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Le questioni connesse al concreto esercizio del
diritto alla salute mentale sono un indicatore molto sensibile del dove,
magari con le massime buone intenzioni, si può andare a finire. Un buon
lavoro per la salute mentale richiede risorse adeguate e spese bene,
buone norme che favoriscano l’inclusione, una opinione pubblica e
società aperte, attente ai bisogni dei cittadini, un grande impegno
contro il pregiudizio (di cui spesso sono portatori anche gli operatori
professionali dei servizi). E comunque la salute non è un prodotto, ma
un progetto non delegabile che abbisogna della cooperazione di una
grande quantità di soggetti. Nel suo terzo appuntamento
nazionale, il Forum salute mentale ha scelto di mettere in particolare a
fuoco le vicende e lo stato dell’assistenza psichiatrica in Lombardia,
la più ricca e popolosa regione italiana. Da dieci anni a questa parte,
sotto la guida del presidente Formigoni, il governo regionale ha messo a
punto un proprio modello di welfare che
muove nella direzione di un welfare
dei consumatori-utenti,
di aziende e organismi erogatori di prestazioni, tariffate, numerate,
quantificate, acquisibili ovunque sul mercato pubblico e privato, nel
quale i Comuni non hanno ruolo significativo. Questa impostazione
si contrappone quella di un welfare
delle autonomie locali, municipale, di comunità in cui lo
sviluppo dei servizi incorpori protagonismo e risorse di utenti, reti
sociali, legami sociali. L’ideologia
di Formigoni ha trovato la sua traduzione nella legge 31/97 di riordino
della sanità regionale, nel Piano Socio sanitario 2002-2004, nel Piano
Salute mentale 2003-2005 e nelle disposizioni applicative.
L’organizzazione dell’assistenza psichiatrica
è stata qui ricondotta a coerenza con le parole d’ordine della
giunta. Nella messa a punto dei provvedimenti ha svolto una funzione
importante e decisiva, anche sul piano del consenso, il Coordinamento
dei Primari delle Unità Operative psichiatriche
lombarde, una istanza riconosciuta dalla Giunta regionale come proprio
organo tecnico di consulenza. Nessun altro interlocutore (associazioni
dei comuni, associazioni di utenti, sindacati, organizzazione del terzo
settore e altri ancora) ha avuto lo stessa collocazione strategica nella
confezione delle scelte della giunta. L’assetto attuale, i
problemi, le difficoltà dei servizi nascono, anche se non
esclusivamente, dall’elaborazione
di un organo collettivo composto dai professionisti che hanno il massimo
della responsabilità nella gestione dei Dipartimenti di salute mentale.
La
libertà di scelta nell’assistenza psichiatrica
La
libertà di scelta e la responsabilità degli operatori Nella
legge Giolitti del 1904, la legge manicomiale costitutiva
dell’assistenza psichiatrica italiana, non vi è alcun cenno al
consenso della persona malata di mente, requisito che invece diventa
centrale nella legislazione del 1978[1].
Il “cuore” dell’esperienza delle riforma psichiatrica italiana è
costituito dal riconoscimento della pienezza dei diritti della persona a
coloro che soffrono di disturbi mentali, anche gravi, ben oltre la
formalizzazione del “consenso informato” di uso corrente in altre
pratiche sanitarie. E si aggiunga che nella negoziazione e gestione dei
progetti di salute è sempre da ricercare anche il consenso delle
famiglie e di tutti i partner coinvolti nel progetto di trattamento. I
professionisti della psichiatria pubblica non l’hanno mai pensata
tutti allo stesso modo né mai maturato indicazioni universalmente
condivise circa i trattamenti ottimali. Ciò ha consentito volta per
volta di ritenere utili e lecite le scelte più svariate, di dare veste
di dignità di terapia anche all’empiria più rozza e a prassi
inumane. Anche nel manicomio chi vi lavorava ha sempre potuto scegliere
fra abbandono, maltrattamenti, terapia morale, terapie di shock,
internamento a vita, umanizzazione, riabilitazione, buone dimissioni. E
oggi, a manicomi chiusi, ciascun operatore dei servizi di salute
mentale, in ogni situazione, ogni volta, tutti i giorni, sceglie fra
abbandono, maltrattamenti, diversi trattamenti farmacologici,
trattamenti psicoeducativi, riabilitativi, comunitari, psicoterapie
individuali e di gruppo. Per il suo rilevante potere, ciascuna opzione
dell’operatore produce precise conseguenze sul destino e la qualità
della vita quotidiana del paziente. L’operatore è tenuto a sapere del
potere che ha e degli effetti che possono produrre le sue scelte. Il
rispetto dell’autonomia individuale è il valore fondamentale cui
dovrebbe ispirarsi la pratica sanitaria[2]:
nella medicina contemporanea è inaccettabile che la libertà del medico
possa essere considerata tale da sopraffare i diritti del paziente,
anche qualora una tale violazione fosse invocata in nome del suo stesso
bene. La
libertà di scelta dei scelte dei pazienti La stragrande
maggioranza delle persone gestisce i problemi inerenti la propria
salute, anche la salute mentale, da sola, in famiglia, con i pari, i
medici di medicina generale, specialisti neurologi, psichiatri e
psicologi, esperti di medicine alternative, guaritori, cultori
dell’occulto, nel circuito della religiosità popolare dove la
speranza di riconquistare la salute passa attraverso la ricerca della
salvezza e del miracolo. Quindi si può affermare che quasi sempre le
persone, da sole o con il conforto della famiglia e delle amicizie,
esercitano la libertà di scegliere a chi affidarsi, come e dove
curarsi, anche fuori dei circuiti della medicina ufficialmente
riconosciuta. A tali comportamenti corrispondono offerte di opzioni fra
trattamenti e titolari di trattamenti diversi. In
generale si può affermare che i cittadini si rivolgono al servizio
pubblico di salute mentale sì come prima scelta, ma più spesso perchè
non hanno denaro per sostenere i costi dei trattamenti nel circuito
privato, o per le situazioni definite “gravi”[3],
quelle cioè più drammatiche dal punto di vista della sofferenza
individuale e famigliare, più allarmanti dal punto di vista sociale e a
maggior rischio di isolamento ed emarginazione. Sono situazioni che un
singolo professionista non è in grado di reggere perché abbisognano di
altro e di più rispetto al rapporto a due fra un professionista ed un
cliente, che ci si occupi cioè anche di vitto, alloggio, tutela,
formazione e lavoro, riabilitazione della persona e del suo contesto,
accompagnamento. Occorrono gruppi di operatori, professionali e non,
capaci di lavorare con continuità anche in ambiti non-ospedalieri,
non-sanitari, non-psichiatrici. E’ stato per rispondere a tali
situazioni col massimo di efficacia e garantendo il rispetto della
dignità della persona che, non solo in Italia, con la critica e il
superamento del modello manicomiale, è stata introdotta
l’organizzazione dei servizi che si rifà alla Psichiatria di Comunità
o Territoriale. La Psichiatria di Comunità prevede l’opera di un’équipe
multiprofessionale insediata in un determinato territorio che opera al
domicilio, in ambulatorio, in ospedale, in residenze a vario grado di
protezione, che è orientata alla riabilitazione psicosociale, si
collega con i Comuni e i Distretti Socio-Sanitari, in stretta
interazione con le associazioni degli utenti e delle famiglie. I
trattamenti intervengono sui livelli biologico, psicologico, sociale e
culturale. Lo
Stato si impegna a tutelare i diritti dei pazienti in tutti gli ambiti
territoriali ad opera di servizi di psichiatria di comunità, con la
conseguenza che: ·
la
psichiatria di comunità è governata con la programmazione sanitaria
nazionale e regionale. Essa deve garantire che in ogni ambito
territoriale i residenti abbiano priorità di accesso a tutte le
risposte ritenute efficaci per le attività di prevenzione, cura e
riabilitazione, ·
gli
utenti e le famiglie residenti possono rivolgersi solo a quel servizio e
a quegli operatori che operano in quel DSM, non scelgono l’equipe
curante, e spesso anche il curante. E’
evidente che se in un territorio non sono attive le risposte che
dovrebbero essere disponibili, i singoli e le comunità locali finiscono
col trovarsi in una situazione di abbandono e costrette ad arrangiarsi.
La responsabilità di tali situazioni ricade sulle spalle di chi,
amministratori o dirigenti sanitari, non ha attivato, messo a
disposizione e alimentato la capacità operativa del servizio. Parlando
di “libertà di scelta dei pazienti”, mi riferirò alle situazioni
gravi. Vi
è anche chi giudica inutile e fallimentare la
psichiatria di comunità: ad esempio il prof. Cassano, clinico
dell’Università di Pisa, ha affermato nel 1997 che: “ (…) è arduo
per il medico conciliare le esigenze di una metodologia rigorosa e
distaccata con le richieste personali di un rapporto umano e profondo.
