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Rischio e enfasi,
il diritto al lavoro: vale lo stesso per la persona in difficoltà e con
disagio mentale? Parole chiave:
Questo presupposto
se così si può dire, parte dalla riflessione che deriva
dall’osservazione che si prospetta attraverso un frangente, o meglio
una fessura,una crepa. Quello
che un osservatore può vedere, attraverso il divario, che gli apre
in maniera ampia di là della soglia stessa dello sbarramento,
del blocco in cui deposto è il dolore di quella sofferenza originale,
dettata dal dis-agio sin dall’esordio della salute mentale, che da
tanta parte esclusa è abolita nella sua storia più significativa ! Ciò
che appare integro,oltre quel buco come fosse un privilegio, se
l’occhiata non intende solo curiosare per la mancanza del coraggio di
spalancare e tenere aperto quel luogo dove la similitudine dissimulata,
giace disarmata e
abbandonata a un ordine acuto,grave, del suo essere terrorizzata in
quanto solamente mortificata. Questo non solo è
possibile fin dall’inizio dell’apparire della salute mentale,della
necessità del suo agio, del bisogno di
mostrarsi,confrontarsi,dell’angoscia a ritirarsi,soccombere,
alienarsi, ma pensare
d’essere accanto come interlocutori
attenti e non curiosoni infondo
indifferenti, è una provocazione che non dovrebbe più metterci
solamente in fila per il nostro turno a spiare,come in un gioco
impressionante, soprattutto adesso che c’è la percezione
dello scadere d’ un tempo essenziale , alla parabola
liberatoria, di contro a un provino ad eliminazione dal grande alieno
sfigato, per rivederlo a
terra e disarmato, privato del suo mondo e di quello che non si vuole
che invada, e coglierlo nella sua spogliazione di tutto quel potere
impressionante, dilagante,mutante, tra-passante il tempo e lo spazio del
rifiuto ad essere un caso ad ogni costo stranamente esemplare, capitato
in avanti a questa mondanità non più che curiosa . Quale diritto e
quale lavoro per ciò che rimane come pericolo e minaccia permanente? Quale dignità su
uno svuotamento e un impoverimento che rende quest’ex-traneo privo di
un sé medesimo, dis-abitante di un suo corpo, ad uno stesso tempo
reso solo apparente, carne ed ossa
resistente al mondo intero? La dimensione
fattiva per un approccio carico di significati pratici alle aspettative
di dignità, che fondano il diritto a sussistere nel proprio essere
individuale, di uno status verso l’interesse al lavoro! Nella
de-costruzione anomala, e perciò smonta-mento, parte la visione di
questa costruzione,che significa: “la
resistenza e resa” della
propria salute mentale; manifesta in
chiunque non sia liberato dalla mortificazione del dis-agio e
dall’affanno di sentirsi solo un peso morto, in quel senso che assume
la realtà concreta verso
l’essere rifiutati e abbandonati da questo mondo . Perdita di senso
ancora prima della perdita del lavoro? La
dignità pulsa vivamente in
quello che al tempo stesso è il senso dell’essere presenti o essere
al mondo , in quanto ospitati ( che significa venuti al mondo, abitanti,
perciò ospiti in tutto il mondo.) L’esserci in
quanto tale consegna un aspettativa di cura che riguarda l’essere
ospitati o essere al mondo per qualcosa, nel prendere possesso e
impossessarsi mediante l’aspettativa o la parte spettante in se, come
realizzo o promozione alla vita scaturita mediante il processo
disponibile ad allevarci, nutrirci,curarci per la fragile nostra origine
in disagio apparente .
L’espressione ora et labora nel senso profondo dal suo
rispecchiarsi, è stata la visione
senza ironia, che non accadesse il male,le tenebre, per occuparsi del
bene, in modo che apparisse chiaro in quel tempo che
sulla terra non s’era visto
più di tanto al lavoro, perché operava il male.
La riforma protestante e in particolare modo quella Calvinista,
porrà il libero arbitrio sotto la
tutela di un successo materiale,come indice di un realizzo ad
vitam operosa, per il fine di un bene che è gia augurio perché si
determina nella persona capace di costruire il proprio destino sulla
terra, “se questa è l’autonomia ,quanti si mostrano incapaci di
guadagnarsi una vita decorosa e sufficiente non sono degni di pietà e
di commiserazione,ma di riprovazione e di disprezzo”( Dalla crisi del
trecento all’espansione europea, -gli ultimi miserabili e vagabondi
<Maria Serena Mazzi> la storia -La biblioteca di repubblica)
.
Nella prima età del pauperismo viene affidato al lavoro, di
contro l’ozio, nella misura di chi non possedeva la voglia, la stoffa,
il materiale, la merce preziosa da produrre in seno dal
mattino sino alla sera ed il giorno a seguire,per mostrare
indosso l’occupazione, a ricoprire lo spoglio, la miseria, la
nudità che in falce al medioevo aveva il sopravvento come la peste.
