È opinione diffusa che in Italia somministrare psicofarmaci sia la sola cosa che si faccia in moltissime situazioni, forse nella maggioranza dei casi. In un altro considerevole numero di casi, insieme alla somministrazione di farmaci vengono prodotte svariate attività. Si danno psicofarmaci e poi si fa anche altro. Psicoterapia, riabilitazione, inserimenti. Tutto questo rimane però subordinato all’intervento principe, il farmaco. Senza scommettere né sulla psicoterapia, né sulla riabilitazione, né su altro. Il farmaco diventa il braccio, lo strumento fisico del pensiero tutorio dei servizi. Non ci si chiede, ad esempio se la somministrazione di quattro o più farmaci non sia un ostacolo a percorsi riabilitativi (qualunque cosa si intenda per riabilitazione in salute mentale). Non si punta più su quel tanto o poco potere di “guarigione” che la vita, insieme a tanti motivi disturbanti, porta con sé. Eppure la lotta allo stigma, di cui tanto si sente parlare, dovrebbe voler dire proprio questo: non stigmatizzare le persone fa parte di un processo collettivo di cura, non di semplice comprensione o compassione. Soluzioni abitative, lavorative, di mutuo aiuto, quando siano vere e non limitate dall’invadenza eccessiva dei presidi territoriali, contribuiscono alla trasformazione della persona e contemporaneamente del contesto. Ma su tutto questo bisogna scommettere. E per farlo bisogna aprire la riflessione sulla funzione dei farmaci al di là delle rassicuranti parole di esperti e case farmaceutiche.

Invece, cosa accade? Si crea una mistificazione, una falsa rappresentazione che nega lo stato delle cose, cioè la subordinazione gerarchica e disciplinare allo psicofarmaco. Che nega l’effetto di distorsione relazionale che il farmaco induce sia a livello simbolico che della prassi.

In generale gli psicologi e gli stessi operatori della riabilitazione “non vedono” questa subordinazione e questa distorsione, per non dire delle cosiddette cooperative sociali che sembrano proprio pensare a tutt’altro. La riabilitazione, la psicoterapia ecc. diventano, se va bene, un lavoro di riduzione del danno psichiatrico. Se va male, una stampella che lo nasconde e lo rabbercia. Non si prende e non si vuole prendere coscienza della situazione, che metterebbe in gioco molti interessi. Così si arriva all’assurdo beckettiano, sintetizzato con involontaria autoironia da queste parole, scritte nel 2002:

“Nel giugno ’98 il Centro Diurno del Servizio di Salute mentale di Alessandria ha fatto la scelta di non provvedere più alla somministrazione dei farmaci ai pazienti che precedentemente, per motivi diversi, li assumevano a cura del Centro. Sono stati perciò presi accordi con i due ambulatori, che tra l’altro sono logisticamente molto vicini al Centro, che si sono pertanto fatti carico di provvedere alla somministrazione”. (1)

Che dire? Occhio non vede cuore non duole. Per “demedicalizzare un luogo che si voleva essere per i pazienti spazio d’incontro, di comunicazione, di sperimentazione delle proprie capacità, con connotazioni il meno possibile mediche” (2) non si trova di meglio che chiedere ad altri di fare il lavoro… medico. O il lavoro di “controllore”, come gli stessi autori specificano più avanti. Ad altri che comunque, tanto per stare sicuri, sono “logisticamente molto vicini” al Centro.

Capisco che è più facile, anche se meno gratificante, lavorare con disabili (leggi: disabilitati) piuttosto che con “folli”; ma dovremmo chiederci se il nostro lavoro di operatori dei servizi di salute mentale – di cooperativa, di ASL ecc. – è un lavoro per il trattamento dei disabili, o un lavoro di cura per chi soffre di disagi psicologici di vario tipo. Nascondersi dietro un dito, come fanno gli autori sopra citati, non serve a molto. Cosa accade, dunque? I momenti più specificamente “di disagio mentale” e le crisi vengono trattati dalla psichiatria nelle “sue” istituzioni, CSM, SPDC, cliniche, secondo una scala di gravità che non è neppure diagnostica, ma comportamentale. Il “folle”, il momento della follia, è così sottratto ai servizi che puntano sulla relazione e allo stesso tempo è sottratto all’evidenza pubblica.

A questa si concede invece il momento dall’adattamento, della brava persona, della demenza inoffensiva, ovvero il momento in cui i “disabilitati dalla psichiatria” sono pronti per concedersi al pubblico e magnificare le sorti gloriose della 180. Purtroppo ci sono schiere di operatori di buona volontà che cadono nel tranello o che sono forzati a reggere il gioco perché gli spazi del conflitto sono rigorosamente controllati. È un lungo discorso, che non si può fare tutto in una volta, ma che è il momento di aprire. È un discorso che coinvolge il senso dell’intero operare in salute mentale. È un discorso professionale ma anche – scusatemi – di classe. Perché non bisognerebbe mai dimenticare che quando parliamo del potere della psichiatria non stiamo parlando di questo o quel medico, primario, psicologo. E nemmeno di questo o quel ministro, governatore, assessore. Stiamo parlando di Capitale, con la C maiuscola; stiamo parlando di multinazionali del farmaco, di profitti. Stiamo parlando di controllo sociale che riguarda tutti, non solo i “malati di mente”.