Il processo di ultraspecializzazione in aree distinte con competenze
definite avrà inevitabili ripercussioni sull’organizzazione delle
strutture. Si costituiranno pertanto poli di eccellenza regionali o
nazionali in grado di sviluppare modelli diagnostici e terapeutici
ultraspecializzati. Analoghi centri provinciali assumeranno funzioni di
collegamento con chi opera nelle strutture della comunità. Si potrà
così frenare il processo di degradazione dei servizi ed il presente
isolamento scientifico e culturale che di fatto genera un rapido
decadimento del sapere e del saper fare nei diversi settori
dell’assistenza psichiatrica”. Su questa lunghezza d’onda si sono
allineate iniziative di
attivazione di servizi specialistici, per lo più in rete con cliniche
universitarie o imprese della sanità privata, per i trattamenti dei
disturbi del comportamento alimentare o delle depressioni. Un’altra
posizione di critica radicale imputa invece alla psichiatria pubblica
italiana post-180 di essere inadeguata alla gestione delle situazioni
gravi. L’associazione di famigliari ARAP, in occasione della Prima
Conferenza Nazionale per la Salute Mentale (Roma 10-12 gennaio 2001) ha
protestato che “non si può affidare la cura ad un malato la cui
stessa malattia non gli permette di ragionare. Continuare a trincerarsi
dietro la “libera scelta” di un individuo che ha diritto di non
curarsi quando è proprio il suo cervello che non gli permette di essere
razionale e di capire quali sono i suoi immediati interessi è
ipocrisia”. Insomma, la ricerca del consenso del paziente al
trattamento sarebbe tempo perso, fatica inutile e produrrebbe gravi
danni alla persona e situazioni intollerabili nelle famiglie. E
ancora, le proposte di modifica della legge 180/1978 dell’on. Burani
Procaccini da una parte enfatizzano la necessità che al paziente ed
alla famiglia sia garantita la libertà di scegliere il curante e dove
curarsi e dall’altra prescrivono ricoveri coatti di lunga durata dei
pazienti che tengano condotte violente, in strutture fino a 50 posti
letto collocabili anche nelle aree ex-OP chiuse alla fine del 1999. Si
ripropone così di fatto il tema della “pericolosità sociale” dei
malati di mente, si nega agli stessi, in quanto pericolosi, potere
contrattuale e li si affida ad un circuito neomanicomiale separato dai
servizi territoriali. Le tre posizioni citate portano a suddividere i
cittadini utenti (e le loro famiglie) in due categorie: quelli che hanno
libertà di scegliere presso chi e come curarsi e quelli cui non sono
riconosciute tali libertà, compresa quella di dire di no. Questi ultimi
dovrebbero essere obbligati ad una lunga coazione. Ma
per svuotare la psichiatria di comunità non è necessario oggi
aspettare l’approvazione di norme di modifica della 180: basta che
nella società si riduca o cada l’attenzione al tema dei diritti degli
utenti e dei doveri dei servizi di salute mentale, che le Aziende
Sanitarie non siano impegnate dai governi regionali a garantire organici
e risorse per il lavoro del DSM, che i servizi territoriali
impoveriscano e gli operatori rinuncino a pretendere quanto serve per
lavorare. Colpi all’esercizio universale del diritto alla salute
mentale sono inferti da un federalismo che porta al costituirsi di
servizi sanitari regionali non più tenuti ad assumere il metodo, le
indicazioni e gli obiettivi della legge
nazionale. La disarticolazione del servizio sanitario nazionale
porta a legittimare la situazione di non equità che caratterizza
ancora oggi l’esercizio del diritto alla salute mentale in
Italia e pratiche e stili,
assai difformi fra di loro, dei dirigenti dei servizi di salute mentale.
La ricerca del consenso e la libertà di scegliere non sono quindi né
pacifiche, né acquisite, nè assolute. Gli assetti della sanità in Lombardia Profonde
trasformazioni sono state apportate al servizio sanitario della Lombardia
a partire dal 1997 in direzione di un modello “liberistico” nel
quale lo Stato non è tenuto a garantire tutele ugualitarie per il
cittadino, ma sono i singoli cittadini a gestirsi “privatamente” il
proprio benessere. Il liberismo costruisce le condizioni per mettere il
cittadino nelle condizioni di scegliere da quale struttura sanitaria
accreditata (pubblica o privata) ricevere le prestazioni. Da qui si
struttura un mercato sanitario
governato da logiche di domanda e offerta, in cui si dispiega la
concorrenza. Il
welfare lombardo celebra la soggettività, esternalizza i servizi,
separa sanità dall’assistenza, garantisce
livelli che chiama minimi (non essenziali). La
Regione Lombardia ha voluto la separazione tra il soggetto fornitore di
prestazioni (aziende ospedaliere pubbliche[4]
e strutture private accreditate) e l'acquirente (le Asl). Grandi e
diffuse iniezioni di privato sono state favorite soprattutto nel settore
delle RSA. Operativamente, le Asl acquistano servizi
dalle strutture pubbliche o private accreditate (i requisiti per
ottenere l'accreditamento sono gli stessi per le aziende pubbliche e
private). Le Asl, che vengono finanziate attraverso la quota capitaria e
svolgono esclusivamente la funzione di "terzo pagante",
stipulando contratti di fornitura con le strutture erogatrici di
prestazioni. La scelta delle
opportunità migliori del cittadino dovrebbe essere garantito dalla
competizione tra soggetti produttori di servizi e non dalla
programmazione che si è limitata all’adozione del sistema dei tetti,
vale a dire indicatori economico-finanziari.
Le parole ricorrenti in tutti i
documenti della giunta regionale - sussidiarietà,. partenariato,
libertà di scelta - ridefiniscono un rapporto con i cittadini che
salta di netto l'universalità e l'esigibilità dei diritti sociali.
Il privato si fa pubblico e lo sostituisce con trasferimenti di
risorse ai singoli fruitori di servizi. La sussidiarietà orizzontale
affida alle reti di aiuto informale dell'associazionismo e della famiglia
- in particolare alla disponibilità delle donne - il peso dell'assistenza
e della cura dei soggetti più vulnerabili. Si
delinea un sistema di welfare sempre
più residuale. Nel
prossimo triennio il sistema di welfare lombardo vedrà, sulla base
del principio di libera scelta, una estensione dei titoli
sociali, buoni e voucher[5]
quale risposta alternativa alla rete formale dei servizi sociali e
sociosanitari. Estendendo la cosidetta voucherizzazione delle
prestazioni, si alimenterà il mercato parallello e competitivo dei
soggetti erogatori privati a scapito del mantenimento e dello sviluppo
della tradizionale rete del sistema pubblico dei servizi alla persona.
