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Di Maria
Grazia Giannichedda
Ospedali
psichiatrici giudiziari Dove la «pena» si chiama «misura di
sicurezza», e non ha limite massimo. Un po' manicomi, un po' carceri
Gli «ospedali
psichiatrici giudiziari», che hanno sostituito i vecchi manicomi
criminali, potrebbero in molti casi essere sostituiti
dall'affidamento ai servizi di salute mentale e altre misure
alternative. Ma i servizi mancano, e l'inerzia è forte. Così restano
sovrappopolati Rinchiudere è più facile che curare Una buona metà
degli internati negli Opg ha commesso reati minori, ma spesso la
«misura di sicurezza» si prolunga molto più della carcerazione
corrispondente. Essere dichiarati «non imputabili»
In fila alla
biglietteria della stazione Termini, Antonietta Bernardini,
quarantenne, diversi ricoveri in ospedale psichiatrico alle spalle,
litiga con un'anziana signora e schiaffeggia un giovane che si era
intromesso e che è un carabiniere in borghese. Antonietta è
arrestata, fa pochi giorni di carcere e di ospedale psichiatrico e
viene mandata al manicomio giudiziario di Pozzuoli in osservazione.
Vi resterà 14 mesi in attesa di processo, spesso legata al letto.
Era legata da quattro giorni quando il materasso prese fuoco, per un
incidente o per un gesto estremo di protesta.
Antonietta Bernardini morì il 31 dicembre 1974 per le ustioni
riportate; direttore e sorveglianti furono condannati in primo grado
ma poi assolti, la sezione femminile di Pozzuoli fu chiusa, il
ministro di grazia e giustizia dichiarò che il governo si sarebbe
impegnato per una chiusura rapida dei manicomi giudiziari, che da
allora presero la denominazione attuale di ospedali psichiatrici
giudiziari (Opg). Le indagini scoperchiarono però anche un'altra
realtà: quella di uomini della camorra per i quali il meccanismo che
aveva distrutto Antonietta Bernardini si convertiva in privilegio,
attraverso perizie psichiatriche che assicuravano soggiorni
privilegiati in Opg. Domenico Ragozzino e Guglielmo Rosapepe,
direttori degli Opg di Aversa e Napoli, condannati in primo grado ma
poi assolti, si suicidarono.
Tre anni dopo questi fatti fu approvata la «legge 180», a torto
accusata di aver dimenticato gli Opg, che sono un problema non di
legislazione sanitaria ma di diritto penale e penitenziario.
Carcere e manicomio insieme
Il codice penale disciplina infatti le condizioni e le conseguenze
della «non imputabilità», totale o parziale, «per vizio di mente».
Gli Opg dipendono dal Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap)
ma l'internamento in questi istituti non è una pena ma una «misura
di sicurezza», della quale è definito il tempo minimo (2, 5 e 10
anni in relazione al reato) ma non quello massimo. In sostanza:
nell'Opg i caratteri del carcere si sommano a quelli del manicomio.
Questa cornice normativa è rimasta immutata, e anche strutture e
risorse sono rimaste in gran parte le stesse di trent'anni fa. Ci
sono stati però dei mutamenti molto rilevanti nella normativa che
riguarda l'invio e la permanenza in Opg. La Corte Costituzionale
infatti, attraverso una ventina di sentenze emesse in gran parte
dopo la «legge 180», ha cancellato alcuni degli automatismi più
aberranti delle vecchie norme o ne ha indotto la modifica.
Così, pur senza una ridefinizione organica della cornice normativa,
si è messo in moto un processo di riforma che ha toccato i canali di
ingresso agli Opg e i meccanismi di uscita. Questo, insieme alla 180
e alle norme sul passaggio della sanità penitenziaria al Servizio
Sanitario Nazionale (articolo 5 della legge delega 30/11/1998 e
decreto delegato 22/6/1999, n. 230), ha creato da tempo le
condizioni per ridurre fortemente sia il numero degli internati che
i nuovi ingressi.
Il punto è che le possibilità offerte dalle nuove norme in gran
parte non vengono colte, né dai servizi di salute mentale né dai
giudici e dai magistrati di sorveglianza. Così le ricadute del
processo di riforma avvenuto in questi anni restano labili,
insufficienti. Pochi casi e luoghi dimostrano come già oggi si possa
fare a meno dell'Opg o ridurre fortemente l'uso e la durata di
questa misura, ma per lo più prevale un inerziale ripetersi dei
vecchi e non più obbligati automatismi.
Questo è il problema chiave su cui puntare l'attenzione: senza
smettere di indignarsi per la contenzione degli internati, per il
degrado delle strutture e la povertà dei mezzi, ma evitando di
imputare interamente agli Opg le responsabilità della situazione
attuale, che vanno ridistribuite sul più complesso sistema -
magistratura, servizi di salute mentale, amministrazione
penitenziaria - che continua ad alimentare l'Opg e le sue
aberrazioni.
Un esempio. Oltre la metà degli internati hanno commesso reati
minori (alterchi, minacce, danneggiamenti etc) e sono stati perciò
«condannati» alle misure di durata più bassa, cioè due anni: si
tratta del 49,5% delle persone riconosciute totalmente non
imputabili, e del 12,4% di quelle riconosciute parzialmente
imputabili. All'opposto, solo al 16,5% degli internati è stata
inflitta la misura di durata più alta in quanto autori di reati
gravi come l'omicidio. Dunque una metà degli internati ha commesso,
in condizioni di sofferenza, reati minori che magari, senza il
giudizio di non imputabilità, avrebbero prodotto una carcerazione
più breve.