Ma nonostante questo, di psicofarmaci non si è parlato, se non marginalmente, al forum di Paola. Come del resto non se ne era parlato a Milano né a Bari. In sostanza, dopo Lucca l’argomento è caduto nel dimenticatoio.

 

Ancora. Dopo Milano, gli incontri diventano sempre più localistici. Organizzati dagli operatori del luogo e va bene: si tratta di un’esigenza strettamente organizzativa. Ma perché debbono essere pensati e progettati solo dagli organizzatori? In questo modo prendono inevitabilmente contorni fortemente connotati in senso localistico.

Eppure un gruppo nazionale c’era, c’era il gruppo promotore allargato, che si è riunito forse una volta sola, prima dell’incontro di Lucca. Un gruppo nazionale allargato è una necessità, se si vuole evitare di cadere nella convegnistica annuale, in un rituale già celebrato troppe volte. Abbiamo evitato finora di diventare l’ennesimo circo Barnum della salute mentale: oggi qua domani là, venghino signori venghino. Lo abbiamo evitato perché parliamo di cose troppo serie e lo facciamo con la dovuta serietà.

Ma chi fa la sintesi politica di tutto questo? Chi riesce a pensare e produrre piattaforme generali che orientino le situazioni locali? Perché il Forum, dopo il primo documento fondativo non è riuscito ad andare avanti, a produrre una cartografia della situazione italiana come si era proposto e, cosa ancora più importante, a produrre pensiero, movimento, lotta, visibilità non locale ma nazionale? Dobbiamo aspettare che arrivi la prossima Burani Procaccini per trovare uno slancio nazionale e la capacità di farci sentire? Dobbiamo aspettare il prossimo governo di centrodestra, o peggio il prossimo Sanremo? Dobbiamo aspettare gli scontatissimi esiti del comitato tecnico ministeriale, sperare addirittura che siano scontati e non sconcertanti – come sconcertante è stato il loro documento programmatico?

Non si può, con determinazione, far valere sacrosanti diritti in tempo di centrosinistra? Ci si deve accontentare di rincorrere – anche spazialmente – l’assessore o il presidente illuminato chiedendogli per cortesia di concederci qualcosa? Si deve aspettare che un direttore di dipartimento altrettanto illuminato, trasferendosi in su e giù lungo la penisola, conceda qualche statuto di libertà in questa o quella situazione? Siamo nel 1848? Non è questa la politica di Psichiatria Democratica che abbiamo considerato fallimentare? Che poi gli operatori delle “province” si sentano colonizzati quando arrivano le truppe esterne armate della giustezza dei loro convincimenti, mi sembra del tutto normale, perfino troppo poco.

Rilanciare il gruppo promotore nazionale allargato, per intenderci quello costituitosi a Lucca, è a mio parere un’esigenza. È importante che si riunisca a scadenze trimestrali in modo da tessere e tenere il filo delle cose nel tempo che passa fra un incontro nazionale e l’altro. In modo da produrre un dossier sulla situazione nazionale; in modo da proporre pensieri collettivi e non solo i pensieri individuali di ciascuno; in modo da dare un senso generale all’affastellamento di particolari proposti da tutti noi nelle più svariate situazioni e sul sito del Forum; in modo da offrire sostegno reale e politico a chi si trova in difficoltà nella propria regione, nella propria città, nel proprio servizio: utente, operatore o altro.

Non sto dicendo che il Forum debba diventare un’organizzazione rigida e gerarchicamente coordinata. Sto dicendo che dovrebbe, a mio parere, diventare un movimento capace di proporsi, non di rincorrere le situazioni – e tanto meno gli assessori illuminati. Un movimento capace di dire: Bene, dobbiamo fare i conti col mondo, questo è vero; ma dobbiamo anche costringere il mondo a fare i conti con noi. Un movimento capace di esigere il rispetto dei diritti, non di chiedere concessioni.

 

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Le citazioni (1) e (2) sono tratte da: C. Traversa, M. Di Lella, Trattamento psicofarmacologico ed aspettative degli operatori dei Centri Diurni; in “Centri Diurni, dalla riabilitazione all’intervento precoce” a cura di A. Maone, F.M. Candidi, C. Stentella – CIC edizioni internazionali 2002, p. 497.

 

Le riflessioni proposte sono scaturite da discussioni avute con molti partecipanti al Forum di Paola. Non tutti, come è ovvio, erano d’accordo con me; per questo evito di citarne i nomi, per non “aggregarli” al mio discorso contro la loro volontà. Spero tuttavia che essi scrivano direttamente al Forum per esprimersi e per lanciare sul sito un dibattito che al momento langue.