Di questi ultimi, progressivamente smantellati, si perderanno le
competenze ed i saperi ed i cittadini in difficoltà si troveranno
sempre più soli a scegliere. Il risultato sarà quello di un sistema
di welfare molto frammentato con
la riduzione del ruolo delle istituzioni - in particolare degli enti
locali - come soggetti regolatori e di garanzia nell'intero sistema di
protezione sociale. Il
principio su cui si fonda il potere di gestione e professionale è
quello del rapporto fiduciario: per dirigere le aziende ospedaliere e
le ASL, la giunta regionale sceglie personale di propria fiducia, tutto
nell'ambito dell'area politica delle forze che governano la Regione
(il sistema vigente è quello dello "spoil system"). Questi
dirigenti scelgono, a loro volta, direttori sanitari e amministrativi
di loro fiducia (della stessa area e, spesso, della stessa
"cordata" politica). La selezione per rapporto fiduciario si
perpetua anche nella scelta dei capi dipartimento o dei singoli
primari. Il
piano socio sanitario 2002-2004 e il Piano salute mentale 2003-2005
La
Regione Lombardia con il
piano socio sanitario 2002-2004 non ha recepito la legge 328/00[6].
Il Piano Socio-sanitario lombardo ridimensiona il ruolo della Regione di
proprietario e gestore della rete pubblica dei servizi, fa propri i
principi ispiratori della legge regionale 31/97: libertà di scelta,
piena parità di diritti e doveri tra strutture di diritto pubblico e
strutture di diritto privato, separazione fra chi acquista
e chi produce, Aziende Ospedaliere trasformate in soggetti di
diritto privato, libertà di scelta del cittadino, ASL soggetti pubblici
di programmazione, controllo e acquirenti delle prestazioni. Le ASL
riducono al minimo l’impegno nella prevenzione, escono dalle gestioni
delle attività socio-sanitarie che
affidano a soggetti
esterni. L’approccio
alle fragilità ha come riferimento non tanto il singolo, ma soprattutto
la sua famiglia che diventa il soggetto
della politica dei servizi. Sono particolarmente valorizzate le imprese
sociali. Il
pssr 2002-2004 contiene indicazioni per l’assistenza psichiatrica,
partendo dalla constatazione critica che “i servizi psichiatrici non
sono adeguatamente funzionali ai bisogni della popolazione, scarsamente
integrati con i servizi sociali e i competenti organi”. Fra gli 11
obiettivi di salute e benessere sociale, la salute mentale è collocata
al 2° posto, dopo il materno infantile, tutela dei minori e adolescenti
e vi è una forte sottolineatura della necessità di potenziare i
servizi per i minori e gli adolescenti. La psichiatria (SPDC) in
Ospedale è inserita fra le specialità a più elevata assistenza [7].
La possibilità di accreditare anche UOP private, dotate di strutture
ospedaliere, residenziali, semiresidenziali e ambulatoriali discende
dall’aver fatto propri i criteri della legge 31/97 anche la
psichiatria pubblica. Non
più l’ambito dell’Azienda Ospedaliera, ma il territorio della ASL,
di norma corrispondente all’ambito della Provincia, costituisce una macroarea
entro cui è possibile facilitare la libertà di scelta[8].
Questo significa che un utente può scegliere di rivolgersi ad
una Unità Operativa o ad un DSM diversi da quelli competenti per
territorio. Il Piano Regionale triennale per la Salute Mentale lombardo[9]
nasce dal piano sociosanitario e ne sviluppa le indicazioni. Esso
assembla una grande varietà di contributi, elaborazioni e proposte
protocolli e linee-guida, quasi tutti da parte di medici psichiatri. .
