Il mio nome è Alessia e sono di Vicenza. Quando qualcuno ora m’incontra, nel 2006, spesso mi guarda, mi parla, gli sorrido e mi attribuisce i colori della giovinezza. Peccato non sappia che mi alleno a diventare abile a censurarmi.

Ho sofferto di un disturbo mentale. Ma gioco a raccontare le bugie sul mio piccolo inferno.

Sarebbe da matti far sapere che sei stato  nei Servizi Psichiatrici; non godi di buona fama. Ad esempio, negli ambienti di lavoro dove il motto è “Vogliamo soluzioni, non problemi”, tu rimani un potenziale problema.

E quando percepisco la prepotenza di parole, di toni, di preconcetti che vedono nella persona con disturbo mentale un ciclone di violenza, ho il fiato mozzato, rimango inchiodata nella rigidità della mia paura, perché sento pesare sulle spalle, come un fardello, il marchio di un’accusa ingiustificata. E non sono preparata a mettere insieme 2 parole per argomentare una difesa.

Altre volte sono toccata dalla sensazione che un po’ di anni della mia vita siano stati inghiottiti in una sorta di buco nero, nel quale la luce può solo entrare, ma non può uscire, perché le viene sottratta l’opportunità di evocare, di dichiarare, di aver voce, e di avere un’eco.

Se posso essere sincera, sono stata veramente felice quando ho letto nel programma di questo incontro, il titolo della sezione che racchiudeva parole chiave come persone e vivere il disagio mentale. Perché hanno in seno un potere: è quello dell’uomo, quando all’avversità oppone la sua dignità. Parole che indicano una strada: per quanto sofferente, ogni individuo possiede la libertà di trascendersi e di realizzarsi.

Il termine “utente” è un marchingegno artificioso, penso che nessuno abbia la residenza in un Servizio Psichiatrico. In quanto definito “utente” vuol dire che l’obiettivo d’esistenza coincide con l’occupare un posto riservato in una struttura psichiatrica? La persona viene a coincidere, ad essere sovrapposta e schiacciata dal fatto che usufruisce di un luogo che dovrebbe essere deputato alla cura di uno stato di difficoltà?  

Dico dovrebbe perché io ad esempio vi approdavo, vagabonda, nella mia ricerca insistente di un aiuto. E sostavo in un’attesa disperata. Non potevi che attendere il monotono e cadenzato scivolar via del tempo. E’ da paura il senso opprimente della lentezza di ogni ora che si confonde con quella prima e quella di domani, perché sono miseramente uguali.

Si passeggia su e giù, su e giù nel corridoio. D’altra parte sei rinchiuso. Porte chiuse a chiave, finestre chiuse. Spesso ci sono grate alle finestre.

C’è pure la vena sarcastica dovuta alla presunzione di cliniche private di far credere che offrano “i luoghi della salvezza”: senti aleggiare titoli quali Villa, Parco, nomi di fiori.. Ce n’è una in particolare che in realtà va chiamata con il titolo che le spetta giardino zoologico: le inferriate le hai dappertutto anche sopra la testa. Sei un animale in gabbia.  

L’ambiente può diventare la miccia per una spirale di solitudini:

  • luoghi che sono di parcheggio

  • luoghi che non sono decorosi (anzi, alcuni sono inaccettabili per la sciatteria delle stanze e degli arredi),

  • provocano anche nelle persone della famiglia, scatti di ribellione, che possono però tradursi in distanza da chi, sofferente, si adegua per mancanza d’alternativa.

Premesso che ho ricevuto un invito perché possa vedere che ci sono anche i luoghi dove le buone pratiche hanno trovato forma e forza concreta, nella mia storia un danno è stato certo l’aver incontrato psichiatri assenti, per abuso di pastiglie della mediocrità, apatici perché colpiti dal fragore degli elettroshock di una grossolana burocrazia, immobili nei pensieri, perché legati dalle cinghie della scienza e della tecnica.

Scrive un medico: “Tornando nella mia città, salgo su un taxi. Un cartello posto sullo schienale davanti a me recita Si accettano consigli sul percorso da seguire. E non posso fare a meno di pensare che forse alcuni pazienti avrebbero molto apprezzato da parte mia un atteggiamento di disponibilità all’ascolto e al confronto, avrebbero gradito poter dire la loro e poter condividere le scelte. Dico al tassista che quel cartello è sorprendente e civile. Ringrazia e domanda che lavoro faccio. Gli dico che sono medico e lui “Perché non lo mette anche lei nel suo studio?”.

Si accettano consigli sul percorso da seguire. Forse dovrebbe farsi spazio l’idea di coinvolgere chi soggettivamente vive l’esperienza.

Lo scontro con la realtà ci porta però ancora una volta ad utilizzare energie per impedire addirittura che vengano calpestati i principi irrinunciabili per ogni uomo.

Come Forum Salute Mentale Veneto abbiamo stilato una Charta da esporre a vista nei reparti, perché siano trasparenti i diritti che la persona con sofferenza mentale può far valere.

In particolare, sottolineo il diritto a poter comunicare con chiunque attraverso l’uso del telefono, anche cellulare.

C’è il diritto, che io non sapevo neppure, di libera scelta del medico e del gruppo curante, nonché del luogo.

Esiste un diritto su cui bisogna insistere, che riguarda l’inviolabilità della persona: è il diritto a non subire azioni che ledano l’integrità fisica e la dignità personale: fra tutte, porto in evidenza il non essere legato.

Fa male sentir parlare di addestramento obbligatorio del personale, esecuzione pratica del contenimento, materiale della contenzione meccanica.. E’ una guerra dichiarata!

Io credo che il Forum possa dar vita ad un circuito che non rinchiuda più le persone in difficoltà. Che possa diffondere una mentalità nuova, che io ho imparato qui da voi, che porti a sostituire le celle d’isolamento con piazze d’incontro, laboratori d’espressione, aule per percorsi di formazione, conoscenza, apprendimento di strumenti per il reinserimento anche lavorativo. Una mentalità nuova che renda sensibili già nella scuola le persone del domani, per non trovarsi impreparati quando ci si imbatte personalmente o in una relazione con la vetta del dolore di un disturbo mentale.  

Il Forum mi ha acceso speranze e mi mette di fronte a sbigottimenti. Sarebbe bello poter credere che la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare.