Patologie della libertà o Libertà delle patologie? di Assunta Signorelli

Il disprezzo che sembra esistere fra uomo e uomo, l’indifferenza che permette che si uccidano persone, senza capire che si uccide , come fra gli assassini, o senza pensare che si sta uccidendo, come fra i soldati, sono dovuti al fatto che nessuno presta la dovuta attenzione alla circostanza, che sembra astrusa, che anche gli altri sono anime.

(Pessoa, Il libro dell’inquietudine pag. 53. Feltrinelli 2005)

 

Non meravigli il titolo della mia relazione, ma proprio le cose che ho trovato nella ricerca di materiali relativi all’organizzazione dei servizi sociali e sanitari, mi hanno suggerito questa domanda.

Partendo dall’ipotesi che per patologie della libertà s’intendono tutte quelle forme di sofferenza che originano da situazioni che coartano la libertà personale (dalle case di riposo alle carceri) ho cercato i dati e le forme organizzative relative a queste situazioni sul territorio nazionale.

Al di là di una grande fantasia e creatività sulle forme che queste istituzioni prendono per cui è difficile , se non impossibile, fare dei confronti fra le diverse tipologie (sotto lo stesso nome, vanno situzioni profondamente diverse) ciò che alla fine risula evidente è che tutte si propongono come luoghi del non ritorno, dove parole come riabilitazione, terapia, reinserimento sono oramai vuote di senso e, tutt’al più, rimandano ad un’impotenza dell’agire che coinvolge gli ospiti e il gruppo di lavoro nel suo complesso.

Emerge il quadro di un’organizzazione sociale che, sicura di poter collocare ogni malattia, ogni sintomo, ogni comportamento, in una casella ad hoc non è più in grado di fornire risposte terapeutiche efficaci perché incapace di confrontarsi con il polimorfismo e la complessità della sofferenza. Incapacità che, per non svelarsi,  da una parte costruisce sistemi totalizzanti centrati sul sintomo e sulla tecnica, dall’altra raccoglie sotto il titolo della “debolezza o fragilità” tutto ciò che, per i più vari motivi, sfugge a una collocazione precisa.

Debolezza da “tutelare e proteggere” per garantire quella sicurezza sociale che rappresenta l’obiettivo principale per tutti e tutte. Forse il concetto di tutela e protezione, poco si coniuga con l’estetica dei luoghi deputati a questa funzione, ma ciò non può meravigliare perché esiste una continuità, almeno nella storia della civiltà occidentale, in questo contrasto. Sin dall’epoca dei conservatori per fanciulle disgraziate, quei luoghi sono, nella lor architettura, tetri e minacciosi. Chissà perché: in fondo parole come tutela e protezione dovrebbero in sé evocare il sentimento del bello e del buono, ma appena si materializzano, la fisicità ne svela la vera natura: chi deve essere tutelato qualche colpa da scontare, presente o passata, sua o dei suoi antenati non importa, ce l’ha per cui è bene che trascorra le sue giornate avendola sempre presente!

E non credo che questo dire sia esagerato o radicale: quando bisogna programmare i servizi le difficoltà più forti riguardano sempre, salvo rare eccezioni che confermano la regola, la questione dell’habitat delle strutture. Il problema dei fondi che mancano, risulta un falso problema: senza progettualità ed attenzione ai particolari, si finisce per spendere molto di più. Ma non esiste alcuna cultura riferita a competenze e professionalità che in quella direzione operano. La sciatteria e la casualità la fanno da padrone!

E allora tutela e protezione del più debole si svelano per quello che sempre sono state: strumenti di garanzia per la normalità che, quanto più s’irrigidisce nella definizione dei propri confini, tanto meno può sopportare chi, per il fatto stesso d’esistere, ne mostra la parzialità e l’inadeguatezza.

In questo quadro di riferimento ritengo rischioso parlare di “patologie della libertà” come di un mondo indistinto: certo un filo rosso le attraversa, simili le questioni che pongono, ma credo che oggi sia necessario evidenziare le differenze che esprimono, le singolarità che quel mondo popolano e così contrastare il processo di istituzionalizzazione, singolare e  diffusa, cui queste patologie sono sottoposte.

Appartengo a una storia che del rimescolamento delle carte, della contaminazione di differenze e culture, ha fatto il suo punto di forza sia pratica sia teorica, e tutt’ora credo che ciò rappresenti un valore e una ricchezza. Ma proprio questa storia mi ha insegnato la necessità di distinguere sempre, di non confondere e schiacciare le identità singolari sussumendole in un unicum da affrontare e risolvere.

Nessuna pratica di deistituzzionalizzazione è possibile se non consente a ciascuno, ciascuna di contare, di riappropriarsi della propria storia e di fare della propria diversità una ricchezza da scambiare con l’altro altra da sé.

Sulla facciata di un edificio del comprensorio di Trieste è ancora possibile leggere “La libertà è terapeutica”. Spero che quella frase, scritta nel ’72, resista alle intemperie e alle necessarie ristrutturazioni perché, nella sua semplicità, definisce senza equivoci la mission di chi, a vario titolo, opera nel mondo ampio e differenziato dei servizi sociali e sanitari.

Sapevamo essere la libertà  un complesso di diritti e doveri  che la nostra pratica doveva  rendere accessibili ed agibili per tutti e tutte soprattutto per chi, per propria storia, esperienza, problematicità, è più debole e quindi non in grado di autonomamente conquistarli. Ed é per tale motivo che il lavoro di destituzzionalizzazione, a Trieste,  sin dall’inizio ha significato restituire dignità e senso a storie soggettive, a presenze le più diverse, a ruoli emarginanti e, o emarginati;  ricostruire un mondo fondato sull’assunto che la “libertà di essere sé stessi” non può essere con nulla barattata, né tanto meno scambiata come premio.

Assunto oggi centrale dal momento che garantire  diritti e doveri non esaurisce il bisogno, la necessità di libertà che ciasuno, ciascuna sperimenta nel quotidiano.

Forse perché, come dice Roberto Esposito, “…Il senso positivo della parola libertà deriva dal desiderio da parte dell’individuo di essere padrone di se stesso. Voglio che la mia vita e le mie decisioni dipendano da me stesso e non da forze esterne di qualsiasi tipo. Voglio essere strumento dei miei stessi atti di volontà e non di quelli di altri. Voglio essre un soggetto, non un oggetto”. Per questo “….va interrogata la riconversione negativa che il concetto di libertà subisce nell’era moderna … dal senso  positivo (libero di…) a quello negativo (libero da..)……viviamo in tempi che intendono la Libertà non più come modo di essere ma come diritto di avere qualcosa di proprio”. (R. Esposito, Bios, pag 68-74 Einaudi 2004)

Ed è intorno alla libertà d’esitere per quel che si è e per come si è che  siamo chiamati a interrogarci, a chiederci quanto della nostra pratica garantisce spazi perché l’altro, altra possa eprimersi e, quanto invece, partecipiamo di una governo che, mentre produce libertà implicitamente stabilisce delle limitazioni, dei controlli, degli obblighi basati su delle minacce. (Foucault: La questione del liberalismo).

Di questa libertà fondata su i se ed i ma, le nuove isituzioni totali parlano: il consumo di psicofarmaci, la pressante richiesta di psico operatori ed operatrici, o di consulenze psichiatriche cosa ci dicono se non che la vecchiaia, la clandestinità, la miseria e così via non possono, o meglio non devono, appartenere alla normalità?

E cosa le scienze umane (la psichiatria e la psicologia) possono nei loro confronti se non riproporre spezzoni di vita sotto forma di terapia? Spezzoni di vita che nel suffisso terapeutico annullano  ogni possibile autenticità e diventano grottesche pantomime di quello che Franco Basaglia chiamava il “praticamente vero”? 

Mi riferisco alla moltiplicazione delle tecniche che mutuano i loro strumenti dalla natura e dal quotidiano (dalla teatro alla ippoterapia) la cui efficacia, quando esiste, è conseguenza del fatto che attraverso di esse le persone possono sia sperimentare livelli d’espressione di sé, sia iniziare percorsi di autonomizzazione che li proiettano nel mondo dello scambio.