Non mi soffermo sulle parti positive e innovative nelle quali si
esaltano la dimensione comunitaria dei servizi, la loro declinazione
nella varietà delle situazioni locali, con una forte spinta al raccordo
con la medicina di base, il Distretto socio-sanitario, i Piani di Zona,
la partnership di utenti, famiglie, cooperazione sociale, volontariato,
risorse locali profit e non-profit. Nel Piano l’organizzazione e i
criteri di funzionamento dell’assistenza psichiatrica
sono piegati e portati a coerenza con l’impianto del welfare
regionale. Di seguito le
osservazioni: a)
Il
piano lombardo non ha un governo, una "cabina di regia" a
livello regionale. Il compito di gestire
è delegato ai Direttori Generali delle Aziende Ospedaliere
Sanitarie, che però sono solo funzionari periferici della Regione,
senza rapporti con i territori e ai Sindaci. Pochissimi di questi
soggetti hanno mostrato
sinora attenzione e rispetto
ai problemi della salute mentale. b)
le
risorse investite sono sempre più scarse. Il fatto è grave perché le
unità operative sono sempre più povere, anche di operatori. Assai
modesta, pressoché simbolica, appare la somma destinata ai programmi
che dovrebbero proporre soluzioni innovative ai problemi della
residenzialità. c)
a
differenza da quanto assunto da altre regioni, la questione dei diritti di
cittadinanza delle persone con disturbi mentali e delle loro famiglie
non è centrale nel sistema
delineato dal piano lombardo. Nessuno dovrebbe più ignorare il problema
delle contenzioni.[10]
Recentemente altre regioni,
Toscana e Friuli Venezia Giulia hanno affrontato la questione in modo
ben diverso, ponendo l'abolizione delle contenzioni come obiettivo delle
proprie politiche. Il Piano
salute mentale lombardo affronta il tema nel capitolo 3 dedicato
all'Ospedale Generale e nel capitolo 4 quando si parla di controllo di
qualità a proposito di tutela dei diritti degli utenti e della
"sicurezza". Se mettiamo a confronto quanto scritto nel
regolamento del 1909 della legge manicomiale e quanto proposto dal
"grandemente innovativo" piano salute mentale, scopriamo che
dopo un secolo le cose in Lombardia non sono cambiate, ma sono anzi
scritte peggio e vi è meno consapevolezza della gravità della
questione.
d)
salute mentale in carcere e
OPG: le sentenze della Corte Costituzionale 253/2003 e 367/2004 sono
intervenute sugli automatismi che consentono l’internamento in OPG
di un paziente autore di reato
dichiarandoli in parte illegittimi, aprendo così spazi
importanti di discussione sul ruolo del perito e sulla valutazione della
pericolosità sociale, affidando ai Dipartimenti di salute mentale una
nuova e più alta responsabilità in ordine alla scelta dei luoghi e dei
modi del trattamento del paziente autore di reato. Nelle singole
situazioni i servizi di salute mentale dovrebbero essere messi in grado
di contrattare e condurre progetti personalizzati di salute realistici e
praticabili in accordo con la Magistratura di sorveglianza. Non la
separazione, ma le sinergie fra apparati di giustizia, controllo sociale
e cura possano garantire, da subito caso per caso e laddove vi siano le
risorse, trattamenti efficaci di situazioni complesse e difficili. Tutto
questo sulla base dei seguenti assunti: -
La salute mentale non è
un bene da imporre -
Se una persona con
disturbi mentali è violenta, la violenza non è dovuta alla malattia
mentale, ma vi giocano altre variabili -
I vantaggi delle
politiche di inclusione sono di gran lunga superiori a quelle di
esclusione. A Codice Penale invariato, il
superamento dell’OPG è questione che va affrontata dai servizi e su
questo tema si sono andate definendo linee-guida, esperienze che hanno
visto protagonisti in particolare alcuni DSM ( a partire da Trieste),
alcune Regioni, l'Osservatorio sulla tutela della salute mentale del
Ministero della Sanità nel
1997 . Quanto alla Regione Lombardia, nel
marzo 2003 il Ministro della Giustizia e il Presidente della
Regione Lombardia hanno sottoscritto un "accordo quadro per
l'individuazione delle priorità in materia di esecuzione penale degli
adulti e dei minori". La responsabilità politica del progetto è
assegnata all'Assessorato alla Famiglia. Le parti riconoscono la
necessità di interventi per la tutela del diritto alla salute e, in
tale ambito, quello della salute mentale (v. paragrafo 1B[11]
e nota sugli strumenti e procedure di attuazione). La Regione e il
Ministero, nell'ambito delle rispettive competenze si impegnano a far
confluire le risorse previste dalle vigenti leggi in materia a sostegno
della azioni previste nell'accordo. Il Piano Salute Mentale 2003-2005
accenna di sfuggita al tema della salute mentale in carcere e alla
questione OPG, pur operando nella Regione le sezioni OPG di Castiglione
d/S, la più grande struttura italiana. Pertanto, anche l’affermazione
che riconosce la “titolarità del DSM di riferimento rispetto al
trattamento e al progetto personalizzato”, resta vuota di contenuti e
significato. In applicazione dell’accordo del marzo 2003, il
Consiglio Regionale lombardo ha approvato la legge “Disposizioni
per la tutela delle persone ristrette negli Istituti Penitenziari della
Regione” [12].
Anche questo provvedimento
non prevede impegni precisi per la popolazione delle persone internate
negli OPG[13].
