Diritto al lavoro: politiche alleanze strumenti     

 

Rischio e enfasi, il diritto al lavoro: vale lo stesso per la persona in difficoltà e con disagio mentale?  

Parole chiave: 

  • Il lavoro è per l’uomo; o l’uomo è per il lavoro?  ( paradigma del vangelo: la legge e per l’uomo o l’uomo per la legge.)

  • Il lavoro non è più una virtù ( paradigma l’obbedienza non è più una virtù d.L.Milani.)

Questo presupposto se così si può dire, parte dalla riflessione che deriva dall’osservazione che si prospetta attraverso un frangente, o meglio una fessura,una crepa.

 Quello che un osservatore può vedere, attraverso il divario, che gli apre  in maniera ampia di là della soglia stessa dello sbarramento, del blocco in cui deposto è il dolore di quella sofferenza originale, dettata dal dis-agio sin dall’esordio della salute mentale, che da tanta parte esclusa è abolita nella sua storia più significativa !

 Ciò che appare integro,oltre quel buco come fosse un privilegio, se l’occhiata non intende solo curiosare per la mancanza del coraggio di spalancare e tenere aperto quel luogo dove la similitudine dissimulata, giace  disarmata e abbandonata a un ordine acuto,grave, del suo essere terrorizzata in quanto solamente mortificata.

Questo non solo è possibile fin dall’inizio dell’apparire della salute mentale,della necessità del suo agio, del bisogno di mostrarsi,confrontarsi,dell’angoscia a ritirarsi,soccombere, alienarsi,  ma pensare d’essere accanto come interlocutori  attenti e non curiosoni  infondo indifferenti, è una provocazione che non dovrebbe più metterci solamente in fila per il nostro turno a spiare,come in un gioco impressionante, soprattutto adesso che c’è la percezione  dello scadere d’ un tempo essenziale , alla parabola liberatoria, di contro a un provino ad eliminazione dal grande alieno sfigato, per rivederlo  a terra e disarmato, privato del suo mondo e di quello che non si vuole che invada, e coglierlo nella sua spogliazione di tutto quel potere impressionante, dilagante,mutante, tra-passante il tempo e lo spazio del rifiuto ad essere un caso ad ogni costo stranamente esemplare, capitato in avanti a questa mondanità non più che curiosa .

Quale diritto e quale lavoro per ciò che rimane come pericolo e minaccia permanente?

Quale dignità su uno svuotamento e un impoverimento che rende quest’ex-traneo privo di un sé medesimo, dis-abitante di un suo corpo, ad uno stesso tempo  reso solo apparente, carne ed ossa  resistente al mondo intero?

 

La dimensione fattiva per un approccio carico di significati pratici alle aspettative di dignità, che fondano il diritto a sussistere nel proprio essere individuale, di uno status verso l’interesse al lavoro!

 Nella de-costruzione anomala, e perciò smonta-mento, parte la visione di questa costruzione,che significa:

 “la resistenza e resa”  della propria salute mentale; manifesta  in chiunque non sia liberato dalla mortificazione del dis-agio e dall’affanno di sentirsi solo un peso morto, in quel senso che assume la  realtà concreta verso l’essere rifiutati e abbandonati da questo mondo .

 

Perdita di senso ancora prima della perdita del lavoro?

 La dignità pulsa vivamente  in quello che al tempo stesso è il senso dell’essere presenti o essere al mondo , in quanto ospitati ( che significa venuti al mondo, abitanti, perciò ospiti in tutto il mondo.)

L’esserci in quanto tale consegna un aspettativa di cura che riguarda l’essere ospitati o essere al mondo per qualcosa, nel prendere possesso e impossessarsi mediante l’aspettativa o la parte spettante in se, come realizzo o promozione alla vita scaturita mediante il processo disponibile ad allevarci, nutrirci,curarci per la fragile nostra origine  in disagio apparente .

                 L’espressione ora et labora nel senso profondo dal suo rispecchiarsi, è stata la  visione senza ironia, che non accadesse il male,le tenebre, per occuparsi del bene, in modo che apparisse chiaro in quel tempo che  sulla terra non s’era  visto più di tanto al lavoro, perché operava il male.

                La riforma protestante e in particolare modo quella Calvinista, porrà il libero arbitrio sotto la   tutela di un successo materiale,come indice di un realizzo ad vitam operosa, per il fine di un bene che è gia augurio perché si determina nella persona capace di costruire il proprio destino sulla terra, “se questa è l’autonomia ,quanti si mostrano incapaci di guadagnarsi una vita decorosa e sufficiente non sono degni di pietà e di commiserazione,ma di riprovazione e di disprezzo”( Dalla crisi del trecento all’espansione europea, -gli ultimi miserabili e vagabondi <Maria Serena Mazzi> la storia -La biblioteca di repubblica)  . 

