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E’ un processo
faticoso, difficile questo di includere e mantenere tutti, e specie i più
deboli, nel contratto sociale.
Esige trasformazioni profonde nell’organizzazione dei servizi sociali e
sanitari e delle istituzioni
pubbliche, esige la trasformazione dei saperi tecnici e del senso comune.
L’Italia è tra i paesi
europei quello che ha fatto i maggiori passi in questa direzione: abbiamo
chiuso i grandi manicomi pubblici e le scuole speciali, ci sono ormai
moltissime esperienze di imprese sociali in cui lavorano persone con
disabilità fisiche e con problemi mentali, la legge sull’amministratore
di sostegno può ridurre il ricorso all’interdizione, che peraltro si
sta cercando di abolire. Ma resta moltissimo da fare per eliminare dalla
legislazione e dalle politiche le forme di tutela che sottraggono i
diritti: penso alla disciplina dell’incapacità nel diritto penale e
agli ospedali psichiatrici giudiziari, penso a buona parte della enorme
rete di grandi e piccoli istituti dove persone anziane e disabili vivono
in condizioni del tutto simili a quelle dei manicomi. Per questo, perché
tanto resta da fare per includere nel patto democratico chi ne sta fuori o
ai margini, è assai allarmante veder riemergere la cultura della
“tutela invalidante” nel dibattito sul carcere. Hanno ragione Manconi
e Boraschi ( l’Unità del 15 luglio ) a contestare l’idea che il
carcere sia un concentrato di malati mentali e che il crimine grave sia
sostanzialmente malattia. Non è in questione la valutazione dei gradi e
del tipo di sofferenza della gran parte dei detenuti, valutazione peraltro
difficile da fare nel carcere di oggi, che farebbe ammalare chiunque. Il
punto è un altro: il rischio di dimenticare che, anche tra le
determinazioni della malattia e della miseria, le persone fanno delle
scelte. E infatti persone su
cui si può fare la stessa diagnosi o che vivono le stesse condizioni non
agiscono affatto allo stesso modo, e questo persino nei lager, come
raccontano Primo Levi e Imre Kertész. E neppure è in questione la
necessità di mettere in campo, nel sistema della giustizia penale,
operatori e saperi diversi adeguati alla complessità del problema: il
loro apporto, e quello di istituzioni e società, sarà tanto più
necessario in quanto riprenda forza la riflessione e la sperimentazione su
forme di pena diverse dall’internamento penitenziario. Ma ciò che
occorre mantenere fermo è il fatto che in carcere, come scrivono Manconi
e Boraschi, “ci sono uomini e donne artefici del proprio destino, e
dunque capaci del proprio riscatto”. Non è affatto necessario che il
riconoscimento della loro sofferenza individuale e dei “fattori
sociali” si traduca in regimi speciali, cioè in quelle forme di
“tutela invalidante” che hanno annientato milioni di malati di mente
nelle società moderne. Non è necessario ma sarebbe inevitabile, se
prendesse piede tra i legislatori quell’ideologia psichiatrica che non
da oggi cerca di ricondurre il crimine nel quadro delle patologie mentali.
E’ infatti assai improbabile che alla valutazione della malattia come
determinante del crimine corrisponderebbe la libertà del reo in nome
della necessità della cura. E’ assai più realistico pensare che si
deciderebbe per la cura e custodia in istituzioni apposite, chiuse come un
carcere ma con guardiani in camice bianco. Abbiamo già visto gli esiti
inevitabili di questo approccio dal quale stiamo faticosamente cercando di
uscire, e li abbiamo ancora sotto gli occhi nei sei ospedali psichiatrici
giudiziari ( OPG ) tutt’ora in funzione. Una riforma di questo settore
è da molto tempo necessaria, e da molto tempo, ma purtroppo solo in poche
aziende sanitarie, esistono servizi di salute mentale che con i tribunali,
i carceri, i magistrati di sorveglianza e gli operatori degli OPG hanno
messo in atto pratiche intelligenti che andrebbero osservate e che
delineano la possibilità di abolire questo istituto sul quale la Corte
Costituzionale è intervenuta più volte. Cosa accadrebbe, senza gli OPG,
a chi ha commesso reato in stato di sofferenza mentale? Andrebbe innanzi
tutto sotto processo, cosa che oggi non sempre è garantita, e in caso di
condanna potrebbe andare in carcere, se il reato e le sue circostanze
rendessero obbligata questa forma di detenzione. E’ possibile tutelare
il diritto alla salute di una persona in condizioni di detenzione? In
alcuni, pochi penitenziari ci sono centri clinici che provano a farlo per
le diverse patologie. Ci sono anche carceri dove da dieci, quindici anni
gli operatori dei servizi di salute mentale si recano più volte alla
settimana e anche su domanda di operatori e detenuti, considerando che il
carcere è parte della comunità che devono servire. Non si deve
cominciare da zero. La scorsa estate
sono stata a Montelupo Fiorentino dove in una fortezza medicea che
potrebbe essere bellissima c’è un OPG con circa duecento internati. Vi
si fanno diverse buone cose, e tra queste un centro sociale, la Casa del
Drago, un locale in periferia che prende il nome dal grosso drago di
cartapesta che sta all’ingresso e che è stato costruito un paio
d’anni fa da internati, operatori e volontari e ha incontrato, con la
regia di Giuliano Scabia, quel Marco Cavallo fatto trent’anni fa nel
manicomio di Trieste che si apriva. Alla Casa del Drago si presentava
l’ultima raccolta di scritti di Franco Basaglia, L’utopia della realtà.
Ricordo un dibattito molto bello, tra storia e storie di vita di alcuni di
noi, e verso la fine il commento di un signore anziano internato da alcuni
anni: “ il problema è che qui si pende dal colloquio con lo psichiatra,
e la cosa che mi fa star più male è che neppure posso sapere quando
questa condanna finirà…”. Non si può predeterminare la durata di una
cura, è evidente; si deve invece fissare la durata di una pena, è un
principio di civiltà. Per questo dobbiamo allontanare ogni acrobazia
ideologica che voglia mescolarle di nuovo, e lavorare seriamente tutti per
un carcere diverso.
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