IL pensiero positivista porterà Descardes al sunto della sua
espressione:“cogito ego sum” penso e dunque sono ,come a volere
rappresentare che non sto’ sognando, vaneggiando,si potrebbe supporre
in senso metaforico: non sono trasparente,invisibile, dunque sono ben
visibile, nel senso di bene esposto o mi vedo bene con certezza. (si
faccia riferimento a M. Foucault storia della follia nell’età
classica; in una nota lo stesso autore sostiene : quello che è più
significativo,è che Descartes in fondo, non parla mai della follia in
se stessa nel suo testo. Essa non è il suo tema.La utilizza come un
indice per una questione di diritto o di valore epistemologico. Questo
è,si potrà dire, il segno di una profonda esclusione). Perciò
fissando in definitiva l’es-posizione
: a ragion veduta, in
principio è bene vedersi in sé, si rinvia la
l’abolizione medesima del vedere il mondo innanzi a sé,
autentificando il male
stesso e la travolgente
posizione di questo disagio
assunto in origine, come una debolezza, una fragilità, un debito
d’alienare. Carichi
famigliari, carichi farmacologici, resistenza. Nella prospettiva
concreta di un collocamento al lavoro
mediante l’esercizio di una modalità quotidiana ,che dovrebbe
essere coinvolgente non obbligatoria, in quanto abolisce la voglia e
quindi il desiderio e la volontà d’affrontare una simile realtà,
quest’elemento carico deve essere considerato, affinché la
prestazione sia sopportabile nella dis-egualianza dei bisogni, ossia
quelli affettivi, sentimentali, relazionali ,da rimediare
prima di tutto per lo spossessamento, pauperismo, di conseguenza
un fallimento non solo presunto ma
vissuto in quanto tale, davanti alla realtà attuale che sembra
rinnegarci, rifiutarci, mortificarci nel quotidiano.
La gravità
racconta che il vissuto e la storia personale rimane invariata se non si
alleggerisce il peso, ovvero non si può abbattere un sintomo, lasciando
invariato il carico mortificante,non è questo l’orizzonte della
Salute mentale! Esempio: l’amico
solo. Poco tempo
fa,recandomi a trovare un amico che vive da solo da alcuni anni in una
casa vecchia, che rispecchia le abitazioni tipiche dei contadini, col
portico e ampie stanze al pianterreno,mentre le camere poste al piano
superiore, mi accolse rifocillato in cucina, una stanza riscaldata con
una stufa a legna convertita con un piccolo bruciatore a gas metano. Ciò che notai,
dall’ultima volta che gli feci visita in quella stessa casa, quando
era ancora occupato dopo anni d’inattività, era lo spazio pieno di
oggetti, cioè lo spazio vivibile si era
ridotto, intorno la tavola di sei posti,emergeva un ingombro che
riduceva ad una sola possibilità di occupare quel posto, perché il
resto della superficie non dava altra prospettiva, in tale modo anche il
divano aveva perso la capienza di
due posti dei tre originali come di consueto, altrettanto la vetrina,la
madia, sopra il frigorifero e la tv,sporgevano circondati da cassette e
nastri d’ogni genere. Nello scambiare
qualche parola chiesi il perché della presenza di
tanti oggetti, ed in particolare del gran numero di
sveglie e orologi a suoneria da caricare tutte a mano, come
quelle in uso nelle abitazioni, ad
un tempo scaduto in molte nostre case? Rispose con un
tono soddisfatto che erano più di cento e tutte in funzione, che il suo
obiettivo era ripararle, dopo averle raccolte dalla piattaforma
ecologica dove lui lavorava qualche ora al giorno, nel recupero
di oggetti scartati in quantità dalla gente del paese e di quelle
sveglie che nessuno avrebbe
reclamato mai. In
considerazione al fatto che trascorreva in quella casa il suo tempo da
solo, come nella stessa circostanza prima che sopraggiungessi, in attesa
che si rinnovasse di nuovo il suo contratto di lavoro scaduto a fine
anno, l’amico aggiustava o abbandonava
a pezzi quelle sveglie
d’epoca tutto attorno a se, sempre con più attrito e ingombro in
quella stanza.
