Apro questo Forum anche con  qualche speranza -in un periodo in cui appare difficile averne. Un motivo viene da questo grande manifesto dell’Assessore regionale alla Salute, testimonianza di una volontà forte di rinnovamento e di cambiamento nella salute mentale, che indica una strada e  definisce un progetto. Non era mai accaduto che il Forum fosse così accolto dalla politica in una regione. Un altro motivo viene da ciò che è accaduto qualche settimana fà a San Remo dove il trentenne Simone Cristicchi ha cantato di una lettera mai spedita da un manicomio italiano, di Antonio che scrive a Margherita, la sua amata, l’ultima lettera prima del ‘volo’ dal tetto del manicomio. 

A trent’anni dalla legge 180, dopo  10 anni in cui in Italia sono stati definitivamente chiusi i grandi manicomi pubblici, dopo un periodo di silenzio, di oscurantismo e di attacco alla legge e di ripresa di logiche e politiche di internamento nella psichiatria ed oltre, saltando almeno due generazioni di indifferenza, un giovane cantautore ricerca tra i silenzi e tra le vite azzerate e negate degli internati. E la critica accoglie questa ricerca e la premia! Cosa succede? Che possiamo sperare che di nuovo senso ed etica tornino ad emergere? può riprendere la speranza di non affogare tra le mondizie e le scorie, la imbecillità e l’indifferenza? Avevamo ragione a dire: se non ora, quando?

 

Di speranza ne abbiamo bisogno in Italia oggi,  nella lotta per la garanzia dei diritti,  per l’equità e la democrazia; in questa regione in particolare in cui episodi drammatici attraversano continuamente la situazione politica, sociale ed istituzionale, in un tempo in cui pur avevamo pensato che era arrivato il tempo del riscatto. E proprio allora di nuovo una morte importante, a indicare che bisogna continuare ad avere paura, che non bisogna sperare.  Ed  ancora scandali a mettere a nudo una diffusa complicità e corruzione ed insieme episodi drammatici di ‘malasanità’ che evidenziano una situazione che ha radici remote e indicano che la ripresa è difficilmente individuabile in tempi brevi. Ripresa possibile non solo attraverso una buona politica ma tanto più attraverso una consapevole, forte e collettiva assunzione di responsabilità di ognuno per restituire prospettive a una terra che pure ha in sé risorse per costruire autonomamente percorsi di cambiamento.

Anche per queste ragioni abbiamo scelto di fare in Calabria questo Forum e speriamo di poter essere partecipi a questa impresa di rinnovamento e di legalità.

Le questioni del V Forum Salute Mentale

 

Cercando di riportare l’analisi e il confronto alle radici della lotta per il cambiamento e volendo contribuire a rivitalizzare impegni di operatori, di istanze politiche e sociali, delle istituzioni, dei movimenti e della gente, due sono le questioni che in queste giornate di Paola il Forum vuole mettere al centro della discussione e della riflessione, ma sempre ponendo una grande enfasi sulle pratiche: l’internamento/ i contenitori dell’abbandono e l’ospedale psichiatrico giudiziario. Temi che riprendiamo nella consapevolezza che queste questioni possono solo essere affrontate all’interno di una politica che pone al centro la persona, la sua dignità e i suoi diritti, che si impegna per la costruzione di un sistema di sevizi di salute mentale pubblici, diffusi, accessibili, attraversabili, flessibili, integrati nella comunità, capaci di farsi carico dei bisogni della persona e del suo contesto, dando priorità a chi ha più bisogno, a chi fa più fatica ad accedere al servizio e all’interno di una comunità consapevole, solidale, impegnata ad includere, a riannodare  i fili di legami perduti, che crea sviluppo e valorizza le risorse diffuse, anche delle persone con disabilità e sofferenza..

