FORUM SALUTE MENTALE

Roma, 16.10.2003

 

Dipartimento di Salute Mentale di Gorizia

 

Gorizia ha rappresentato “l’esperienza prima” di quella che poi è stata la rivoluzione del modo di interpretare la malattia mentale e i meccanismi istituzionali ad essa connessi.

Dall’inizio degli anni ‘70 però la situazione goriziana ha visto una forte involuzione dell’impegno a trasferire le risorse dell’O.P.P.  al territorio ma soprattutto non c’è stato il trasferimento alle istituzioni presenti sul territorio  della cultura e della tensione ideale  che Franco Basaglia e la sua équipe avevano  saputo creare a Gorizia.

E si è così persa una preziosa occasione di dar vita ad una cultura di assunzione di responsabilità a livello della comunità nelle sue varie espressioni.

Il modello che si è realizzato nel territorio Goriziano negli anni 70 è stato invece quello di una psichiatria istituzionale piuttosto rigida, con una forte impronta clinico-farmacologica e con modalità di lavoro prevalentemente di tipo ambulatoriale.

Due luoghi separati e distanti marcavano anche concretamente la forte dissociazione e quasi antinomia tra una psichiatria istituzionale “dura ma necessaria”: quella del SPDC e dei ricoveri, collocata tutta all’interno di un ospedale civile anche fisicamente contiguo a quell’”ex O.P.P.” dove Basaglia aveva lanciato, quasi invano per Gorizia, le sue prime parole d’ordine sulla deistituzionalizzazione; ed una più morbida, ambulatoriale e di “manutenzione” parziale sul territorio che si è andata sviluppando nei CSM.: tanti piccoli gruppi, chiusi, blindati, senza scambio o comunicazione con il resto del sistema.

Anche Gorizia sta però ricercando il suo percorso di ripresa e di rimonta sociale; e la fondamentale differenza che esiste tra quando si prendono in cura delle persone e non semplicemente delle malattie ci ha guidato in questi ultimi anni per cercare di promuovere e realizzare una nuova risposta di salute mentale, per realizzare un sistema integrato e complesso di servizi di salute mentale di comunità in grado di offrire alle persone una gamma articolata e differenziata di trattamenti, percorsi, luoghi, opportunità, a valenza non strettamente e non esclusivamente sanitaria,capaci di promuovere l’inclusione nel tessuto sociale.

La forte spinta al cambiamento si è innescata negli ultimi tempi con l’apertura della funzione 24 ore di un Centro di Salute Mentale; con l’imminente apertura della stessa funzione nel secondo; e con la trasformazione ancora parziale ma suggestiva del SPDC.

Abbiamo cercato di mantenere alta una tensione per coniugare le enunciazioni alle pratiche, partendo da una riorganizzazione strutturale del DSM che offrisse la possibilità di trasformare l’ottica di intervento dei servizi da un’ottica ambulatoriale e ospedalocentrica a un ottica di forte presenza e responsabilizzazione rispetto a un dato territorio.

Ma questa spinta si deve confrontare proprio con quelle ambiguità che si sviluppano quando dalle enunciazioni di merito quasi sempre condivise nella teoria, si deve approdare alle concrete realizzazioni di principi guida che sono: il trattamento integrato; la continuità della presa in carico negli spazi e nei luoghi delle persone; la costruzione di reali  reti di supporto e di sviluppo con il territorio in tutte le sue istanze; e lo sviluppo dell’impresa sociale.

Nel percorso che stiamo facendo abbiamo comunque considerato necessario recuperare e sviluppare un rapporto con gli Enti Locali e le agenzie territoriali con l’obiettivo di arrivare ad un “Patto per la salute mentale” a livello provinciale, così come abbiamo ritenuto di individuare come nostro obiettivo strategico la creazione di una Impresa sociale: garanzia del rispetto concreto dei diritti di cittadinanza.

Trasformare l’ottica di esternalizzare servizi e strutture residenziali al Privato Sociale ci ha visto critici nel distinguere tra Cooperazione di tipo A e di tipo B; abbiamo nettamente privilegiato la creazione di un partnernariato che vedesse l’impegno dei nostri servizi e della Cooperazione sulla gestione di Progetti Terapeutico Riabilitativi Individualizzati, dove l’impegno dei servizi e dei singoli operatori sia quello riformulare per gli utenti più problematici progetti individualizzati con prospettiva a medio e lungo termine e da parte del Partner l’impegno fosse quello di garantire questo percorso attraverso la creazione di opportunità concrete di abitazione, lavoro, e socialità coinvolgendo il più possibile le risorse presenti a livello delle piccole comunità locali.

Abbiamo avviato una intensa collaborazione con l’ Associazionismo in genere e in particolare con i familiari, che non vogliamo residuali rispetto alle istituzioni, ma di cui favoriamo il protagonismo e l’essere interpreti rispetto alle azioni da svolgere in sinergia con i servizi: in sostanza il loro “essere con”.

