L'Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Montelupo Fiorentino, a vederlo da fuori, è una splendida villa medicea - la Villa dell'Ambrogiana - che si staglia nella campagna toscana. A non saperlo, può appare un albergo, di quelli per ricchi, con idromassaggio e servizio a cinque stelle. Ma basta varcare il primo portone per capire tutta la differenza che passa tra la bellezza dei paesaggi e il dolore degli uomini. Qui fu imprigionato e morì, nel 1910, l'anarchico Giovanni Passanante che attentò, senza riuscirvi, alla vita di re Umberto I.
All'interno della struttura, che mostra tutti i segni del passare del tempo, vi sono circa 130 internati disposti su tre sezioni, divise la seconda dalla terza da un ampio spazio verde. Di questi internati circa la metà sono qui da almeno cinque anni. Molti sono in proroga della misura di sicurezza, meccanismo che ormai in questo nostro giro abbiamo imparato a conoscere. Comminata una prima volta, la misura di sicurezza viene prorogata per un tempo in(de)finito indipendentemente dal reato commesso e dallo stato di salute dell'internato. Montelupo è, tra tutti, l'Opg con meno personale, solo 27 operatori tra educatori, medici, infermieri e psichiatri, e circa 90 agenti di polizia penitenziaria.
La seconda sezione ha l'aria dimessa di un ospizio. Gli internati che si trattengono in un piccolo cortile o passeggiano lungo gli stretti corridoi sono circa quaranta e per lo più anziani, qualcuno davvero in là con gli anni.
Le condizioni delle celle, anguste, riflettono la povertà delle persone e la vecchiaia della struttura. Giacomo S. ha oltre settanta anni. Costretto su una sedia a rotelle, impreca appena ci vede. Nell'altra vita faceva il pastore. E' qui da pochi mesi, privo di quasi tutti i denti, in una piccola cella con altre tre persone. «Non so perché mi hanno portato qua», ripete, e qualche lacrima di rabbia scivola assieme alle imprecazioni». Bruno L., anche lui quasi settanta anni, ci fa entrare nella sua cella, piccola, troppo, dove vivono in due. Nel piccolo spazio sono ammassati due letti, panni, scatole, scarpe, qualche oggetto personale. Si avverte un forte odore di urina in sottofondo.
A un certo punto lungo il percorso fa capolino un vecchietto dall'aria dimessa, con panni lisi a metà tra il pigiama e una logora casacca. Umberto A. ha ottantotto (88) anni, da tre è a Montelupo. Contadino, ha ucciso (accidentalmente è la sua versione, con dolo secondo i giudici) la moglie con un colpo di fucile. Peserà meno di 50 chili. Quale che sia la verità, non è chiaro quale siano le dinamiche di sistema giudiziario che concede a Eric Priebke i domiciliari e costringe Umberto A. in un manicomio giudiziario.
L'altra sezione, la III, è più «frequentata». Al piano terra vediamo la sala con i letti di coercizione. In una cella scura, triste e spoglia, due letti, dai piedi segati, fanno bella mostra di sé. Hanno «ospitato» 69 persone in un anno, secondo i dati ufficiali. Sui tempi rimane un mistero. Sono brevi, ci assicura il direttore Fabrizio Scarpa. Ci indica Luigi P., spiega che è stato più volte in coercizione nell'Opg di Reggio Emilia e che gli effetti, negativi, si vedono tutti. Qui, ce lo spiegano alcuni internati, l'isolamento si chiama «camera di raffreddamento» ed è l'anticamera della coercizione.
Nella cella a fianco, desolatamente vuota, sporca e con odore di urina Domenico S., completamente privo di denti, implora la sua sigaretta. Nei corridoi molti internati riconosco Francesco Caruso, il deputato di Rifondazione comunista qui in visita, e si avvicinano incuriositi. Alessio comprende l'importanza dell'interlocutore e si presenta: «Sono l'imperatore del Portogallo». Gaetano B., trent'anni, era all'Opg di Napoli e sorride felice di vedere «l' onorevole»: «Qui si sta meglio, pensa che ho anche mangiato una pizza, dopo quattro anni. Là era terribile».
Le celle sono comunque affollate, in attesa di lavori di ristrutturazione. Giuseppe, stessa età, è un ex pugile. Ha trascorso otto anni di Opg, per un reato che, se fosse stato ritenuto «capace di intendere», gli costava massimo tre anni di carcere. La sua cella è particolare, una sorta di piccolo negozio etnico. Contrasta con l'affollamento e la miseria delle altre. Merito del suo compagno che anche solo con i pacchetti di sigarette crea articolate costruzioni. Lui vuole rientrare a boxare, se riesce a uscire. «Che dici ce la faccio? Qui i farmaci mi fanno prendere peso». Il dramma di giornata di Davide è invece tutta in un baratto ineguale. Ha scambiato, volontariamente dice, il suo orologio per una calcolatrice, e adesso vorrebbe che il direttore autorizzi l'accordo, perché non via sospetto di imbroglio.
Rileviamo attenzione e disponibilità da parte degli operatori, ma il presente conferma la storia di disperazione di Montelupo. A fine maggio Maurizio Sinatti, un internato di 43 anni, è stato ucciso da un compagno di cella, Giuseppe Cascio, 40 anni. Non erano insieme in cella da molto tempo ed entrambi erano finiti all'Opg, in esecuzione di misure di sicurezza, dopo essere stati coinvolti in reati contro il patrimonio.Un litigio, una convivenza divenuta insopportabile.
Un episodio analogo si era verificato nel '92. Un internato, Nicola Del Degan, era stato strangolato nella sua cella. Episodi rari, che suscitano raccapriccio ma non meraviglia, perché la convivenza forzata è già difficile di per sè, figuriamoci tra persone che soffrono un disagio psichico. Appena una settimana dopo un internato ha tentato di impiccarsi, portando a sei i casi di tentato suicidio negli ultimi due anni.
Quando il portone si richiude, la serenità del paesaggio toscano riprende il sopravvento e contrasta con la disperazione che Montelupo nasconde. E' difficile dare un orizzonte alla speranza, come ha ci ha detto sottovoce un internato: «Altro che camera di raffreddamento, qui è sempre contenzione. Questi posti non cambieranno mai». Non resta sperare che si sbagli.