                 Nella prima età del pauperismo viene affidato al lavoro, di contro l’ozio, nella misura di chi non possedeva la voglia, la stoffa, il materiale, la merce preziosa da produrre in seno dal  mattino sino alla sera ed il giorno a seguire,per mostrare  indosso l’occupazione, a ricoprire lo spoglio, la miseria, la nudità che in falce al medioevo aveva il sopravvento come la peste.

                IL pensiero positivista porterà Descardes al sunto della sua espressione:“cogito ego sum” penso e dunque sono ,come a volere rappresentare che non sto’ sognando, vaneggiando,si potrebbe supporre in senso metaforico: non sono trasparente,invisibile, dunque sono ben visibile, nel senso di bene esposto o mi vedo bene con certezza. (si faccia riferimento a M. Foucault storia della follia nell’età classica; in una nota lo stesso autore sostiene : quello che è più significativo,è che Descartes in fondo, non parla mai della follia in se stessa nel suo testo. Essa non è il suo tema.La utilizza come un indice per una questione di diritto o di valore epistemologico. Questo è,si potrà dire, il segno di una profonda esclusione).

 Perciò fissando in definitiva  l’es-posizione :  a ragion veduta, in principio è bene vedersi in sé, si rinvia la  l’abolizione medesima del vedere il mondo innanzi a sé, autentificando  il male stesso e  la travolgente posizione  di questo disagio assunto in origine, come una debolezza, una fragilità, un debito d’alienare.

 

Carichi famigliari, carichi farmacologici, resistenza.

 

Nella prospettiva concreta di un collocamento al lavoro  mediante l’esercizio di una modalità quotidiana ,che dovrebbe essere coinvolgente non obbligatoria, in quanto abolisce la voglia e quindi il desiderio e la volontà d’affrontare una simile realtà, quest’elemento carico deve essere considerato, affinché la prestazione sia sopportabile nella dis-egualianza dei bisogni, ossia quelli affettivi, sentimentali, relazionali ,da rimediare  prima di tutto per lo spossessamento, pauperismo, di conseguenza  un fallimento non solo presunto ma  vissuto in quanto tale, davanti alla realtà attuale che sembra rinnegarci, rifiutarci, mortificarci nel quotidiano.     

La gravità racconta che il vissuto e la storia personale rimane invariata se non si alleggerisce il peso, ovvero non si può abbattere un sintomo, lasciando invariato il carico mortificante,non è questo l’orizzonte della Salute mentale!

Esempio: l’amico solo.

Poco tempo fa,recandomi a trovare un amico che vive da solo da alcuni anni in una casa vecchia, che rispecchia le abitazioni tipiche dei contadini, col portico e ampie stanze al pianterreno,mentre le camere poste al piano superiore, mi accolse rifocillato in cucina, una stanza riscaldata con una stufa a legna convertita con un piccolo bruciatore a gas metano.

Ciò che notai, dall’ultima volta che gli feci visita in quella stessa casa, quando era ancora occupato dopo anni d’inattività, era lo spazio pieno di oggetti, cioè lo spazio vivibile si era  ridotto, intorno la tavola di sei posti,emergeva un ingombro che riduceva ad una sola possibilità di occupare quel posto, perché il resto della superficie non dava altra prospettiva, in tale modo anche il divano aveva perso la capienza  di due posti dei tre originali come di consueto, altrettanto la vetrina,la madia, sopra il frigorifero e la tv,sporgevano circondati da cassette e nastri d’ogni genere.

Nello scambiare qualche parola chiesi il perché della presenza di  tanti oggetti, ed in particolare del gran numero di  sveglie e orologi a suoneria da caricare tutte a mano, come quelle in uso nelle abitazioni,  ad un tempo scaduto in molte nostre case?

Rispose con un tono soddisfatto che erano più di cento e tutte in funzione, che il suo obiettivo era ripararle, dopo averle raccolte dalla piattaforma  ecologica dove lui lavorava qualche ora al giorno, nel recupero di oggetti scartati in quantità dalla gente del paese e di quelle sveglie che nessuno  avrebbe reclamato mai.

 In considerazione al fatto che trascorreva in quella casa il suo tempo da solo, come nella stessa circostanza prima che sopraggiungessi, in attesa che si rinnovasse di nuovo il suo contratto di lavoro scaduto a fine anno, l’amico aggiustava o  abbandonava a  pezzi quelle sveglie d’epoca tutto attorno a se, sempre con più attrito e ingombro in quella stanza.           

   Mi raccontava che era preoccupato del lavoro,a motivo del suo rinnovo a cinquanta cinque anni della sua vita,del trascorso turbolento e agitato, forse senza l’intervento di qualcuno a premere, quel posto non l’avrebbe più occupato.