E un esempio clamoroso è stato il silenzio della Regione (e
dell’Azienda ospedaliera di Mantova) sulla vicenda della Comunità per
minori aperta nell’estate 2004 nell’area dell’Ospedale
Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Siviere. Tale
vicenda ha avuto molta risonanza perché è apparso evidente che
non si possono curare bene ragazze e ragazzi che soffrono di gravi
disturbi e provenienti da tutta Italia rinchiudendoli in un OPG,
separati da una rete di recinzione dagli altri adulti che vi sono
internati. L’OPG di Castiglione delle Stiviere gode di una situazione
favorevole, unica rispetto agli altri
OPG italiani gestiti direttamente dal Ministero della Giustizia,
perché già appartiene alla sanità regionale. Ma l’OPG della
Ghisiola non si è ancora integrato col
d)
La riqualificazione delle
strutture residenziali psichiatriche ha costituito uno dei punti
qualificanti del Piano Salute Mentale. L’ambito della residenzialità
psichiatrica è stato quello
in cui più più importanti e diffusi sono stati gli investimenti della
cooperazione sociale di tipo A e di enti religiosi. Le strutture
esistenti ed operanti, organizzate e classificate secondo i livelli di
protezione offerti ( sostanzialmente la presenza o meno di un operatore
sanitario nelle 24 ore), erano giudicate
in numero eccessivo e dal funzionamento discutibile soprattutto
perché rare erano le dimissioni dei pazienti. Inoltre, costavano molto
ed erano poco differenziate e specializzate. Il perché della situazione
critica stava nel fatto che queste residenze erano state allestite in
grande numero per accogliere le tante persone che stavano ancora nei
manicomi pubblici della regione alla fine degli anni ’90. Per la
scarsa modificabilità della condizione di quei pazienti, le strutture
residenziali avevano finito col fare tutte le stesse cose, senza
perseguire obiettivi di recupero e abilitazione
il cui raggiungimento favorisce possibilità di buone dimissioni. Il
Coordinamento Primari Psichiatri Lombardia da tempo si era battuto perché
fossero rivisti i criteri di accesso, monitoraggio e verifica
dell’attività delle residenze psichiatriche per promuoverne
l’innovazione, la differenziazione e la specializzazione con
l’effetto anche di rendere più equa la remunerazione per i gestori.
L’elaborazione dei primari psichiatri lombarda
è stata sostanzialmente recepita nella circolare 49 San. E’ un
documento che ha scatenato grandi allarmi e vivacissime polemiche, tanto
da essere subito “congelato, e che contiene ed esplicita tutti gli
assunti della “psichiatria ufficiale” lombarda. Queste i suoi
principali caratteri:
Conclusioni
o
Il Piano lombardo ignora le indicazioni e le priorità del progetto
obiettivo nazionale “Tutela della salute mentale 1998-2000”, ignora
i vincoli di rispetto degli
standard servizi/popolazione ed è un’occasione mancata per una buona,
utile autonomia regionale. o
In una situazione generale molto difficile per tutti i sistemi di welfare,
comunque caratterizzati, si dovrebbe tenere a cuore la necessità di
evitare di "scassare" i servizi esistenti, di tutelarne la
capacità di funzionare. Non si dovrebbe permettersi di disfare i
servizi a dimensione pubblica che, più o meno efficienti, sono e
saranno sempre per loro natura e ineludibile cultura orientati da
un'etica pubblica e da una solidarietà che quand'anche mal praticate,
li fonda comunque, ne giustifica l'esistenza e quindi non possono mai
uscire definitivamente da essi pena la loro stessa autodistruzione. o
Il riconoscimento e la
legittimazione di tutte le pratiche e gli stili di lavoro, assai
difformi fra di loro, dei singoli dirigenti dei servizi di salute
mentale spiega come siano possibili “isole” di buon funzionamento e
buone pratiche anche in Lombardia. o
E’ ignorata la
questione della qualità dei trattamenti in psichiatria, non si fissano
obiettivi generali e per tutti i DSM, in particolare quello della eliminazione
delle contenzioni,delle porte chiuse nei servizi che dovrebbe invece
diventare criterio per giudicare e promuovere la
qualità delle prestazioni. o
Non è chiaro quali siano
i soggetti che rispondono dell’assistenza psichiatrica. Pare di capire
che siano le Aziende Sanitarie Locali a fare le politiche locali, mentre
le Aziende Ospedaliere dovrebbero organizzare al meglio le attività a
gestione diretta ed i DSM dovrebbero darsi da fare con il privato profit
e non-profit, Comuni, associazioni.
Con quali strumenti e autorevolezza non è dato sapere se si
pensa che tutti i soggetti sono messi in concorrenza fra di loro, il
socio-sanitario dipende direttamente dalla Regione mentre il sociale
dipende dai Comuni. Il luogo ipotizzato per l’integrazione è il
Distretto, un’agenzia di una ASL che però può solo comperare
e controllare senza gestire qualsiasi tipo di attività. Già
oggi, i DSM lombardi, collocati dentro le Aziende Ospedaliere, non hanno
certezza di risorse che devono negoziare con i Direttori Generali e la
loro capacità di fare salute dipende dallo stato di salute del bilancio
dell’Azienda. Così, da un sistema dove il servizio territoriale di
salute mentale dell’Azienda Sanitaria (in Lombardia l’Azienda
Ospedaliera) poteva contare su risorse, organici e strutture assegnate
ed esigibili, si passa ad un sistema in cui per il servizio non vi è più
alcuna garanzia né a livello locale né a livello regionale visto che
non vi sono vincoli di scopo per i bilanci della Regione, e quelli dei
Direttori Generali delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere.
