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PUNTO DI PARTENZA
Associazione Volontari e Familiari di Soggetti con
disagio Psichico
Via Polara n° 22/26 Palermo
Tel. e fax 091583482 |
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Sappiamo
che quando, oltre due secoli fa, Philippe Pinel ebbe la grande
intuizione di separare dagli ospizi-prigioni i criminali ed i malati
mentali, riconobbe che per questi ultimi erano necessarie le cure e non
le catene. Si ebbe la legittima ammissione della malattia del corpo da
non accomunare con la criminalità. Con
l’apertura dei primi due manicomi a Bicetre e a Salpetriere, quali
luoghi di cura, l’intuizione era buona. Il risultato pessimo perché
da uno stato di segregazione si passò ad un altro pressoché identico. In
tutto il XIX secolo negli altri stati europei vi fu il continuo
riprodursi di quella triste esperienza francese ed anche in Italia nel
1904 con la legge giolittiana n. 36 fu decisa l’apertura dei manicomi
dove segregare i malati mentali a tutela della società. Si
dette quindi prevalenza alla c.d. pericolosità sociale ed al pubblico
scandalo dei malati anzicchè alla loro cura. Non
parlo delle cosiddette cure che allora venivano praticate in modo
esclusivamente violento. Tanto è che, per giusta definizione, circa 30
anni fa esse furono qualificate “Crimini di pace”, commessi da molti
discutibili tecnici del sapere pratico. Voglio
andare di molto a ritroso negli anni, per un motivo che spiegherò di
seguito. Nella
seconda metà del 1500 la confraternita di Santa Maria della Pietà di
Roma destinò una casa nei pressi di piazza Colonna ad ospizio per matti
e poveri di intelletto. L’intento
all’inizio caritatevole ben presto si trasformò in atteggiamenti di
tipo carcerario e violento nei confronti dei matti, ai quali vennero
associati i delinquenti e gli eretici, accomunati tutti dalla qualifica
di malati. Così
quello che avrebbe dovuto essere un ospedale dei matti si trasformò in
un vero e proprio reclusorio. Nei
secoli successivi varie vicende segnarono il destino del Santa Maria
della Pietà. Nel
‘700, a causa del divenuto sovraffollamento della casa, venne deciso
di trasferire la quasi totalità dei segregati da Piazza Colonna a via
della Lungara presso l’ospedale di Santo Spirito, che venne
appositamente ampliato. Nella
seconda metà dell’’800 vennero acquisite le ville Barberini e
Gabrielli per ospitarvi i degenti ricchi con i loro camerieri ed
infermieri, e così fu attuata una grave discriminazione nei confronti
di quelli indigenti. Nel
1913 per l’attuazione della legge n. 36 del ‘904 il Santa Maria
della Pietà venne trasferito nel nuovo vastissimo (150 ettari)
manicomio-villaggio a Monte Mario. In
questo grande complesso un intero padiglione, il XVIII, fu destinato al
reparto dei malati-criminali, la cui gestione era tenuta esclusivamente
dal Ministero di Grazia e
Giustizia, che, però, nel 1961 ne decise la chiusura, trasferendo gli
internati negli altri reparti dei malati c.d. “comuni”. E’
l’unico caso, a mia conoscenza, che un manicomio giudiziario, oggi
eufemisticamente chiamato ospedale psichiatrico giudiziario, possa
essere stato chiuso. Siamo
oggi nel terzo millennio ed è anacronistico e paradossale che ancora
vengano mantenuti in attività tanti altri O.P.G., il cui superamento è
indispensabile nei riguardi della dignità umana. Ciò
tanto più che la riforma sull’assistenza psichiatrica, voluta dalla
L. 833 del 78, in cui è stata incorporata la L.180/78, ha stabilito il
principio generale della cura e del reinserimento sociale di tutti i
malati di mente senza alcuna discriminazione. Questi
malati senza distinzione alcuna devono essere curati nelle strutture e
nei servizi di salute mentale disciplinati da apposite norme di legge
con l’adeguata riabilitazione ed inclusione sociale. Ricordo
che Franco Basaglia insegnava ai propri collaboratori e studenti: “Se
qualcuno vi presenta un malato legato, la prima cosa che dovete fare è
slegarlo, il resto verrà dopo”. Nessuna
cura può praticarsi e può guarire se il malato viene costretto ad una
violenta contenzione fisica. Così
come nessuna funzione terapeutica ha l’O.P.G., riuscendo solo a
distruggere chiunque vi entri. Un
aspetto molto rilevante è quello del doppio stigma e pregiudizio che
grava sia sul malato internato nell’O.P.G. sia sui di lui familiari. Subire
il marchio di “matto” “folle” o altro e quello aggiuntivo di
criminale accresce il negativo preconcetto nell’opinione pubblica con
grave discriminazione sociale, che annulla qualsiasi processo di
riabilitazione. E’
quindi doveroso compito delle istituzioni e degli amministratori
provvedere alla più urgente soppressione di queste strutture
antisociali. Voglio
a tal proposito citare un recente scritto di Mario Tommasini, di cui
tutti ben conosciamo le alti doti morali, intellettuali, umane e sociali
: “...
un amministratore non deve tollerare né permettere che nel suo
territorio esistano istituzione violente come il brefotrofio, il
manicomio, gli ospizi per i vecchi. Non
può sporcare il suo mandato con l’indifferenza o con la rassegnazione
e non può permettere che lì tra la sua gente e contro la sua gente
esistano luoghi dove diritti e libertà vengono negati. Che vi siano
forme di esclusione vecchie e nuove. Luoghi che nascono ed esistono per
istituzionalizzare malati di mente, anziani in difficoltà o bambini
senza famiglia. No, l’amministratore deve cercare e trovare nuove
soluzioni che esprimano cultura d’amore, di convivenza. Che
rappresentino traguardi di civiltà, non residui di barbarie...” Concludo
con una esortazione , non mia ma di Primo Levi, indirizzata non a voi ma
a coloro i quali devono trovare una soluzione al problema : Voi,
che vivete sicuri - nelle vostre tiepide case – voi che trovate,
tornando a sera, - il cibo caldo e visi amici : Considerate se questo è
un uomo (Renato
Parrino)
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