Dalla mia esperienza presso al comunità Villetta S. Gregorio del CEAS di Milano (2001\2005), ho ricavato che una delle principali funzioni terapeutiche per i pazienti è legata alla contemporanea e sincronica cura del prodotto comune che pazienti e curanti realizzano insieme. Infatti nella mia esperienza, in una prima fase di conoscenza fra il “me stesso” con le mie formazioni e il “noi comune” dell’istituzione, ho riflettuto sulla  necessità, prima di proporre modi o interventi, di ascoltare il “rumore” di fondo  prodotto dall’esistente di quel luogo, inteso come ascolto della storia quotidiana nei suoi personaggi e nei suoi interpreti: rendendomi conto che molte storie venivano a svolgersi, senza che esse riuscissero ad intrecciarsi o ad avere una “scrittura” collettiva. Accanto alle normali strutture di cura di un luogo come una comunità, che devono esistere (ad esempio riunioni di equipe, supervisioni, attività dedicate ai pazienti), proposi di considerare un luogo in cui si potesse osservare il noi operante in comunità. Nella mia mente avevo la necessità di mettere insieme tutte le persone che vivevano un’esperienza lì, da chi puliva a chi cucinava a chi faceva l’obiettore, a chi faceva il tirocinante a chi faceva l’educatore o lo psichiatra. La scoperta del valore delle persone della comunità, al di là del ruolo professionale (nel caso degli educatori) o al di là dello stato di salute (nel caso dei pazienti) è stata importante ed è uno dei fattori che solitamente non esistono nelle istituzioni: ad esempio in un cps ai gruppi terapeutici non partecipano le donne delle pulizie, considerate legate ad altre mansioni, senza CFU e quindi  non preparate o secondarie, senza contare il loro significato e valore emotivo e internazionale o addirittura simbolico (es. il valore simbolico di una cuoca in una comunità va al di là del suo ruolo professionale). E’ invece evidente che in ogni istituzione vi sono dimensioni e matrici di fondo emotive comunque operanti ed originanti dalla loro storia o attualità: alla formazione di queste emozioni di fondo concorrono tutti i presenti nell’istituzione. La trattazione di queste emozioni di fondo è quindi un compito comune e essenziale per non avere una scissione fra ruoli professionali  e stati emotivi dell’istituzione.

Ho proposto e portato avanti, insieme agli educatori ed al personale, un gruppo detto del “noi”, nato quindi non per aggiungere cose nuove, quanto per rivelare l’esistente istituzionale. Devo dire che la mia formazione di terapeuta di gruppo ha fatto sì che nella mia mente avessi ben chiaro che il gruppo non era una semplice assemblea di comunità, ma un gruppo da ascoltare nelle sue determinanti analitiche: ossia le associazioni, i sogni, il significato latente dietro alle comunicazioni apparentemente concrete.

Al di là delle formazioni di ognuno , dei ruoli professionali, delle cosidette specializazzioni, il lavoro comune pescava sul valore emotivo di ognuno e del gruppo come prodotto collettivo, con un’interrogazione sui fantasmi che attraversavano l’istituzione e sulla sua storia come storia cui tutti appartenevano, e scrivevano al contempo.

Vi è stata una voluta rinuncia all’iperspecializzazione, così invece frequente, in parte comprensibilmente, nelle strutture territoriali, dove vi è un’esaltazione a mio avviso difensiva,  delle competenze e dei ruoli , senza che vi siano libertà di pensiero individuali che si scostino dal conformismo ufficiale o locale. Così i deliri dei pazienti diventerebbero elementi esclusivamente da schiacciare e non da interrogare nella loro comprensione di significato: l’unico rimedio sono i farmaci, che spesso non vengono modificati per anni.

Vi è stata anche una rinuncia ad essere facilmente utopistici e superficiali: infatti tale modello di lavoro ha posto e smosso molte problematiche di non facile soluzione, ma dando ai pazienti, nell’ambito anche di un controllo sanitario indispensabile, un ruolo ed un’attività che ha infastidito le istituzioni psichiatriche territoriali, molto burocratizzate, ma spesso senza strumenti di trasformazione e di lavoro emotivo.

Gli elementi innovativi della cura del campo istituzionale sono stati, a fianco delle tradizionali metodologie di lavoro, l’introduzione di un sistema collettivo in cui curanti e curati si sono presi cura dell’istituzione al di là della loro posizione di partenza.

Il gruppo del noi ha sviluppato un funzionamento di questo tipo: messa in evidenza del fantasma istituzionale, dell’emozione prevalente nel gruppo, condivisione e lavoro sulla percezione comune emotiva. Tale processo può gradualmente sostituire il percepire solipsistico del soggetto malato, offrendo una significativa alternativa alle percezioni del mondo delirante.

Quello che succedeva nel gruppo del noi corrispondeva agli accadimenti emotivi che attraversavano l’istituzione, così da pensare che, prendendosi cura di questi accadimenti emotivi, si curava lo stato emotivo dell’istituzione e di tutti i soggetti in essa presenti.

Il fattore rilevante è legato, in altre parole, alla capacità di mettersi in gioco dei curanti ed al loro partecipare, assieme ai pazienti, allo studio di se stessi.

La paritarietà del lavoro psichico che impegnava curanti e curati ha garantito una scrittura  comune e condivisa della storia, con la formazione di una memoria e di un luogo in cui lavorare sugli accadimenti comuni.

Questa è stata una differenza forte con le strutture territoriali, dove essere psichiatra coincide il più delle volte con l’essere un prescrittore di medicine. Nel nostro caso siamo invece passati da prescrittori a “scrittori”.

Questa attività ha dato luogo nel tempo alla nascita in parallelo di un gruppo di genitori e di un gruppo multidisciplinare, esterno all’istituzione, che ha trattato - con la riflessione e il confronto con l’esperienza di altri in campi attigui - i temi istituzionali emergenti dal vivo della comunità e delle esperienze in corso. Questo lavoro può introdurre una riflessione sui significati delle esperienze condivise come precursore e accompagnatore dei pazienti non solo nella comunità, ma anche nelle future destinazioni di appartamenti più o meno protetti.

Il lavoro attuale della comunità si salda così ad un lavoro di collegamento per quei pazienti che se ne vanno per un inserimento sociale, che non sia scollegato dalla dimensione clinica.

L’esperienza del gruppo del noi può essere quindi vista, com’è stata nella realtà della Villetta S. Gregorio, nella duplice prospettiva di un dispositivo di cura del contesto comunitario, centrato sul presente, e contemporaneamente di un allargamento del campo terapeutico, orientato al futuro, con l’attivazione di una competenza creativa dei membri del gruppo, che li rende capaci di sviluppare relazioni in modo nuovo e di aprire nuove possibilità di vita.

La casa di Giuliano B.