Il fatto chi mi colpiva stando in piedi, era la storia che quelle sveglie avevano abitato,ad un tempo, con i nostri paesani, nel fissare i loro appuntamenti con molto riguardo, e di persone ormai influenzate che non si possono più incontrare,dopo un vissuto,in qualche modo trascorso al ritmo di quelle lancette, a rotearsi in scatole, di contro allo svito di una molla,che con  il sopravvenire fa scattare  un tic-tac a d’  agitare il battito d’un cuore che non reclama, ignaro e sempre più stanco, come di secondo scaduto a qualcosa che nella svariata sincronia di quella sera, lì in cucina,ci rincorreva per spaventare, rumoreggiare, occupare, ritmare il primato d’un tempo,occorrente non solo al mio amico, volendo al tempo stesso,ora ,solo  preoccupare, beffare del fatto che  è  scaduto,non è libero e non è neutrale, imparziale, ovvero ritorna incalzante  per quelle  genti che lo hanno tenuto in conto,lo temono sul serio,e di conseguenza lo sfuggono,e si sottraggono,non  lo è stato, per coloro che l’ hanno dis-abitato nello spazio reale di quel che era in un certo senso fissato liberamente  per loro ,nella  dimora d’ abitare non a caso la gratuità di un momento che si poteva vivere degnamente  e prendersi in qualsiasi vero accadimento .                   

Posso sostenere che a casa di quell’amico mi sono trovato nella storia del coniglio di Alice nel paese delle meraviglie, o in un quadro di Salvator Dalì, e oppure in un racconto di Franz Kafka,del tutto sorprendente e sotto controllo, dove la ragione non abita scontatamente e banalmente per dire che quel paese, fuori la cucina del mio amico,senza forse come noi, era tutto da curare.

 

La scarsa consapevolezza che si riducono le attenzioni e le prassi che supportano significativamente e umilmente l’inserimento al lavoro del disabile col disturbo mentale, può scadere in un processo parallelo d’ istituzionalizzazione che  propone il paradigma che si vuole una piattaforma reale

del recupero biologico della psichiatria, nel determinare un agente non più in funzione ad un corpo individuale, ne tanto sociale, ma solo ridotto alla forma d’un pezzo sottratto ad un sintomo biologico indifferente da sincronizzare.

Come dispiegamento di fondo, intravisto nella cooperazione di tipo A,accreditata al servizio sanitario per la cura e riabilitazione, questo paradigma è in simbiosi tout-court e sposta l’attenzione più significante di quel senso di lavorare, accompagnare, sostenere, al contenere,intrattenere il  lavoratore in deterioramento.

Le possibilità di creare un monopolio dell’occupazione residenziale non è estemporanea, ma latente.

Se si considera fin da ora la possibilità di un cartello sul mercato, sulla via d’ingresso alla rete della salute mentale e presa in carico da parte dei servizi; non in funzione alle necessità e ai bisogni reali del dis-agio mentale, ma del disturbo e controllo sociale, noteremo che per ogni persona non agiata,quelle prestazioni abili al lavoro, entrano in crisi del tutto,prima ancora di in un programma altamente riabilitativo e di  contenimento,riadattamento, medicamento, istituzionalizzazione.

 

Non a torto si può sostenere a questo punto:

  • Fare  della politica sociale  è sempre un bel rischio in questo ambito,perché si rivolge agli ultimi,in quel senso che essi non possono rinunciare ad essere ad un tempo primi in ciò che gli aspetta.

Qui bisogna scegliere:la salute mentale pone un aut-aut!

Senza assunzioni di scelta,che rispetti ad un tempo la dignità intera dell’individuo, senza abolirne la propria natura probante  che non rinuncia a lasciarsi sostituire tanto facilmente dal nostro tentativo di dis-sociarci,in quanto essere angosciati, mortificati,disperati, che ci riguarda come persone fragili, perciò consapevoli della delicatezza in principio ad ogni essere in vita, questo bisogno insopprimibile d’essere accolti, in contro all’incertezza evidente del più  profondo esserne parte integrale,in origine ad un mondo, che chiama,nomina la vita indistintamente,nessuno al mondo può avere tanta autorità di allontanare da quello che ci dovrebbe giovare,  agevolare, sollevare, nutrire:La libertà da ogni ricatto inibitorio è resistenza essenziale.

Concludendo non posso che riaffermare il sunto fondamentale che Franco Basaglia in pratica sosteneva; “ ogni momento,ogni gesto quotidiano,non può essere vissuto lontanamente  dalla dignità di ogni persona : la libertà è terapeutica.”

Allora tornare al principio delle vicinanze è potenzialmente volontà di resistere alle lontananze per non perdere la visione dell’accoglienza e la capacità di coesistere congiuntamente ai nostri bisogni di sussistenza, in corrispondenza alla dignità individuale,del branco,del gruppo,del collettivo, della associazione,che ha con-voglia-to  quel senso comune d’esistere per la specie bi-pi-de che ha imparato a camminare su due gambe,prima ancora di spiccare il volo, per scoprire che ogni terra è tonda come è tondo ogni viso,ogni volto, prima di ogni valida ragione al mondo,.

E non da ultimo ricordare abbondantemente che  : “ quando cade la dignità di un solo uomo, è  l’umanità intera a cadere - mahatma Gandhj” risollevarla e fare il  bene comune alla nostra dignità aggiungiamo noi,questa dovrebbe essere la mission

                                                        

                                                                                                              zico  perani