 

Si aprono nuove speranze nella nostra Regione dalla quale, visto l’esito delle recenti elezioni amministrative, possiamo attenderci un forte impulso nel promuovere le politiche per la salute e  nell’indicare le modalità di integrazione fra il sistema sociale e quello sanitario, e forse anche la messa in atto di strategie comuni su tutto il territorio. Sappiamo che i forti impulsi che la Amministrazione Regionale impone si riverberano sulle modalità di allocazione delle risorse da parte delle Aziende e mettono in campo opportunità che coinvolgono gli operatori nella partecipazione (volenti o nolenti) ai cambiamenti.

Certamente, però, la formazione degli operatori è ancora da sviluppare, anche quella dei dirigenti (comprensione degli assetti organizzativi aziendali, uscita dalla logica libero-professionale, gestione delle risorse umane, capacità decisionali, ma soprattutto il saper rendere compatibili  gli aspetti di economia, della progettualità materiale con lo slancio ideale e con i valori e i solidi fondamenti etici indispensabili  al nostro lavoro).

La lontananza del mondo accademico dalle prassi e dalla gestione della salute mentale come impegno integrato e multidimensionale, ma anche la persistenza di modelli formativi rigidificati all’interno di categorie peraltro in evoluzione rendono complessa la costruzione di percorsi formativi concretamente utilizzabili e ci fanno preferire la ricerca , per quanto possibile, di un clima formativo del servizio in cui gli operatori tutti assieme siano sollecitati a ricercare pratiche nuove. 

 

La nuova organizzazione del nostro servizio e la cultura che la sostiene pensiamo possano contribuire anche al passaggio, per noi fondamentale, dal lavoro”sul territorio” a quello “nel territorio”, così da rendere possibile per le persone utilizzare non solo risorse formali (servizi), ma sempre più risorse informali (comunità). 

In questo senso siamo consapevoli che la legge 328/2000 contiene elementi fortemente innovativi nella visione complessiva della progettazione del sistema dei servizi sociali che, anche in assenza di una chiara volontà a livello politico nazionale di dare continuità alla realizzazione della legge, si sono avviati processi a livello territoriale che confermano la bontà dell’impianto complessivo e permettono spazi di sperimentazione e di adattamento alle diverse realtà locali.

Riconosciamo in essa un principio guida dell’agire proprio dei servizi di salute mentale e cioè quello della “territorialità”, valorizzato con una procedura di programmazione “dal basso”,  piuttosto che di pianificazione “dall’alto” e con l’ambizione di sostituire l’assistenzialismo delle “emergenze” con un “sistema stabile” ed efficiente di servizi e di interventi sociali.

Noi consideriamo una preziosa occasione la formulazione dei Piani di Zona che i Comuni, mediante accordi di programma, stanno predisponendo e che vedono la partecipazione attiva e attenta del Dipartimento per i motivi esposti prima.

Ma sappiamo anche che costituiscono una sfida importante perché rappresentano una ulteriore verifica reale tra dichiarazioni di buone intenzioni e vera efficacia propositiva: dunque un altro appuntamento per evitare che le enunciazioni siano lontane dalle pratiche.

Il rischio è quello di costruire sulla carta piani ricchi di promesse e di intenti che rimangono tali per mancanza di  una adeguata analisi dell’esistente o di calibrata individuazione di priorità o di precisa indicazione della spesa o di attribuzione di precise responsabilità o di indicazione dei tempi e dei modi.

Noi crediamo all’importanza della proposta del piano di zona, inteso come strumento di coordinamento e di stimolo alla partecipazione di tutti quei soggetti, istituzionali e non, coinvolti nell’attivazione della rete, perché cogliamo in essa quella cultura della pianificazione che in Italia ha spesso trovato molte difficoltà di implementazione.

E’ necessario raccordare la politica dei servizi a una buona pratica di pianificazione sociale intendendo per sociale una attenta inclusione ed elaborazione all’interno della pianificazione economica di quei sottosistemi ( sistema sanitario, sistema carcerario, mantenimento di un livello minimo di reddito, sistema educativo, inserimento lavorativo, ecc.) che richiedono una specificazione “qualitativa” del concetto di benessere, molto spesso descritto nelle programmazioni solo attraverso indicatori economici di tipo “quantitativo” (PIL, reddito).

Promuovere la cultura del benessere e la sua diffusione fra gli utenti e fra gli operatori significa per noi poter “intervenire” sugli stili di vita delle persone, sui comportamenti individuali e collettivi, promuovendo negli ambienti di vita e di lavoro processi di comunicazione, di sensibilizzazione, di cambiamento attraverso metodologie di intervento dirette alla persona, ai gruppi, alle comunità.

 

Il percorso che stiamo facendo è tutt’altro che facile , soprattutto dovendo partire dalle fondamenta, e il forte interesse a partecipare al Forum nasce anche dal verificare che i temi proposti corrispondono ai temi che a livello locale nostro dibattiamo faticosamente ogni giorno e che rappresentano tra l’altro l’argomento che cerchiamo di far condividere.