|
FORUM
NAZIONALE SALUTE MENTALE MILANO, 2/3/4 FEBBRAIO 2006 |
|
A
cura di Anna Del Biondo, membro della Associazione 180 amici, L’Aquila “NON
LEGACCI MA LEGAMI” “Il
più elementare dei diritti di libertà solennemente proclamati dalla
Costituzione è il diritto alla libertà del proprio corpo, il diritto a
non essere contenuti, a non essere legati”. L.
Grassi, F. Ramacciotti La
contenzione è un provvedimento disciplinare “violento” messo a
segno sul paziente mentale. Scatta
“quasi automaticamente” con pazienti in T.S.O. . Solitamente
viene associata alla contenzione farmacologica che già riduce a zombi i
pazienti trattati, limitandone le difese. I
Giudici Tutelari ed i Sindaci che devono ratificare le procedure
formali, troppo frequentemente, avallano i T.S.O., e non raramente sono
ignari di quanto avviene nelle corsie dei S.P.D.C.. Questi,
raramente, sono in grado di valutare se di fatto le situazioni sono di
un tale gravità, come riferite, tanto da giustificare sia il T.S.O. che
la contenzione. Di
solito ratificano senza verificare…e non raramente ci si trova di
fronte a situazioni incresciose e lesive. A
farne le spese, ovviamente, sono i malati mentali. E’
necessario pertanto diffondere linee guida comportamentali “con una
certa urgenza” e creare degli osservatori di tutela nei confronti dei
malcapitati pazienti psichiatrici privi di ogni difesa anche a causa
dello stigma di cui sono oggetto; persino nei confronti di istituti
tutori che li ritengono non credibili proprio a causa della loro
malattia mentale. Questi
osservatori dovrebbero essere diffusi su tutto il territorio nazionale.
Bisognerebbe istituire, inoltre, allo scopo di tutelarli, degli
osservatori sul fronte del mobbing di cui sono oggetto operatori che non
sono disposti a praticare mezzi coercitivi. Gli
operatori che si rifiutano di contenere “fisicamente” sono oggetto
di ritorsioni, di isolamento e di mobbing; necessita, pertanto, che si
attivino istituti tutori sia nei confronti di detti operatori che delle
persone oggetto di contenzione. Spesso
praticata “a porte chiuse”, la contenzione costituisce una grave
violazione dei diritti umani della persona, con l’ulteriore aggravante
che viene “troppo spesso” praticata su persone malate, in grave
disagio ed indifese. Persone
queste, incapaci di reagire idoneamente e legalmente per via dello
“stigma” di cui sono oggetto. La
credibilità di un paziente mentale è troppo sovente molto labile nei
confronti di quella riservata allo staff operativo, per questo i malati
sono perdenti… anche di fronte a contenziosi legali. La
contenzione è pertanto un atto meschino ed umiliante: per chi la
esercita, per chi la subisce. E’
indice di scadente professionalità
e denuncia la scarsa motivazione trasferita in un ambito
lavorativo così delicato: un posto di lavoro dove il malato mentale,
troppo spesso, vessato da fatti violenti cerca scampo, riparo,
protezione e comprensione. Cerca,
cioè, quasi inconsciamente di risolvere i grovigli in cui si trova
impelagato. La
contenzione è la vergogna dei Dipartimenti di Salute Mentale che ancora
la adottano giustificandola come metodo terapeutico. La
contenzione non è un metodo! E’ una violenza! E
una violenza non può essere mai un metodo! E’ una violenza e stimolo
a ulteriori violenze, e mette in atto una serie considerevole di atti
violenti e coercitivi sia su chi la pratica che su chi la subisce. Figlia
del riduzionismo biologico,che considera “indebitamente” il disturbo
mentale legato quasi esclusivamente a
fattori fisici inguaribili, la contenzione fisica e/o
farmacologica: non
considera affatto né tutela i diritti paritari della persona; ne
limita le capacità anche mentali; ne
impedisce l’autodifesa. Addirittura
mette in crisi la stessa riabilitazione. Solitamente
la contenzione viene praticata a porte chiuse: perché occhi non vedano
e cuori non intendano. E
ciò viene meschinamente giustificato con il ricorso ad una questione di
privacy… Ma
le realtà -lette all’interno degli istituti di ricovero- sono ben
diverse. Indice
di bassa professionalità, derivante da vecchi residui manicomiali, la
contenzione, appartiene alla sfera dei mezzi repressivi e sadici messi a
segno per violare corpi sofferenti, resi “indifesi” già da una
massiccia dose di psicofarmaci che annientano la capacità di relazione
e la stessa capacità di pensare o provvedere a se stessi. E’
la profanazione dei corpi malati e/o altamente provati da indicibili
disagi. Al
contrario di quanto vuole farsi credere, la contenzione non è un
metodo. E’,
al contrario, una serie innumerevole di abusi. Nessun
metodo violento può essere mai un metodo. E’
in realtà, drammaticamente, un vecchio residuo manicomiale, trascinato
nel tempo, senza essersi mai chiesto il perché. E’
una procedura penosa da mettere al bando velocemente, senza
“ma” e senza “se”. Un
metodo è un insieme di strategie e di risorse (anche umane e
creative)…messe a punto allo scopo di ottenere il massimo del
risultato col minor dispendio di energie e con una finalità ben
precisa. Trasferito
nell’ambito della terapia psichiatrica, un metodo è tutto ciò che
facilita la liberazione della persona in trattamento dagli impegolamenti
interiori e della malattia e/o dal disagio di cui è vittima. Il
compito del riabilitatore non è reprimere e/o punire, ma:
- RIabilitare;
- RIeducare;
- stimolare a migliorare. Ciò
avviene solo su interazione che implica un cambiamento interiore della
persona in trattamento. Il
tutto sottende una relazione di reciproca fiducia e di affidamento nei
confronti del terapeuta. Quando
questo manca, o viene compromesso da atti lesivi come la contenzione,
non ci può essere riabilitazione. Vengono
a mancare i presupposti di stima e reciproca fiducia, condizione senza
la quale non si giunge ad un atto terapeutico efficace e duraturo nel
tempo. Non
c’è educazione dove non c’è convinzione e non c’è convincimento
dove non c’è fiducia. Un
educatore convince, non reprime. Il
compito dell’educatore psichiatrico non è quello del secondino. Per
quanto sopra, a mio modesto avviso, in merito alla contenzione, essa non
può essere giustificata come metodo. Va
perciò bandita con ogni mezzo. Purtroppo
la psichiatria pubblica e privata continua a servizi di questi e altri
mezzi coercitivi e vuole giustificarli ricorrendo con ogni strategia
agli istituti tutori anche quando la contenzione, come viene praticata
nella realtà, sconfina troppo spesso nel sequestro di persona. La
contenzione verrà eliminata solo quando un’altra cultura
professionale attraverserà l’Italia, all’interno dei Dipartimenti
di Salute Mentale e restituirà agli operatori le loro precise
responsabilità. La
contenzione sarà eliminata solo se gli operatori, cambiando mentalità,
considereranno il paziente un uguale essere umano maggiormente indifeso. Qualunque
legge in merito non sarà a sufficienza un buon deterrente. Per
concludere, il nostro motto operativo sia: NON
LEGACCI, MA LEGAMI |