Altro, queste tecniche, non dicono se non che vivere, sperimentare il piacere d’esistere è terapeutico! Allora la questione non sta nel dimostrarne la scientificità attraverso ricerche neurofisiologiche le più complicate, ma nel moltiplicare per tutti e tutte le opportunità di vivere bene!

Ma questo implica l’abbandono del suffisso, il ritornare alla cura come presa in carico dell’altro, altra come persona intera, portatrice non solo di bisogni e desideri ma anche di specificità, del corpo e della mente, che devono potersi esprimere per ciò che realmente sono.

In questo senso parlavo prima della necessità di non omologare le differenze, di riconoscere la ricchezza ed il valore delle identità singolari.

Identità singolari che, mai come in questi tempi, da una parte corrono il rischio di perdere la scena perché nominarli nelle loro specificità suona, nel politically correct, come offesa (si pensi all’uso della parola handicap) dall’altra quella scena conquistano in negativo come oggetto di attacchi indiscriminati che vanno a confondersi nell’unico calderone del degrado culturale  che afflige il nostro vivere quotidiano.

A partire da queste considerazioni penso che ragionare sulle possibili risposte di contrasto alle patologie della libertà significhi prioritariamente porre la questione del rapporto fra individuo e collettività come tensione costante all’individuazione di spazi e luoghi dove, come dice Virginia Held in Etica Femminista, sia possibile “..convivere culturalmente con la frammentazione senza aver bisogno di rimettere insieme e ricucire un consenso..” di facciata che, mentre nega il conflitto, lo trasforma in guerra e distruzione.

Spazi e luoghi, di volta in volta, identificabili come case, centri di’accoglienza, servizi territoriali, scuole eccetera la cui pratica sia sempre pratica della, costruzione e decostruzione di istituzioni vive e vitali, suscettibili di verifiche ed aggiustamenti sulla base di un confronto con un reale in continuo divenire. 

Luoghi, ancora oggi, come mercati (Franco Rotelli) dove le culture ed i saperi  siano scambiabili e da tutti e tutte fruibili, perché contaminati dalla corporealità delle soggettività che li attraversano.

Organizzare servizi partendo dalla concretezza e materialità dei corpi, dal particolare che le esperienze soggettive propongono è difficile perché dei corpi si é sempre parlato  riferendosi a un “soggetto ideale”, capace di comprendere dentro di sé tutti i possibili soggetti che realmente esistono .

Soggetto ideale che ha corpo, linguaggio e costumi ben definiti e facilmente identificabili “nel soggetto maschio, bianco, istruito e benestante”, abitante di quella particolare “regione”  che, oggi, governa il mondo detenendo il controllo su tutte le risorse vitali: dal linguaggio come forma di comunicazione principale, alla possibilità di indirizzare la scienza e la tecnica, al denaro (Paola Zanus).

Ed allora sulla rivendicazione di un’idealità soggettiva e diversa per ciascuno, ciascuna bisogna impegnarsi. Per fare questo è neessario mettere al centro la questione dell’”autodeterminazione  dei corpi, autodeterminazione che non può prescindere da una diversa visibilità del genere femminile, perché, in fondo il “soggetto ideale” unifica almeno una meta degli abitanti del mondo, c’è quell’altra metà che non vuole più aspettare e dappertutto pretende di farsi sentire.

Una questione, oggi, mette d’accordo governanti di tutti i paesi, a est e ad ovest, a sud e a nord, maggioranze e opposizioni (il Cile e la Spagna sono eccezioni ecclatani): negare, con qualsiasi mezzo anche violento, la libertà del corpo di donna perché l’emergere di questa libertà potrebbe scardinare l’equilibrio costruito fra i potenti.

L’attacco che le donne, in questo nostro paese, stanno da mesi subendo non ha precedenti per violenza, determinazione e, in fondo, costruzione di un consenso trasversale che fa temere il peggio.

Vorrei allora che, anche in questa sede, di ciò si discutesse, venissero allo scoperto le discriminazioni nei loro confronti che nei servizi accadono sia per le operatrici sia per le utenti, e rispetto alle quali, forse perché si proviene dal mondo della psichiatria, che ne ha scientificamente sancito l’inferiorità naturale, c’e una sostanziale cecità che permette, anche nei luoghi “liberati”,  di continuare ad agire pratiche di tutela e di discriminazione.