Prima di scandalizzarsi sull'iniquità di una tale situazione,
bisogna sapere che l'internamento in Opg oggi non è più la sola
conseguenza automatica per chi ha commesso un reato in condizioni di
totale o parziale incapacità. La Corte Costituzionale ha infatti
riconosciuto da tempo un dato importante: poiché la misura di
sicurezza serve a controllare la pericolosità sociale, occorre
accertare se questa pericolosità perdura dopo il reato commesso. Non
è detto infatti che si mantenga immutato lo stato di alterazione
mentale in cui una persona ha fatto, ad esempio, minacce gravi e
tentato di metterle in atto, e non è detto che questa persona, anche
se non è guarita, tenderà a ripetere quel comportamento e a essere,
quindi, pericolosa. Com'è noto, il disturbo mentale si può curare ed
è anche possibile modificare le condizioni di vita e il contesto in
cui il fatto è avvenuto.
La Corte ha detto perciò al giudice che, quando proscioglie una
persona per vizio totale o la condanna a pena diminuita per vizio
parziale, deve applicare la misura di sicurezza non automaticamente
ma solo se ravvisa la presenza di una pericolosità sociale (art.231
della L. 10/10/1986 successiva all' abrogazione art.204 del codice
penale).
Inoltre, la misura di sicurezza deve essere eseguita solo se il
magistrato di sorveglianza (come dice l'art. 679 del codice di
procedure penale) accerta che la pericolosità sociale della persona
perdura nel momento in cui la misura deve essere eseguita. C'è anche
una sentenza costituzionale più recente (n.253 del 2003), che ha
dichiarato illegittimo l'articolo 222 del codice penale «nella parte
in cui non consente al giudice di adottare, in luogo del ricovero in
Opg, una diversa misura di sicurezza prevista dalla legge, idonea ad
assicurare adeguate cure dell'infermo di mente e a far fronte alla
sua pericolosità sociale». Questa sentenza chiarisce che la misura
di sicurezza può essere la libertà vigilata accompagnata dalla
prescrizione di un rapporto stabile e continuativo con il servizio
psichiatrico territoriale.
Una domanda a questo punto: quanta parte di quel 49,5% di internati
avrebbe potuto evitare l'invio automatico in Opg se i servizi di
salute mentale, i giudici e i magistrati si fossero messi a lavorare
insieme, caso per caso, utilizzando, come in alcune situazioni si
fa, gli spazi normativi appena citati?
Un altro esempio. Una sentenza della Corte Costituzionale che risale
all'epoca della vicenda Bernardini (la n.110 del 1975) ha stabilito
la possibilità di revocare la misura di sicurezza prima del tempo
minimo stabilito dalla legge. Questo si è fatto e si fa, ma in casi
davvero rari.
«Dimenticati» là dentro
Guardiamo infatti la tabella sul numero di proroghe: si tratta di
una cifra altissima che, come tutti i direttori di Opg testimoniano,
è dovuta, più che al perdurare della malattia e della pericolosità,
al fatto che i servizi di salute mentale non vogliono o non possono
occuparsi di queste persone. L'Opg diventa perciò, agli occhi del
magistrato di sorveglianza che si limita a registrare questo dato,
la sola risposta disponibile, anche se non l'unica possibile e di
certo non la più adeguata.
Un questione, a questo punto, sulla politica e sulla sua capacità di
produrre e governare innovazioni istituzionali orientate al rispetto
dei diritti. Abbiamo avuto una riforma, la «180», criticata in
quanto non graduale, «violenta», nella scelta di chiudere il
manicomio. Abbiamo sotto gli occhi il processo graduale che ha
riformato gli Opg. Ma in un caso e nell'altro, abbiamo una politica
che poco o nulla ha fatto per promuovere il riorientamento delle
istituzioni sulle nuove norme e per scoraggiare la persistenza delle
vecchie attitudini e di comportamenti ai margini della legalità.
Avrà ben poco esito una riforma organica degli Opg se la politica
non saprà riformarsi
(Questo, di
seguito, appariva sulla stessa pagina)
Gli Opg in
Italia, in cifre
I dati più
aggiornati sulle presenze nei sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari
(Opg) sono forniti dall'Associazione Antigone, che li ha visitati lo
scorso maggio.
Risultavano in tutto 1.266 internati distribuiti come segue: Aversa
316 (capienza regolamentare 164), Barcellona Pozzo di Gotto 215
(capienza regolamentare 216), Castiglione dello Stiviere 225 di cui
90 donne (capienza regolamentare 193), Montelupo Fiorentino 137
(capienza regolamentare 100), Napoli Sant'Eframo 105 (capienza
regolamentare 150), Reggio nell'Emilia 268 (capienza regolamentare
120).
Gli internati provenienti da paesi extracomunitari erano 116, il
9,16% del totale. Questa percentuale è molto più bassa rispetto a
quella degli extracomunitari detenuti, che sono il 35,31% della
popolazione reclusa, ma indica situazioni di grandissima sofferenza
anche per la carenza, in queste strutture, di mediatori culturali.
Le tabelle qui accanto si riferiscono invece alla situazione degli
Opg nel 2004 e sono tratte dal rapporto del Gruppo di lavoro
Interministeriale «Giustizia e Salute» diffuso nel novembre 2006. Il
numero complessivo di internati nel 2004 era 1057.
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