 

L’internamento e i contenitori dell’abbandono 

Riteniamo giunto il momento, e tanto più da questa regione, per di nuovo rilanciare una azione forte, teorica e pratica, contro l’internamento, per riflettere sulle ragioni per le quali, nonostante la fine del manicomio -per cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Unione Europea guardano all’Italia con profondo interesse- non ci siamo liberati dalla necessità di chiudere, legare, rinchiudere, internare, mettere l’altro, il diverso, lo straniero…dentro mura, dentro recinti,  dietro fili spinati, dietro grate, dentro case più o meno vigilate…. E dentro i muri –lo sappiamo- nascono i mostri.

 

Eppure non possiamo dire di essere tornati indietro, né tanto meno che avevamo sbagliato. Il manicomio è finito nella realtà e nella coscienza collettiva, possiamo dire che “l’impossibile è diventato possibile” (Basaglia –Le conferenze brasiliane 1979). Il problema che rimane e che continuamente riaffiora è la vecchia e invincibile seduzione di allontanare la contraddizione, di non vedere l’altra faccia della luna, di nascondere ciò che ci turba, di negare ciò che ci mette in discussione, di eliminare il nemico….. e sappiamo invece che possiamo solo spostare la contraddizione non eliminarla, e che rispetto a questo non è mai finita.

Quello che ci pare nel lavoro di salute mentale debba sostenere l’agire, pur nelle contraddizioni e difficoltà, è “...la ricerca costante sul piano dei bisogni, delle risposte più adeguate alla costruzione di una vita possibile per tutti gli uomini” (F. Basaglia da Crimini di pace ).

 

Quando parliamo di internamento ci riferiamo ad una cultura e una pratica sanitaria, sociale e politica, che determina il proliferare in molte parti del paese, al nord e al sud, di piccoli e grandi istituti dove finiscono rinchiusi a vario titolo, con diversa motivazione, migliaia di uomini e donne, matti, anziani, handicappati, disperati, persone sole e senza sostentamento, devianti…...  L’internamento è l’assenza di progetto, la perdita di futuro, il vuoto relazionale ed emotivo, il restringimento del campo, la perdita di identità,  l’esclusione dal contratto, la mancanza di potere e di speranza per un cambiamento.

Troppi gli istituti ancora in Italia che sembrano non diminuire, che confermano la logica dell’assistenza e non della emancipazione, della chiusura e non della trasparenza ed attraversabilità, della solitudine e della non solidarietà, che drenano una quantità enorme di risorse economiche e distruggono le risorse umane degli internati e degli operatori. Pensiamo agli istituti del don UVA, dell’AIAS, alle fondazioni benefiche, agli istituti religiosi, agli istituti socio-sanitari, ai ricoveri per i bambini, alle RSA, alle case per il riposo degli anziani e dei diseredati, senza dimenticare i centri di permanenza temporanea…

Nei confronti di questi istituti dobbiamo riattivare percorsi di deistituzionalizzazione: lo smontaggio dei dispositivi culturali, amministrativi, scientifici che li sostanziano e rimettere le persone internate nei percorsi di abilitazione e di re-ingresso  nel contratto sociale. E insieme dobbiamo contrastare le operazioni che vogliono disgiungere gli interessi degli operatori da quelle degli utenti e rifiutare l’ambiguità insita nell’utilizzazione delle lotte per il salario, per la continuità del posto di lavoro, per la sicurezza degli operatori quando si attuano processi di trasformazione istituzionale.  Abbiamo infatti imparato fin dal lavoro di decostruzione del manicomio,  come i due processi vadano insieme: come il ritorno alla libertà, alla dignità e ai diritti dei pazienti, degli esclusi corrisponde alla qualificazione professionale, al miglioramento delle condizioni di lavoro e di sicurezza per gli operatori, all’aumento della dignità, dell’autoconsapevolezza, del potere, all’acquisizione di libertà,. Vanno stigmatizzate, dal punto di vista politico e sindacale, le operazioni di utilizzazione dei diritti dei lavoratori da parte di chi solo difende i propri interessi e il proprio potere.

