Questi erano inizialmente presenti in modo scarsamente significativo e con operatività di supporto all’ospedale; in seguito ne vennero istituiti altri, prima dalle Amministrazioni Provinciali e poi dalla Regione, per effetto dell’applicazione della Riforma Sanitaria.

Inoltre si rilevava come i processi, pur messi in atto dopo la promulgazione della legge di Riforma, non prevedessero un intervento strategico, volto a superare, sul piano della pratica, la gestione custodialistica e di controllo propria della ideologia manicomiale, frutto di un intervento psichiatrico basato sulla medicalizzazione dell’individuo, inteso come soggetto da curare all’interno di circuiti separati e non integrati con la dimensione sociale.

A questo riguardo è emblematico che ancora oggi a Girifalco persistano strutture per gli ospiti dell’ex O.P., in regime di ricovero per lungodegenti, di fatto senza prospettive di riappropriazione della storia personale e comunque all’interno di un tessuto di relazioni imposte e subite, e che  allo smantellamento del manicomio di Reggio sia seguito il semplice trasferimento degli ospiti in comunità protette, con evidenti finalità custodialistiche attraverso una pratica di transistituzionalizzazione.

Nel panorama assistenziale psichiatrico c’è da ricordare che nello stesso periodo vi fu la stipula di una convenzione fra l’Istituto Papa Giovanni XXIII (Serra d’Aiello) e la regione Calabria, per il ricovero di vari soggetti: senza fissa dimora, portatori di handicap e ex pazienti  dell’O.P., sopratutto quelli dimessi da Nocera Inferiore, sede del manicomio consortile, competente per il territorio della Provincia di Cosenza. Dunque, si tratta di una struttura deputata nei fatti all’accoglienza  dei cosiddetti “scarti sociali”.

Ancora oggi in questa struttura sono ricoverati vari soggetti, in promiscuità e con una gestione pre-scientifica, confinata e confinante in uno spazio degradato, oggetto di attenzione da parte dell’ Autorità Giudiziaria che lascia però immutate le condizioni di vita degli ospiti. Lo stesso  personale, con professionalità variegate è mantenuto in una condizione di precarietà e nell’incertezza per il futuro.

Solo oggi, è stato formulato un piano da adottare per la risoluzione del problema, finalmente inserito  all’interno di logiche non meramente aziendali, e quindi non rispondenti al profitto di nuove e vecchie proprietà, almeno per quanto riguarda la Salute Mentale, e che prevede una doverosa presa in carico dei soggetti da parte dei  Servizi territorialmente competenti nell’estremo tentativo di un risarcimento, seppur tardivo, per i diritti negati.

I servizi pubblici, nati per la maggior parte con personale inadeguato sul piano della formazione, con una prevalenza di figure mediche e socio-psicologiche, insufficiente anche  in termini numerici, con pochi infermieri e privi di figure appropriate per l’assistenza della disabilità (educatori, assistenti alla persona, musico-terapeuti, ecc.),  mantengono le caratteristiche originarie, tranne rare eccezioni, e rivestono un ruolo marginale di “controllo” nel circuito assistenziale.

Ulteriore riprova della mancata innovazione culturale è il fatto che si sia data priorità ai servizi ospedalieri (SPDC), che sono deputati al ricovero, con le tradizionali funzioni di severo controllo e custodia, e che richiedono un maggiore utilizzo di personale, soprattutto infermieristico, e di risorse in genere.

 Permane, inoltre, una significativa presenza di cliniche neuropsichiatriche (2 a Cosenza e 2 Catanzaro, ciascuna con 100 p.l., con utilizzazione vicina al 100%), deputate ad offrire attività  di riabilitazione psichiatrica in regime di ricovero, vista l’assenza nel pubblico di servizi ed attività nel settore riabilitativo. In merito a ciò si segnala l’esistenza, a pochi chilometri da Cosenza, di un’altra struttura psichiatrica, a carattere socio-riabilitativo, che opera in base al DPCM 8-8-85 e all’art. 26 della 833, per un totale di oltre 100 posti in regime residenziale e di day hospital. È significativo  il fatto che le poche strutture residenziali o diurne a forte carattere sociale, gestite dal privato non imprenditoriale e con meno di 20 posti, continuino a incontrare non poche difficoltà nei rapporti con la burocrazia regionale.

