Presentazione del III Forum

Il 7 aprile 2001, Giornata Mondiale per la Salute Mentale , l ' OMS ricordava a tutti i governi che i manicomi devono essere chiusi ovunque e sottolineava esplicitamente il valore dell ' esperienza italiana. Nel gennaio 2005, a Helsinki, i ministri europei della sanità hanno approvato un documento che fa riferimento alla urgenza di chiudere i manicomi e di superare tutte le forme di psichiatria restrittiva, ponendo particolare attenzione per evitare il ricorso alla contenzione e alla violazione del corpo. E costruire servizi di salute mentale per le persone diffusi nella comunità e vicini ai cittadini.

Cittadinanza, persona, individuo sono le parole che ricorrono nel documento di Helsinki e segnano la svolta che oggi viene richiesta a tutti i Governi europei per uscire da una condizione non più accettabile per le persone con disturbo mentale e le loro famiglie.

La cura e il lavoro terapeutico si possono materializzare solo garantendo cittadinanza e diritto, rispettando il valore dell’esperienza umana, valorizzando la singolarità e la differenza che ognuno porta con la sua storia.  

Ma non è soltanto la fine dei manicomi o la difesa monotona della Legge 180 che sostiene la possibilità di ripresa delle persone con disturbo mentale.

Se si vuole affrontare la sfida del diritto alla cura e alla salute per tutti, bisogna ripensare alle strategie e alle forme dell’organizzazione dei sistemi sociali e sanitari, spostare i percorsi di cura e di assistenza dagli ospedali e dalle grandi istituzioni ai contesti di vita dei vecchi, delle persone con malattie croniche e invalidanti, degli uomini e donne che per varie ragioni sono indeboliti nel corpo, nel diritto e nell’identità.

E’ dunque evidente quanto oggi la vita e il destino delle persone con disturbo mentale e delle loro famiglie non siano più ineluttabilmente segnati. Operatori e operatrici, volontari, familiari, amministratori, cittadini, persone con disturbo mentale, sempre più presenti con le loro associazioni, hanno potuto sperimentare ovunque culture e pratiche innovative e contribuiscono nella quotidianità al cambiamento.

Per quanto una rete di servizi sia ormai presente in ogni provincia e in ogni azienda sanitaria italiana,  le risorse messe in campo soffrono di molte approssimazioni amministrative e si mostrano insufficienti.

Tuttavia appare evidente quanto la legge abbia stravolto il quadro precedente: oggi sono attivi nel territorio più di 5.000 psichiatri impegnati nel servizio pubblico. Erano poco più di 700 alla fine degli anni ‘70. Più di 2.500 psicologi: erano poche decine. Più di 40.000 gli infermieri professionali: nei manicomi c’erano solo infermieri generici. Un numero cospicuo di assistenti sociali, riabilitatori, educatori, maestri, attori vengono a integrare e arricchire il quadro di queste risorse umane messe in campo. Le cooperative sociali intervengono numerose nei processi riabilitativi e di integrazione.

Il rapporto del 2001 del ministero della Sanità oltre a fornire questi dati confermava la presenza di un centro di salute mentale quasi ogni centomila abitanti, 270 servizi psichiatrici di diagnosi e cura negli ospedali generali e 17.000 posti residenziali diversamente distribuiti in tutte le regioni, 60 case di cura private e accreditate e 23 cliniche psichiatriche universitarie.

Di recente sono aumentati i centri di salute mentale aperti 24 ore su 24 sette giorni su sette. Sono presenti, in particolare, nel Friuli Venezia Giulia ed in Campania e, di recente, la Sardegna ed altre Regioni si stanno avviando ad assumere questa forma organizzativa.  

In questo quadro molti esempi positivi, azioni di numerose regioni e di molti direttori generali dimostrano che ovunque è possibile operare scelte di campo e investire risorse per la realizzazione di servizi sensati e vicini ai cittadini.

Un recente rapporto del Ministero ne conta più di 50 CSM 24 ore, 7 giorni su 7. Analogamente SPDC, con buone qualità “abitative” e modalità di funzionamento adeguate e con efficaci legami con il territorio, sono presenti in molte regioni: da Merano ad Aversa, a Trieste, a Pozzuoli, a Mantova, a Campobasso, a Roma. E ancora, sono evidenti esperienze di programmi residenziali e di inserimenti lavorativi strettamente connessi alle reti dipartimentali e gestiti da cooperative sociali e associazioni. Molte sono le persone che oggi lavorano malgrado la gravità del disturbo mentale

Eppure la qualità dell’assistenza resta in generale scadente: i centri di salute mentale, tranne quei cinquanta, sono aperti da sette a dodici ore al giorno per non più di sei giorni alla settimana. Immiserendo e vanificando i percorsi di cura possibili. I servizi di diagnosi e cura sono spesso angusti, collocati in luoghi indecenti, con le porte sbarrate dove legare le persone diventa consuetudine. Una ricerca recente dell’Istituto superiore della sanità rivela che  otto servizi su dieci usano queste pratiche. Le strutture residenziali finiscono spesso per essere luoghi pietrificati, dove i percorsi abilitativi e di socializzazione si snaturano in un intrattenimento senza tempo e in proposte di attività inutili e infantilizzanti.