 

Quando parliamo di internamento e dei contenitori dell’abbandono pensiamo pure alle cosiddette comunità terapeutiche e comunità riabilitative, pubbliche e private, quelle costruite alla fine degli anni 90 per chiudere i ‘residui manicomiali’ e quelle che prolificano a tutt’oggi, messe in piedi da un sedicente no-profit o dal profit chiaramente imprenditoriale, che accolgono tutto quello che riescono a trattenere,  dove i servizi di molte regioni ‘deportano’ spesso i pazienti più gravi, dove i giudici inviano dagli OPG i dimessi privi di pericolosità sociale che il servizio pubblico non accoglie, dove i familiari lasciati soli chiedono di ricoverare, dove i servizi pubblici di norma dimenticano.

 

Quando parliamo di internamento pensiamo alle case di cura/cliniche neuropsichiatriche  che esistono ancora in alcune regioni italiane e che continuano a ricoverare persone con malattia mentale di contro quanto dice la legge 180, rafforzando una cultura di medicalizzazione e psichiatrizazione del disagio e di separazione delle persone dai loro contesti di vita. Ricoverano pazienti in una situazione momentanea di crisi o ‘lungodegenti’ e persone che necessitano di riabilitazione. Ma come si può riabilitare tenendo le persone chiuse e inerti nei reparti? o  in laboratori inabilitanti ed infantilizzanti e nella separazione dai contesti? L’unica abilitazione che conosciamo, che include e sviluppa opportunità, è l’ ‘abilitazione alla vita’ nei percorsi della normalità, che contengono anche il conflitto e la malattia, e  insieme  l’abilitazione di una comunità.        Ancora troppo spesso sentiamo parlare di scarsità di risorse/budget dei servizi, ma per lo più gli operatori dimenticano di considerare risorsa propria quella impiegata per il ricorso al ricovero in strutture, la cui riconversione fornirebbe al pubblico le risorse necessarie per programmare e agire interventi più qualificati e non espulsivi. Va avviata da parte del pubblico la riconversione dei fattori produttivi verso le persone con disturbo mentale, le loro famiglie e la comunità locale, insieme ad azioni di formazione e di trasformazione culturale dei soggetti e dei contesti.

 

Quando parliamo di internamento pensiamo in generale alla risposta residenziale come la risposta a cui prioritariamente si ricorre nel servizio pubblico nel confronto con una persona e un contesto che presentano particolari difficoltà e rischi. Ma come è possibile curare al di fuori del rischio? senza mettersi in gioco, senza attraversare il rischio della libertà?  Quando la psichiatria non vive questo rischio non può se non essere contenitiva e restrittiva.

Ma non vogliamo dire che nel lavoro di salute mentale non ci sia bisogno di risposte che prevedano un abitare, case assistite per persone che necessitano di un periodo di abilitazione attraverso una vicinanza temporo/spaziale con operatori consapevoli come tramite verso l’esterno, ma anche di case per persone con disabilità per malattia o istituzionalizzazione protratta, che necessitano di una convivenza solidale e supportata, case per chi ha perso la casa dopo l’istituzionalizzazione….. Ma sappiamo pure che il primo impegno per un servizio di salute mentale è mantenere la persona negli ambiti naturali di vita, nei suoi contesti, supportandolo nella cura e nella vita quotidiana.

La prima domanda da farsi per l’operatore di fronte a l’altro in difficoltà è come fare a sostenere lui e il suo contesto, quale percorso, quale risorse attivare, non certamente dove metterlo e  come allontanarlo. E per questo il servizio pubblico deve poter disporre di risorse e qualità, essere integrato in un territorio,  avere progetti, mantenere responsabilità  verso le persone e la comunità e insieme ricercare partners, compagni di strada, che moltiplichino le risorse in campo, che connettano i campi. Questione centrale nel progetto terapeutico abilitativo rimane sempre come allargare gli spazi e moltiplicare gli scenari, come aumentare gli scambi e i soggetti in gioco.