Di questi giorni è il tentativo di chiudere una casa famiglia ad Oriolo, forse l’unica gestita dal pubblico, per trasferire gli ospiti presso altra struttura a diversa intensità assistenziale, a diversa gestione, pronta ad entrare in funzione.

Così come a Cosenza tarda ad essere resa operativa una casa famiglia per soggetti da deistituzionalizzare, per la quale è prevista una gestione mista pubblica e privato sociale.

  Persiste  di fatto  una situazione di stallo nella quale il settore pubblico dispone di risorse limitate, per lo più assorbite dai costi del personale e del mantenimento delle stesse sue strutture mentre il settore privato convenzionato  assorbe la parte preponderante della spesa.

Emerge il drammatico  bisogno  di dar luogo finalmente a processi di de-ospedalizzazione, per contrastare la riproduzione del modello medico-custodialistico di fatto finalizzato all’esclusione sociale. Nonostante l’assenza di Ospedali Psichiatrici operativi  i Centri di Salute Mentale non hanno assunto alcuna  caratterizzazione, impegnati a riprodurre, seppur con modalità diverse e pertanto insidiose, separatezza ed esclusione. Non offrono la loro funzione 24 ore su 24; il collegamento con gli SPDC permane precario ed estemporaneo; non v’è traccia di una volontà  politica  volta  ad incentivare la costituzione di cooperative, magari utilizzando gli stessi utenti come soggetti attivi e protagonisti; non si prevede una politica della casa, eppure i soggetti in carico ai CC.SS.MM. sono nella maggior parte nullatenenti e senza fissa dimora; non si favoriscono attività di lavoro protetto, non si individuano luoghi di ricreazione e intrattenimento ed i percorsi di formazione e reinserimento degli utenti languono nell’attesa dell’avvio di progetti, già finanziati dall’Unione Europea; anche i progetti di formazione per gli operatori, come quello denominato “Dalla sorgente alla foce” e finanziato dal Ministero, non hanno raggiunto gli obiettivi prefissati: in definitiva vengono negati i diritti di cittadinanza.

Nell’annosa  carenza di strutture intermedie i Dipartimenti di Salute Mentale continuano a caratterizzarsi per lo svolgimento di funzioni burocratico-amministrative e gestionali, in assenza di visioni strategiche in favore della salute.

Inderogabile appare sempre più la formulazione di un Progetto Obiettivo Regionale per la Salute Mentale, che tenga conto della specificità calabrese, delle istanze delle Associazioni, degli operatori e dei soggetti fruitori. Infatti solo una programmazione che pervenga dal “basso”, può garantire analisi e proposte veramente rispondenti alla domanda di salute espressa. Un Progetto dotato di risorse certe e adeguate, attraverso una legge regionale, che preveda una deroga al persistente blocco delle assunzioni, per avviare una reale inversione di tendenza nell’uso delle ingenti somme tuttora impegnate. A questo riguardo vogliamo sottolineare l’importanza di realizzare finalmente una integrazione dell’assistenza, attraverso l’uso degli strumenti e delle ulteriori risorse che dovranno essere messe a disposizione dal Piano sociale regionale.

Pensiamo ad un processo articolato, capace di dare forza all’attuazione delle recenti Linee guida approvate dalla Giunta regionale, che prevedono servizi “forti”, caratterizzati da accoglienza per 24 ore, dotati di centri diurni, day e night hospital, strutture residenziali con gradazione differenziata dell’offerta assistenziale, secondo la differenziazione dei bisogni. Questo processo dovrà essere governato con la partecipazione dei rappresentanti delle Associazioni di familiari e utenti e gestito da personale adeguatamente formato, per evitare l’abbandono istituzionale.