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Roma, 21 marzo 2005 |
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I Gruppi della
Federazione non condividono un’iniziativa che contrasteranno con forza: ROMA – Il
Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) prende le distanze
da un’iniziativa di cui ha appreso notizia solo dai giornali: la
proposta governativa di avvio di una nuova sperimentazione nell’area
carcere e tossicodipendenze da attuarsi a Castelfranco Emilia, a partire
dal prossimo mese di aprile e gestita da un “certo” privato sociale. 1) Da anni il CNCA,
insieme a tutte le realtà che operano negli istituti di pena italiani,
pone la questione carcere tra le priorità dell’intervento
sociosanitario nel nostro paese. Si registrano punte di una gravità
eccezionale: le numerose morti in carcere, le overdose, le varie forme di
abbandono o l’assenza di interventi organici e strutturali per la
scarsità delle risorse sia professionali sia economiche investite, fino a
giungere alla totale assenza di interventi in alcune situazioni
specifiche. Le persone tossicodipendenti in carcere risultano superare le
15.000 unità ogni anno; appare, quindi, necessario attivare un piano
organico di interventi più che nuove progettazioni “spot” isolate,
non ripetibili e di forte profumo elettorale e politico. 2) Le poche
informazioni disponibili sull’esperienza di Castelfranco ci descrivono
un capovolgimento della filosofia dell’intervento delle comunità in
carcere, con l’assunzione di responsabilità contenitive e di supporto
alla detenzione da parte degli operatori sociali. Tale trasferimento del
percorso delle comunità e del ruolo degli operatori in un percorso per
detenuti, pur se tossicodipendenti, comporta una rinuncia ai fondamenti
stessi del percorso terapeutico, cioè la libera scelta e la responsabilità
della persona nell’avvio e nel prosieguo del programma rieducativo
- principi che il CNCA ritiene ineludibili nei propri interventi. In
sé, la presenza degli educatori non modifica da sola la valenza puramente
contenitiva che il carcere attualmente esplica. Ci preoccupa la proposta
di trasformazione dell’educatore in guardia carceraria e del percorso
terapeutico in lavoro in carcere. Riteniamo piuttosto che il lavoro sia
estremamente utile ed efficace in contesti di affidamento e detenzione
alternativa alla struttura carceraria stessa (la comunità o i servizi
territoriali). 3) Vogliamo poi con
estrema franchezza esprimere anche viva preoccupazione per il ruolo
improprio e inaccettabile che alcune organizzazioni del privato sociale
hanno deciso di condividere nell'esperienza di Castelfranco Emilia.
Riteniamo che si rischi una altissima ambiguità in cui le dimensioni
educativa e trattamentale, come talvolta è già successo, si convertano
in un’esperienza gravemente coercitiva, in una logica puramente
dissuasiva, creando forte ambivalenza tra luoghi della giustizia e
messaggi pseudo-trattamentali. I rischi che vediamo nell’iniziativa di
Castelfranco Emilia ci paiono amplificati anche dal fatto che tale
esperienza viene affidata a realtà del privato sociale di cui non
condividiamo i dichiarati metodi di dissuasione e di contenimento, a volte
estremi, che si vorrebbero legittimati dal fatto che il fine giustifica i
mezzi. 4) Preoccupa anche
l’assenza, nella proposta governativa, di una progettualità condivisa
con la rete territoriale e lo scavalcamento delle competenze pubbliche
territoriali. Riteniamo, invece, che vadano sviluppate progettazioni e
percorsi condivisi con tutte le componenti sia pubbliche sia private
che con il carcere collaborano: Enti locali, Sert, comunità,
associazioni, operatori della Giustizia. Le numerose seppur faticose
esperienze all’oggi avviate – a Milano, a Roma, a Firenze – ci
insegnano come sia possibile un approccio diverso, tra carcere e
territorio, tra pena e cura, tra reato e tossicodipendenza. Non servono le
“pseudo carceri modello”; il carcere non può essere il nuovo scenario
dello scontro politico, serve un progetto vero e complessivo con
interventi organici e strutturali che prevedano un ricorso ben più
significativo e integrato alle misure alternative alla detenzione.
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