 

Il bisogno di manicomio nasce nei territori, nelle comunità, nelle famiglie, quando scarsa è la risposta, la  presenza, le risorse del servizio, quando questo è lontano, non accessibile, non accoglie e risponde alle domande, questo bisogno, in particolare negli ultimi anni è stato foraggiato da una politica che non ha contrastato queste assenze e non ha  messo al centro i bisogni di una popolazione silenziosa e oppressa.  Ma, come dice Franca Ongaro Basaglia,  “… se è stato possibile  …rispondere in modo diverso alla sofferenza mentale, se è stata completamente smentita la necessità scientifica e politico-sociale dell’internamento, se è stato possibile radere al suolo il manicomio e la manicomialità attraverso la creazione di risposte vere, vicine alla sofferenza della popolazione, coinvolgendo la popolazione stessa in questa operazione…..” oggi  tutto questo può essere di nuovo possibile e possono di nuovo “essere infrante le certezze di una scienza e di una politica che tutelano discriminazione e disuguaglianza.” 

 

L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario 

La seconda questione precipua che vogliamo affrontare in queste giornate è quella dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, questione da sempre all’attenzione del Forum per le contraddizioni, anche legislative, e la violenza che porta in sé. Non possiamo più continuare a tacere sulle morti che avvengono nei manicomi criminali, come sugli abbandoni e le incurie da parte dei servizi di salute mentale nei confronti delle persone internate, veri  e propri crimini di pace. Non possiamo non denunciare la mancanza di applicazione del DL 230/99 in particolare per quel che riguarda la tutela della salute mentale dei detenuti, non possiamo non guardare a ciò che accade nei reparti di osservazione psichiatrica istituiti nelle case circondariali delle regioni italiane e chiedere cambiamenti e percorsi di cura nel rispetto della dignità e dei diritti..

Siamo consapevoli che la Ministra Turco ha dichiarato con forza di voler affrontare nel suo mandato il superamento degli Opg e vogliamo portare il nostro contributo.

 

Appare inutile in questa sede ridadire l’inefficacia dell’Opg rispetto al mandato della cura e ricordare come le sentenze della Corte Costituzionale del 2003 e 2004 affermano il diritto alla cura come il primario diritto da garantire, anche di contro a quello della difesa e sicurezza sociale, ma vogliamo affermare con forza che il superamento dell’Opg non può avvenire attraverso la costituzioni in ogni regione di strutture sanitarie a diverso grado di protezione e vigilanza. Riteniamo che la regionalizzazione delle Misure di Sicurezza, la nuova costituzione a livello regionale di strutture deputate alla gestione della pericolosità sociale non sia la strada per il superamento dell’Opg, ma invece la sua conferma nelle radici culturali, giuridiche, sanitarie e la sua moltiplicazione e alla fine porterebbe ad aumento del numero delle persone con disturbo mentale internate, sottoposte a misure di sicurezza e controllo.

Non possiamo fare a meno di ricordare il coraggio e la qualità etica, politica e professionale dimostrata dalle Assessore della regione Sardegna e della regione Calabria nell’essersi opposte e aver interrotto il processo avviato di costruzione dei Centri Sperimentali Psichiatrico Forense ad Ussana, Sardegna  e a Gerace, Calabria, per 70 pazienti psichiatrici autori di reato.  Posso testimoniare che la Sardegna che aveva nel 2005 il numero maggiore di internati negli Opg italiani, 43 persone per 1 milione di abitanti, di contro al 22 per 1 milione delle media italiana, in un progressivo impegno per la qualificazione del sistema dei servizi di salute mentale, ha diminuito il numero di internati sardi negli Opg.

