PUNTO DI PARTENZA                                               

Associazione Volontari e Familiari di Soggetti con disagio Psichico

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Sappiamo  che quando, oltre due secoli fa, Philippe Pinel ebbe la grande intuizione di separare dagli ospizi-prigioni i criminali ed i malati mentali, riconobbe che per questi ultimi erano necessarie le cure e non le catene. Si ebbe la legittima ammissione della malattia del corpo da non accomunare con la criminalità.

Con l’apertura dei primi due manicomi a Bicetre e a Salpetriere, quali luoghi di cura, l’intuizione era buona. Il risultato pessimo perché da uno stato di segregazione si passò ad un altro pressoché identico.

In tutto il XIX secolo negli altri stati europei vi fu il continuo riprodursi di quella triste esperienza francese ed anche in Italia nel 1904 con la legge giolittiana n. 36 fu decisa l’apertura dei manicomi dove segregare i malati mentali a tutela della società.

Si dette quindi prevalenza alla c.d. pericolosità sociale ed al pubblico scandalo dei malati anzicchè alla loro cura.

Non parlo delle cosiddette cure che allora venivano praticate in modo esclusivamente violento. Tanto è che, per giusta definizione, circa 30 anni fa esse furono qualificate “Crimini di pace”, commessi da molti discutibili tecnici del sapere pratico.

Voglio andare di molto a ritroso negli anni, per un motivo che spiegherò di seguito.

Nella seconda metà del 1500 la confraternita di Santa Maria della Pietà di Roma destinò una casa nei pressi di piazza Colonna ad ospizio per matti e poveri di  intelletto.

L’intento all’inizio caritatevole ben presto si trasformò in atteggiamenti di tipo carcerario e violento nei confronti dei matti, ai quali vennero associati i delinquenti e gli eretici, accomunati tutti dalla qualifica di malati.

Così quello che avrebbe dovuto essere un ospedale dei matti si trasformò in un vero e proprio reclusorio.

Nei secoli successivi varie vicende segnarono il destino del Santa Maria della Pietà.

Nel ‘700, a causa del divenuto sovraffollamento della casa, venne deciso di trasferire la quasi totalità dei segregati da Piazza Colonna a via della Lungara presso l’ospedale di Santo Spirito, che venne appositamente ampliato.

Nella seconda metà dell’’800 vennero acquisite le ville Barberini e Gabrielli per ospitarvi i degenti ricchi con i loro camerieri ed infermieri, e così fu attuata una grave discriminazione nei confronti di quelli indigenti.

Nel 1913 per l’attuazione della legge n. 36 del ‘904 il Santa Maria della Pietà venne trasferito nel nuovo vastissimo (150 ettari) manicomio-villaggio a Monte Mario.

In questo grande complesso un intero padiglione, il XVIII, fu destinato al reparto dei malati-criminali, la cui gestione era tenuta esclusivamente dal Ministero di  Grazia e Giustizia, che, però, nel 1961 ne decise la chiusura, trasferendo gli internati negli altri reparti dei malati c.d. “comuni”.

E’ l’unico caso, a mia conoscenza, che un manicomio giudiziario, oggi eufemisticamente chiamato ospedale psichiatrico giudiziario, possa essere stato chiuso.

Siamo oggi nel terzo millennio ed è anacronistico e paradossale che ancora vengano mantenuti in attività tanti altri O.P.G., il cui superamento è indispensabile nei riguardi della dignità umana.

Ciò tanto più che la riforma sull’assistenza psichiatrica, voluta dalla L. 833 del 78, in cui è stata incorporata la L.180/78, ha stabilito il principio generale della cura e del reinserimento sociale di tutti i malati di mente senza alcuna discriminazione.

Questi malati senza distinzione alcuna devono essere curati nelle strutture e nei servizi di salute mentale disciplinati da apposite norme di legge con l’adeguata riabilitazione ed inclusione sociale.

Ricordo che Franco Basaglia insegnava ai propri collaboratori e studenti: “Se qualcuno vi presenta un malato legato, la prima cosa che dovete fare è slegarlo, il resto verrà dopo”.

Nessuna cura può praticarsi e può guarire se il malato viene costretto ad una violenta contenzione fisica.

Così come nessuna funzione terapeutica ha l’O.P.G., riuscendo solo a distruggere chiunque vi entri.

Un aspetto molto rilevante è quello del doppio stigma e pregiudizio che grava sia sul malato internato nell’O.P.G. sia sui di lui familiari.

Subire il marchio di “matto” “folle” o altro e quello aggiuntivo di criminale accresce il negativo preconcetto nell’opinione pubblica con grave discriminazione sociale, che annulla qualsiasi processo di riabilitazione.

E’ quindi doveroso compito delle istituzioni e degli amministratori provvedere alla più urgente soppressione di queste strutture antisociali.

Voglio a tal proposito citare un recente scritto di Mario Tommasini, di cui tutti ben conosciamo le alti doti morali, intellettuali, umane e sociali :

 

“... un amministratore non deve tollerare né permettere che nel suo territorio esistano istituzione violente come il brefotrofio, il manicomio, gli ospizi per i vecchi.

Non può sporcare il suo mandato con l’indifferenza o con la rassegnazione e non può permettere che lì tra la sua gente e contro la sua gente esistano luoghi dove diritti e libertà vengono negati. Che vi siano forme di esclusione vecchie e nuove. Luoghi che nascono ed esistono per istituzionalizzare malati di mente, anziani in difficoltà o bambini senza famiglia. No, l’amministratore deve cercare e trovare nuove soluzioni che esprimano cultura d’amore, di convivenza. Che rappresentino traguardi di civiltà, non residui di barbarie...”

 

 Concludo con una esortazione , non mia ma di Primo Levi, indirizzata non a voi ma a coloro i quali devono trovare una soluzione al problema :

Voi, che vivete sicuri - nelle vostre tiepide case – voi che trovate, tornando a sera, - il cibo caldo e visi amici : Considerate se questo è un uomo

 

(Renato Parrino)