Mi raccontava che era preoccupato del lavoro,a motivo del suo
rinnovo a cinquanta cinque anni della sua vita,del trascorso turbolento
e agitato, forse senza l’intervento di qualcuno a premere, quel posto
non l’avrebbe più occupato. Il fatto chi mi
colpiva stando in piedi, era la storia che quelle sveglie avevano
abitato,ad un tempo, con i nostri paesani, nel fissare i loro
appuntamenti con molto riguardo, e di persone ormai influenzate che non
si possono più incontrare,dopo un vissuto,in qualche modo trascorso al
ritmo di quelle lancette, a rotearsi in scatole, di contro allo svito di
una molla,che con il
sopravvenire fa scattare un
tic-tac a d’ agitare il
battito d’un cuore che non reclama, ignaro e sempre più stanco, come
di secondo scaduto a qualcosa che nella svariata sincronia di quella
sera, lì in cucina,ci rincorreva per spaventare, rumoreggiare,
occupare, ritmare il primato d’un tempo,occorrente non solo al mio
amico, volendo al tempo stesso,ora ,solo
preoccupare, beffare del fatto che
è scaduto,non è
libero e non è neutrale, imparziale, ovvero ritorna incalzante
per quelle genti che
lo hanno tenuto in conto,lo temono sul serio,e di conseguenza lo
sfuggono,e si sottraggono,non lo
è stato, per coloro che l’ hanno dis-abitato nello spazio reale di
quel che era in un certo senso fissato liberamente
per loro ,nella dimora
d’ abitare non a caso la gratuità di un momento che si poteva vivere
degnamente e prendersi in
qualsiasi vero accadimento .
Posso sostenere
che a casa di quell’amico mi sono trovato nella storia del coniglio di
Alice nel paese delle meraviglie, o in un quadro di Salvator Dalì, e
oppure in un racconto di Franz Kafka,del tutto sorprendente e sotto
controllo, dove la ragione non abita scontatamente e banalmente per dire
che quel paese, fuori la cucina del mio amico,senza forse come noi, era
tutto da curare. La scarsa
consapevolezza che si riducono le attenzioni e le prassi che supportano
significativamente e umilmente l’inserimento al lavoro del disabile
col disturbo mentale, può scadere in un processo parallelo d’
istituzionalizzazione che propone
il paradigma che si vuole una piattaforma reale del recupero
biologico della psichiatria, nel determinare un agente non più in
funzione ad un corpo individuale, ne tanto sociale, ma solo ridotto alla
forma d’un pezzo sottratto ad un sintomo biologico indifferente da
sincronizzare. Come dispiegamento
di fondo, intravisto nella cooperazione di tipo A,accreditata al
servizio sanitario per la cura e riabilitazione, questo paradigma è in
simbiosi tout-court e sposta l’attenzione più significante di quel
senso di lavorare, accompagnare, sostenere, al contenere,intrattenere il
lavoratore in deterioramento. Le possibilità di
creare un monopolio dell’occupazione residenziale non è estemporanea,
ma latente. Se si considera
fin da ora la possibilità di un cartello sul mercato, sulla via
d’ingresso alla rete della salute mentale e presa in carico da parte
dei servizi; non in funzione alle necessità e ai bisogni reali del
dis-agio mentale, ma del disturbo e controllo sociale, noteremo che per
ogni persona non agiata,quelle prestazioni abili al lavoro, entrano in
crisi del tutto,prima ancora di in un programma altamente riabilitativo
e di contenimento,riadattamento,
medicamento, istituzionalizzazione. Non a torto si può
sostenere a questo punto:
Qui bisogna
scegliere:la salute mentale pone un aut-aut! Senza assunzioni
di scelta,che rispetti ad un tempo la dignità intera dell’individuo,
senza abolirne la propria
natura probante che non
rinuncia a lasciarsi sostituire tanto facilmente dal nostro tentativo di
dis-sociarci,in quanto essere angosciati, mortificati,disperati, che ci
riguarda come persone fragili, perciò consapevoli della delicatezza in
principio ad ogni essere in vita, questo bisogno insopprimibile
d’essere accolti, in contro all’incertezza evidente del più
profondo esserne parte integrale,in origine ad un mondo, che
chiama,nomina la vita indistintamente,nessuno al mondo può avere tanta
autorità di allontanare da quello che ci dovrebbe giovare,
agevolare, sollevare, nutrire:La libertà da ogni ricatto
inibitorio è resistenza essenziale. Concludendo non
posso che riaffermare il sunto fondamentale che Franco Basaglia in
pratica sosteneva; “ ogni momento,ogni gesto quotidiano,non può
essere vissuto lontanamente dalla
dignità di ogni persona : la libertà è terapeutica.” Allora tornare al
principio delle vicinanze è potenzialmente volontà di resistere alle
lontananze per non perdere la visione dell’accoglienza e la capacità
di coesistere congiuntamente ai nostri bisogni di sussistenza, in
corrispondenza alla dignità individuale,del branco,del gruppo,del
collettivo, della associazione,che ha con-voglia-to
quel senso comune d’esistere per la specie bi-pi-de che ha
imparato a camminare su due gambe,prima ancora di spiccare il volo, per
scoprire che ogni terra è tonda come è tondo ogni viso,ogni volto,
prima di ogni valida ragione al mondo,. E non da ultimo
ricordare abbondantemente che :
“ quando cade la dignità di un solo uomo, è
l’umanità intera a cadere - mahatma Gandhj” risollevarla e
fare il bene comune alla
nostra dignità aggiungiamo noi,questa dovrebbe essere la mission
zico perani |