 

Il superamento dell’Opg deve avvenire attraverso un processo di deistituzionalizzazione: percorsi di  presa in carico delle persone internate da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale di competenza finalizzati alle dimissioni, e insieme il blocco dei nuovi ingressi., ma anche  attraverso la decostruzione dei meccanismi giuridici ed amministrativi che sostanziano l’Opg e le misure di sicurezza: Va quindi affrontata l’abrogazione della non imputabilità riferita alle persone con disturbo mentale che commettono reato e tanto più affermato il loro diritto di stare in giudizio.

 

Va sottolineato peraltro che anche nell’attuale organizzazione legislativa abbiamo l’evidenza che servizi di salute mentale complessi ed articolati, capaci di farsi carico della domanda di salute di un territorio, di svolgere  lavoro nel carcere nell’applicazione del DL 230/99 contrastando il ricorso ai ricoveri nell’OPG, che hanno istituito rapporti formalizzati con i magistrati di sorveglianza e quant’altro.. riescono a diminuire o ad azzerare l’accesso in OPG o determinano una presa in carico precoce per le persone che lì sono ricoverate. Abbiamo esperienza di Dipartimenti italiani che non hanno alcun internato negli Opg ed altri dipartimenti che operano un lavoro importante di di dimissione dagli stessi.

 

Riteniamo quindi che per il superamento degli Opg è necessaria la presenza sul territorio di un  Dipartimento di Salute Mentale sviluppato in tutte le sue articolazioni organizzative e qualificato e che devono essere sviluppati e sostenuti, anche attraverso incentivi da parte dei governi regionali e delle Direzioni delle ASL, i programmi  di presa in carico e di dimissione dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari da parte dei DSM dei pazienti di competenza territoriale in particolare a partire dalle persone con pericolosità ‘evanescente’(più del 30%), in proroga della MS nonostante l’estinzione della pericolosità sociale.. Il permanere di  unità di persone internate, le più gravi, quelle per le quali sembra difficile una soluzione, il permanere di un “nucleo duro”, opportunamente individuato, dovrebbe poi portare a mettere a fuoco progetti “speciali” per ognuno di questi pazienti. a partire dalla storia personale, di contesto, al reato commesso…

Questa strada l’abbiamo già sperimentata per la deistituzionalizzazione dell’Ospedale psichiatrico, riteniamo che ancora possa essere la strada per il superamento dell’ Opg.

 

E’ necessario inoltre  lavorare perché la perizia psichiatrica  venga considerata dai magistrati e dagli psichiatri dei DSM elemento strutturato nel percorso diagnostico curativo e riabilitativo e quindi affidata dai magistrati agli specialisti pubblici dei DSM.

 

Un obiettivo che potremmo darci anche a partire da questo Forum è la messa a punto di un progetto nazionale per la chiusura dell’Opg femminile di Castiglione delle Siviere, sperimentazione che potrebbe essere messa in campo a partire da accordi tra il Ministero della Salute e quello della Giustizia, alla quale  saremmo disponibili a collaborare.                                                  

Riteniamo che  l’ elaborazione del mandato sociale come controllo non può che partire dalla tutela e difesa dei diritti delle persone a più bassa contrattualità sociale. A fronte delle universali dichiarazioni a favore dell’inclusione e dell’integrazione sociale in generale, smentite da altrettanto universali e generali politiche, ci permettiamo di voler lavorare per delle pratiche concrete.

 

Per concludere

Prima di avviare la discussione vogliamo solo ribadire di nuovo  che  il motivo fondante e la proposta concreta di lavoro del Forum Salute Mentale è la riduzione della dissociazione tra enunciati e pratiche nel campo delle politiche della salute mentale  e ancora il grande valore teorico dell’ossessivo richiamo di Franco Basaglia alle pratiche. Abbiamo da sempre riconosciuto il primato della pratica non solo come mero “fare”, ma come ciò che produce altra realtà e altra cultura quando agiamo contemporaneamente sulla struttura materiale delle istituzioni, sul pregiudizio scientifico, sui rapporti di potere, sui legami sociali, quando operiamo per una universalizzazione dei diritti e delle libertà individuali.