In molte regioni le indicazioni dei progetti obiettivi nazionali e delle “buone pratiche” vengono ignorati. Fino alle scelte di dirottare il grosso delle risorse per finanziare la gestione di strutture neomanicomiali come è accaduto nel Lazio, alla confusione organizzativa e all’abbandono dei pazienti a più basso potere contrattuale nei circuiti assistenziali privati come in Lombardia, alla frammentazione dei DSM, come è accaduto in Toscana e in Umbria, alla proliferazione di strutture concentrazionarie, nuovi veri e propri manicomi, come in Calabria o in Sicilia.

In diverse aziende sanitarie i DSM languono spesso abbandonati a se stessi o in condizioni di pesante marginalità rispetto ad altre attività sanitarie o sociali ritenute più importanti.  

La Lombardia sembra essere esemplare per il progressivo dissolvimento di ogni sensata azione di governo delle politiche per la salute mentale

Si sta distruggendo letteralmente quanto, in 20 anni, si è cercato faticosamente di costruire: le scelte politiche, i piani sanitari rimandano a forme organizzative che riproducono istituzionalizzazione, frammentano i servizi e impediscono protagonismo, centralità, cittadinanza, integrazione, emancipazione delle persone, il ricorso squilibrato all’imprenditorialità privata ed alla cooperazione sociale,  finiscono per completare la disarticolazione dei Servizi pubblici. Molte sono le evidenze, ormai, di come queste scelte tendano sempre più a riproporre l’intervento specialistico psichiatrico ed a separarlo dai problemi contestuali, esistenziali e sociali.

Queste situazioni, questi rischi e queste riflessioni che, in misure e con coloriture diverse, si ripropongono in quasi tutte le Regioni italiane, dovranno essere il motivo conduttore dell’incontro milanese.

 

Si capisce così che l’abbandono denunciato dalla famiglie, l’inguaribilità e la cronicità che sembrano riemergere dal passato, nascondono l’inerzia e l’incapacità della psichiatria e dei governi locali di vedere i propri limiti e di produrre organizzazioni efficaci,oggi possibili.

Venticinque anni dopo quella svolta, è davvero chiaro quello che si può fare.

  • Prima di tutto smetterla di parlare della legge 180 come se fosse questa ad impedire la crescita e lo sviluppo virtuoso dei servizi di salute mentale.

  • L ' unica cosa che la legge impedisce è il manicomio, il sequestro dei diritti e della dignità delle persone che attraversano l ' esperienza del disturbo mentale.

  • Sono i governi regionali che devono assumere responsabilità e iniziativa. Riformulare con attenzione i piani socio-sanitari, restituire risorse e promuovere articolati sistemi di integrazione.

  • Avviare la realizzazione di centri di salute mentale aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette.

  • Favorire lo sviluppo e la crescita delle cooperative sociali.

  • Restituire forza e capacità al servizio pubblico per coordinare e integrare l’offerta dei privati. Per impedire che la debolezza delle politiche di welfare alimenti la crescita di un privato privo di regole e autoreferenziale.

  • Rendere belli e accoglienti i luoghi della cura e del vivere per le persone che attraversano i servizi.  

  • Ancora molte regioni sono disattente, investono poco e male in termini di valorizzazione e formazione delle risorse umane. Al contrario, la Regione Sardegna , per esempio, ha scelto di assumere la questione psichiatrica come una delle cinque priorità all’interno del suo piano sanitario, investendo di conseguenza. Così sembra si stiano attivando le Regioni Calabria, Abruzzo, Puglia. Gli assessorati del Friuli Venezia Giulia e della Toscana hanno prescritto, nelle linee di gestione per le aziende sanitarie per il 2005, l’abolizione del ricorso a qualsiasi forma di contenzione.

Sembra questa la strada da percorrere. Operare scelte di campo decisive per   ridurre l’imbarazzante dissociazione non più tollerabile tra pratiche ed enunciazioni teoriche, tra i principi e i modelli organizzativi, tra le risorse in campo e i percorsi reali di cura.

Oggi si può.