Particolarmente grave appare quindi l’effetto che la frammentazione
delle responsabilità, fra tavoli e coordinamenti, produrrà sul livello
qualitativo dei servizi e dell’assistenza. o
Il piano salute mentale
evidenzia culture e
ideologie che nulla hanno a che fare con la salute mentale e con la
psichiatria di comunità, dimensioni e attività alle quali notoriamente
non si attagliano strumenti di valutazione come i DRG che sono
stati studiati per la “pesatura” delle patologie trattate in
ospedale. La circolare 49 San testimonia dell’atteggiamento
accentratore e dirigistico della giunta regionale perché non riconosce
alle comunità locali, ai territori, l’autonomia nel determinare
l’assetto dei servizi. Questo finisce coll’ostacolare l’attuazione
anche delle indicazioni più innovative e positive contenute, in primis
quelle della “residenzialità leggera”. o
La pesante cappa di
conformismo che pesa sul mondo della sanità lombarda
fa sì che, a fronte delle critiche, i funzionari
dell’assessorato regionale alla sanità sostengano che tutti i
soggetti, dalle associazioni dei famigliari agli psichiatri della
Lombardia si riconoscano nel Piano salute mentale. Con questo
confondendo il fatto che molti abbiano dato il loro contributo con il consenso
alla stesura finale del piano, al suo" confezionamento" . o
La continuità della
presa in carico delle situazioni gravi affermata sulla carta è
messa in discussione nelle cose. E' disegnato infatti un DSM nel quale
spiccano" cittadelle" , "fortilizi" ciascuno e
sbarramenti di accesso, con funzioni specializzate, nei quali la .
"presa in carico" cessa una volta che il disturbo non migliori
dopo trattamenti di durata definita e la persona viene inviata ad altro,
famiglia o agenzie della rete sociosanitario-assistenziale. Non può
essere chiamato "innovazione" il riordino delle residenze
protette in un assetto neo-manicomiale del circuito assistenziale. o
La questione dell’asimmetria
informativa: una delle caratteristiche del modello di concorrenza
perfetta è la completa conoscenza a disposizione sia del produttore,
sia del consumatore. La teoria classica economica presuppone che tutti
gli attori siano razionali, ma in sanità ciò non avviene. Il bisogno
percepito dopo il rapporto con la struttura sanitaria si trasforma in un
percorso di cura ma il paziente non ha reali strumenti cognitivi per
scegliere. Tale peculiarità
della situazione mina alle fondamenta l'edificio del
“mercato” sanitario assieme al corollario della concorrenza
perfetta. Per il tale ragione si dice che in sanità è l’offerta che
traina la domanda. E per scegliere bisogna essere competenti, soppesare
i pro e i contro, conoscere le possibili alternative. La sanità lombarda ha reciso i legami con le comunità locali e le loro
rappresentanze, con la conseguenza che più che la libertà di scelta
degli utenti si è garantita la libertà dei Direttori Generali delle
Aziende e quella dei loro più stretti collaboratori.
Ma non a tutti, in Lombardia, è riconosciuta la libertà di
scegliere. Libertà significa,
molto semplicemente, l'assenza di restrizioni imposte da altre persone
sulla nostra propria libertà di scelta e di azione. Tale diritto
è minacciato, specie nelle situazioni più gravi, quelle che si
caratterizzano per l’intensità e la durata dei disturbi, per il
difficile funzionamento sociale delle persone colpite, per lo stigma
scaricato addosso i pazienti e le loro famiglie, per le condizioni di
povertà e il forte rischio di emarginazione. In questi casi
l’esercizio il diritto alla salute, ancora prima della libertà di
scelta, è ostacolato, impedito dall’adozione di codici di
sicurezza/ordine pubblico o da considerazioni di compatibilità
economiche. In Lombardia agli psichiatri è riconosciuto il
potere di decidere del destino della qualità della vita quotidiana e
dell’accesso ai trattamenti di un cittadino paziente senza tenere
conto del suo punto di vista e di quello della sua famiglia. L’analisi dei provvedimenti adottati dalla più ricca regione italiana
in tema di salute mentale ed i riscontri degli utenti e delle famiglie,
evidenziano un quadro mortificante, una condizione di abbandono,
smarrimento, impasse e sofferenza dei servizi di salute mentale
pubblici. Da quando gli
Stati hanno assunto fra i propri compiti la tutela della salute mentale,
dovrebbero essere proprio le
persone e le famiglie con un basso potere contrattuale, caricate di
stigma, quelle che non sanno o non possono scegliere, a dover essere
aiutate, accompagnate, sostenute nelle scelte e non costrette a subirle. C’è da chiedersi che cosa si intenda in Lombardia per psichiatria
di comunità, riabilitazione, empowerment, diritto alla
salute, libertà di scelta. A
meno che non si tratti del solito scherzo del "rito
ambrosiano". Mantova, 20 gennaio
2006 [1] “gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori (…) devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato” (articolo 33 legge 833/1978) [2]
“ogni persona adulta ha un diritto di ricevere esami
diagnostici, una diagnosi, informazione completa, consigli e
consultazione, e dopo di ciò di determinare se e quali operazioni o
trattamento sottoporsi e quindi ha diritto di rifiutare i
