerra civile permanente. Lo
stato d’eccezione, cioè la sospensione della legge per far fronte ad
una situazione di emergenza, sostiene Agamben, è la forma normale dello
stato moderno, non la sua straordinarietà. La proliferazione di
contenitori e pratiche che mutuano tecniche del contenimento, del
trattamento sull’uomo, della neutralizzazione e dell’annientamento
delle fasce sociali pericolose è una realtà sempre più diffusa del
nostro tempo. Può accadere che questi luoghi emergano da degradazioni di
antiche istituzioni, dalla dismissione di pratiche del controllo
democratico, dall’involuzione di ideologie e prassi trattamentali di
alcuni servizi sociali, o dalla germinazione spontanea di para-istituzioni
del controllo che nascono nelle fasi più acute delle emergenze sociali. Nella nostra esperienza recente di monitoraggio di alcune
istituzioni psichiatriche, ne abbiamo incontrata una nel carcere
napoletano di Secondigliano. Ma ce ne sono anche altre che poi
racconteremo. 6
Dove finisce la pena e dove comincia la cura? Quale rapporto c Sono
questi alcuni appunti di ragionamento di un’esperienza di indagine che
il nostro gruppo sta tentando da qualche tempo. Come primo punto crediamo
sia necessario saldare
l’analisi dell’ordine del discorso sicuritario con la conoscenza della
microfisica dei poteri degli apparati, individuare i nessi logici e
concreti tra le prassi della sicurezza e la nuova topografia dei luoghi
della disciplina e della cura, tenendo ben presente che quella grande
stagione di riforme che ha destrutturato il manicomio, l’ospedale, la
prigione, la scuola, la monogamia, ha ormai consolidato nuove forme a
assetti di potere che necessitano di pratiche di inchiesta, di ricerca e
di intervento politico libere, perché sentiamo il desiderio e la necessità
di un nuovo sapere critico non celebrativo o puramente rivendicativo, che
sia impietoso quando legge il dominio e l’oppressione, così come sono
impietose le sofferenze e gli impedimenti di felicità che essi producono.
Napoli,
23 settembre 2006
Forum
Salute Mentale Napoli
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