trattamenti medici, per quanto irragionevole e stupido possa
sembrare agli occhi dei suoi medici curanti” Guida all’esercizio professionale per medici chirurghi, Torino, 2000. [3]
Fra le situazioni gravi rientrano quelle dei pazienti autori di reato
internati negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Qui il volto più
drammatico e inquietante è dato dal fatto che le condizioni della
reclusione in una struttura che è carceraria e ospedaliera
psichiatrica, sono di ostacolo al diritto al miglior trattamento
sanitario e sociale possibile. Accade infatti che un paziente grave,
con forti percorsi di emarginazione in corso perché internato, ha
opportunità di cura e riabilitazione più povere. La sanità
penitenziaria non si è ancora integrata nel servizio sanitario e
nella maggior parte delle Regioni, questo impedisce che il paziente
autore di reato possa contare sul [4] Questa è la ragione per cui i Dipartimenti di salute mentale in Lombardia afferiscono alle Aziende Ospedaliere [5]
I buoni o assegni di cura sono soldi erogati a sostegno del
lavoro di sostegno non-professionale- tendono a consolidare il ruolo
ancillare della donna. I voucher sono titoli per l’acquisto di pacchetti di prestazioni da parte di operatori professionali [6] prevede la realizzazione di un sistema integrato di servizi sociali attraverso un processo di programmazione partecipata degli interventi e delle risorse, a capo dei comuni singoli o associati. [7] Le specialità ospedaliere sono classificate in: specialità di base, a media assistenza, elevata assistenza [8] Le attività di assistenza psichiatrica strutturate in Unità Operative e Dipartimenti di Salute Mentale, fanno attualmente capo alle singole Aziende Ospedaliere che operano su scale territoriali più ridotte di quelle della Provincia; pertanto ciascuna ASL, di norma provinciale, acquista prestazioni e servizi da più di un’Azienda Ospedaliera. [9] Approvato con delibera della Giunta Regionale n. 7/17513, il 17 maggio 2004 [10]
"La
contenzione” (dalla
piattaforma del Forum Salute Mentale presentata a Roma il 16 ottobre
2003) La
buona pratica non parte da un gesto generoso del medico verso la
persona sofferente, gesto che può essere tradito mille volte al
giorno da un dolore più o meno nascosto, da una aggressività con o
senza giustificazione, da una violenza che ferisce. La buona pratica
è il risultato di una volontà collettiva di partire comunque dal
rispetto e dalla libertà della persona che spesso proviene da una
storia in cui questo rispetto e libertà sono venuti meno o non sono
mai esistiti. La buona pratica cresce e si sviluppa attorno a questo
nucleo centrale, da cui si dipana ogni altro intervento. La
contenzione blocca questo sviluppo nell'atto stesso che parte dal
massimo dell 'umiliazione e della mortificazione della persona e
ripropone la copertura della nostro incapacità ad affrontare
diversamente la sofferenza e la violenza, con una risposta
irresponsabile di violenza e di difesa di sé, di violenza da parte
del più forte, di chi è in condizione di porre una distanza fra sé
e l'altro: il ruolo, le regole, l'istituzione, il potere. Contro
tutto questo si è lottato per anni e si è dimostrato possibile
perseguire altre strade con il supporto di operatori/trici formati e
motivati che reggano l'impatto senza ferire, senza umiliare, con la
costruzione di un ambiente e di un clima non violento, libero nel
suo complesso, che fa capire come altri passi siano possibili e
della stessa natura”. [11]
"in materia di tutela della salute mentale ed al complesso delle
attività previste, (le
parti) si impegnano a definire progetti di sperimentazione con le
Aziende Ospedaliere degli ambiti territoriali ove siano collocati
gli Istituti stessi, affinchè mediante apposita convenzione possa
essere garantita una adeguata risposta ai bisogni che verranno
individuati, privilegiando gli interventi che prevedono la
partecipazione congiunta degli
operatori penitenziari e del territorio, compresi gli organismi del
Terzo settore, in ordine alla presa in carico e alla realizzazione
di percorsi specifici di informazione, formazione e aggiornamento. In
particolare si richiama le
necessità di verificare la disponibilità dei Dipartimenti di
salute mentale delle aziende Ospedaliere ad effettuare interventi
presso gli Istituti Penitenziari secondo le direttive emanate in
materia di assistenza psichiatrica. Effettuata tale verifica si
procederà a definire forme di intervento sperimentale sollecitando
laddove possibile il convenzionamento diretto fra Aziende
Ospedaliere e Istituti stessi. La Regione si impegna ad individuare nell'ambito delle proprie competenze in materia di autorizzazione e accreditamento, le strutture terapeutiche idonee." [12] al comma 1 dell’articolo 1 si dichiara fra gli scopi della legge quello del “minor ricorso possibile alle misure privative delle libertà” e a tale riguardo è sottolineato il ruolo delle ASL, dei Piani di Zona. [13] Vi è un unico velato accenno alle questioni di ordine psico-sociale al comma 6 dell’art. 1 dove si afferma l’impegno della Regione a “individuare strutture terapeutiche idonee per gli adolescenti”
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